TRA LE RIGHE - QUANDO LA MUSICA DIVENTA COSCIENZA
TRA LE RIGHE - QUANDO LA MUSICA DIVENTA COSCIENZA
19 novembre 2025
A cura di
Antonio Nenna



Ci sono mattine in cui la realtà, stremata dal rumore che la sovrasta, decide di parlare scegliendo giovani voci, quasi inconsapevoli di essere state chiamate. La realtà appare incrinata e logorata dal restare sempre ai margini, dall’essere inchiodata al suo truce destino che la reclude in una fortezza selvaggiamente delineata da mura d’odio e da stendardi di vanità. Essa viene abbandonata da tutti gli ominidi che la lasciano a deprimersi nel pianerottolo della loro distrazione giornaliera.
È proprio in quel chiarore mattutino, in quel tepore domenicale, che essa si dimena, s’inarca e si purifica, aprendo le sue illibate ali in un cielo di porpora per illuminarci e ritornare a riecheggiare nel respiro delle nostre anime. Per compiacere questa brillante folgorazione bisogna attardarsi a esistere e indugiare nella propria introspezione, nel proprio sottosuolo, a cibare talpe di una fede ormai remota.
Tommaso Napoletano e Andrea Spina, due pargoli in cerca di un sentiero, si sono avventurati in soavi intonazioni alla ricerca di un’isola che non c’è: la MUSICA. Loro non hanno “eseguito” un brano di Pino Daniele. Lo hanno liberato, lo hanno nutrito e deposto. Lo hanno consegnato al cielo come si consegna una poesia in bottiglia, troppo profonda per disperderla tra le fauci d’infinite onde della marea.
La Napoli che evocavano non era quella catalogata ed egregiamente descritta dalle guide turistiche. Era una città con un’espressione sorniona: ferita, orgogliosa, bellissima nella sua imperfezione respirante. Quando in quelle note e in quella melodia è riemersa la figura di Masaniello, non è arrivata come un’incontaminata testimonianza: è arrivata come un colpo di luce. Il balenio di chi ha conosciuto la paura e tuttavia avanza tracotante. Per un istante, in quei sorrisi di rugiada, in quelle voci ardenti, si sarebbe potuto giurare di sentire il passo nudo dei pescatori, l’ansia delle rivolte, il mormorio di un popolo che da secoli chiede solo una cosa: essere ascoltato davvero.
Poi, improvvisa come un filo rosso in un labirinto, Gaza. Non buttata lì per dovere d’attualità o per esacerbare il conflitto odierno, ma per evidenziare un male incurabile. Nel loro canto tremava l’intero Mediterraneo: c’erano bambini costretti a imparare il silenzio, perché le parole non bastavano a vestire il vuoto che gli cresceva in gola; notti in bianco che struggono i loro mansueti animi; madri che stringono ciò che resta. In quel momento la musica non serviva più a consolare: serviva a ricordare.
Tra quelle note passavano anche ombre nobili: Hikmet, che cerca giustizia persino nel vento; Pasolini, che in quei due avrebbe riconosciuto l’urgenza dell’autenticità; le Quattro Giornate di Napoli che tornano come ammonimento; il mare di Erri De Luca, che tace solo quando vuole farti ascoltare qualcos’altro.
Tommaso e Andrea hanno fatto ciò che l’arte, quando è arte, deve fare: ferire con grazia, aprire senza rompere, illuminare senza occultare. Hanno cantato come si riscrive un testamento: non per lasciare un’eredità, ma per rivelare un’intenzione, una passione, una verità che si riverbera nei nostri cuori. Perché quando la musica diventa coscienza, non placata né placante, pettina e scompiglia la nostra consapevolezza con ciò che non abbiamo il coraggio di guardare da soli.
E “Tra le righe” continua a esistere per questo: per trattenere il mondo prima che scappi via, per salvare ciò che la celerità cancella, per ricordare al lettore che la profondità è un gesto quotidiano, non un lusso.
In quella performance, tra le sfumature più fragili, si intravedeva qualcosa che nessun registro o casellario può catturare: una generazione che non accetta di restare con le mani in tasca. Una generazione che prova, finalmente, a dire. A esporsi. A sentire.
Ascoltarli è stato come affacciarsi sul futuro e scoprirlo, come legarsi al braccio un palloncino per poi ricordarsi di scioglierlo. Il futuro si è presentato dinanzi al nostro portone e ha bussato per ricordarci che, quando il presente ruzzola e stramazza di superficialità, c’è una sola cura: la fede. Il futuro è riemerso proprio quando il passato ha inghiottito l’essenza della nostra esistenza e il presente è venuto a mancare…
Ci sono mattine in cui la realtà, stremata dal rumore che la sovrasta, decide di parlare scegliendo giovani voci, quasi inconsapevoli di essere state chiamate. La realtà appare incrinata e logorata dal restare sempre ai margini, dall’essere inchiodata al suo truce destino che la reclude in una fortezza selvaggiamente delineata da mura d’odio e da stendardi di vanità. Essa viene abbandonata da tutti gli ominidi che la lasciano a deprimersi nel pianerottolo della loro distrazione giornaliera.
È proprio in quel chiarore mattutino, in quel tepore domenicale, che essa si dimena, s’inarca e si purifica, aprendo le sue illibate ali in un cielo di porpora per illuminarci e ritornare a riecheggiare nel respiro delle nostre anime. Per compiacere questa brillante folgorazione bisogna attardarsi a esistere e indugiare nella propria introspezione, nel proprio sottosuolo, a cibare talpe di una fede ormai remota.
Tommaso Napoletano e Andrea Spina, due pargoli in cerca di un sentiero, si sono avventurati in soavi intonazioni alla ricerca di un’isola che non c’è: la MUSICA. Loro non hanno “eseguito” un brano di Pino Daniele. Lo hanno liberato, lo hanno nutrito e deposto. Lo hanno consegnato al cielo come si consegna una poesia in bottiglia, troppo profonda per disperderla tra le fauci d’infinite onde della marea.
La Napoli che evocavano non era quella catalogata ed egregiamente descritta dalle guide turistiche. Era una città con un’espressione sorniona: ferita, orgogliosa, bellissima nella sua imperfezione respirante. Quando in quelle note e in quella melodia è riemersa la figura di Masaniello, non è arrivata come un’incontaminata testimonianza: è arrivata come un colpo di luce. Il balenio di chi ha conosciuto la paura e tuttavia avanza tracotante. Per un istante, in quei sorrisi di rugiada, in quelle voci ardenti, si sarebbe potuto giurare di sentire il passo nudo dei pescatori, l’ansia delle rivolte, il mormorio di un popolo che da secoli chiede solo una cosa: essere ascoltato davvero.
Poi, improvvisa come un filo rosso in un labirinto, Gaza. Non buttata lì per dovere d’attualità o per esacerbare il conflitto odierno, ma per evidenziare un male incurabile. Nel loro canto tremava l’intero Mediterraneo: c’erano bambini costretti a imparare il silenzio, perché le parole non bastavano a vestire il vuoto che gli cresceva in gola; notti in bianco che struggono i loro mansueti animi; madri che stringono ciò che resta. In quel momento la musica non serviva più a consolare: serviva a ricordare.
Tra quelle note passavano anche ombre nobili: Hikmet, che cerca giustizia persino nel vento; Pasolini, che in quei due avrebbe riconosciuto l’urgenza dell’autenticità; le Quattro Giornate di Napoli che tornano come ammonimento; il mare di Erri De Luca, che tace solo quando vuole farti ascoltare qualcos’altro.
Tommaso e Andrea hanno fatto ciò che l’arte, quando è arte, deve fare: ferire con grazia, aprire senza rompere, illuminare senza occultare. Hanno cantato come si riscrive un testamento: non per lasciare un’eredità, ma per rivelare un’intenzione, una passione, una verità che si riverbera nei nostri cuori. Perché quando la musica diventa coscienza, non placata né placante, pettina e scompiglia la nostra consapevolezza con ciò che non abbiamo il coraggio di guardare da soli.
E “Tra le righe” continua a esistere per questo: per trattenere il mondo prima che scappi via, per salvare ciò che la celerità cancella, per ricordare al lettore che la profondità è un gesto quotidiano, non un lusso.
In quella performance, tra le sfumature più fragili, si intravedeva qualcosa che nessun registro o casellario può catturare: una generazione che non accetta di restare con le mani in tasca. Una generazione che prova, finalmente, a dire. A esporsi. A sentire.
Ascoltarli è stato come affacciarsi sul futuro e scoprirlo, come legarsi al braccio un palloncino per poi ricordarsi di scioglierlo. Il futuro si è presentato dinanzi al nostro portone e ha bussato per ricordarci che, quando il presente ruzzola e stramazza di superficialità, c’è una sola cura: la fede. Il futuro è riemerso proprio quando il passato ha inghiottito l’essenza della nostra esistenza e il presente è venuto a mancare…
Ci sono mattine in cui la realtà, stremata dal rumore che la sovrasta, decide di parlare scegliendo giovani voci, quasi inconsapevoli di essere state chiamate. La realtà appare incrinata e logorata dal restare sempre ai margini, dall’essere inchiodata al suo truce destino che la reclude in una fortezza selvaggiamente delineata da mura d’odio e da stendardi di vanità. Essa viene abbandonata da tutti gli ominidi che la lasciano a deprimersi nel pianerottolo della loro distrazione giornaliera.
È proprio in quel chiarore mattutino, in quel tepore domenicale, che essa si dimena, s’inarca e si purifica, aprendo le sue illibate ali in un cielo di porpora per illuminarci e ritornare a riecheggiare nel respiro delle nostre anime. Per compiacere questa brillante folgorazione bisogna attardarsi a esistere e indugiare nella propria introspezione, nel proprio sottosuolo, a cibare talpe di una fede ormai remota.
Tommaso Napoletano e Andrea Spina, due pargoli in cerca di un sentiero, si sono avventurati in soavi intonazioni alla ricerca di un’isola che non c’è: la MUSICA. Loro non hanno “eseguito” un brano di Pino Daniele. Lo hanno liberato, lo hanno nutrito e deposto. Lo hanno consegnato al cielo come si consegna una poesia in bottiglia, troppo profonda per disperderla tra le fauci d’infinite onde della marea.
La Napoli che evocavano non era quella catalogata ed egregiamente descritta dalle guide turistiche. Era una città con un’espressione sorniona: ferita, orgogliosa, bellissima nella sua imperfezione respirante. Quando in quelle note e in quella melodia è riemersa la figura di Masaniello, non è arrivata come un’incontaminata testimonianza: è arrivata come un colpo di luce. Il balenio di chi ha conosciuto la paura e tuttavia avanza tracotante. Per un istante, in quei sorrisi di rugiada, in quelle voci ardenti, si sarebbe potuto giurare di sentire il passo nudo dei pescatori, l’ansia delle rivolte, il mormorio di un popolo che da secoli chiede solo una cosa: essere ascoltato davvero.
Poi, improvvisa come un filo rosso in un labirinto, Gaza. Non buttata lì per dovere d’attualità o per esacerbare il conflitto odierno, ma per evidenziare un male incurabile. Nel loro canto tremava l’intero Mediterraneo: c’erano bambini costretti a imparare il silenzio, perché le parole non bastavano a vestire il vuoto che gli cresceva in gola; notti in bianco che struggono i loro mansueti animi; madri che stringono ciò che resta. In quel momento la musica non serviva più a consolare: serviva a ricordare.
Tra quelle note passavano anche ombre nobili: Hikmet, che cerca giustizia persino nel vento; Pasolini, che in quei due avrebbe riconosciuto l’urgenza dell’autenticità; le Quattro Giornate di Napoli che tornano come ammonimento; il mare di Erri De Luca, che tace solo quando vuole farti ascoltare qualcos’altro.
Tommaso e Andrea hanno fatto ciò che l’arte, quando è arte, deve fare: ferire con grazia, aprire senza rompere, illuminare senza occultare. Hanno cantato come si riscrive un testamento: non per lasciare un’eredità, ma per rivelare un’intenzione, una passione, una verità che si riverbera nei nostri cuori. Perché quando la musica diventa coscienza, non placata né placante, pettina e scompiglia la nostra consapevolezza con ciò che non abbiamo il coraggio di guardare da soli.
E “Tra le righe” continua a esistere per questo: per trattenere il mondo prima che scappi via, per salvare ciò che la celerità cancella, per ricordare al lettore che la profondità è un gesto quotidiano, non un lusso.
In quella performance, tra le sfumature più fragili, si intravedeva qualcosa che nessun registro o casellario può catturare: una generazione che non accetta di restare con le mani in tasca. Una generazione che prova, finalmente, a dire. A esporsi. A sentire.
Ascoltarli è stato come affacciarsi sul futuro e scoprirlo, come legarsi al braccio un palloncino per poi ricordarsi di scioglierlo. Il futuro si è presentato dinanzi al nostro portone e ha bussato per ricordarci che, quando il presente ruzzola e stramazza di superficialità, c’è una sola cura: la fede. Il futuro è riemerso proprio quando il passato ha inghiottito l’essenza della nostra esistenza e il presente è venuto a mancare…
19 novembre 2025
19 novembre 2025
Antonio Nenna
A cura di