ESSENZIALI D'ASCOLTO - CHRIS BOTTI: LIVE IN BOSTON 2009
ESSENZIALI D'ASCOLTO - CHRIS BOTTI: LIVE IN BOSTON 2009
20 novembre 2025
A cura di
Nico Pappalettera



Per Jean Cocteau “Il fascino non sta nell’evidenza, ma nell’allusione”. Ed è un pensiero che sembra emergere spontaneamente dopo il nostro precedente incontro, quando abbiamo attraversato l’universo riflessivo di Sting.
Con “Live in Boston”, non siamo più davanti all’intreccio della voce, ma alla sublimazione del gesto sonoro, alla musica che non parla a qualcuno: si posa sull’aria. Se “All This Time” era l’arte dell’incontro, qui siamo nell’arte dell’epifania: la tromba di Chris Botti appare come un raggio di luce obliqua su un palcoscenico ambrato, una presenza che non invade, ma consacra.
La Symphony Hall di Boston diventa un teatro mentale, un palazzo di velluto rosso e dorature discrete, un luogo dove il tempo non scorre come di consueto. Il pubblico non assiste: custodisce. È come se chi ascolta venisse invitato non a partecipare, ma a presenziare, con la stessa quieta solennità con cui si entra in una sala affrescata, dove ogni dettaglio è importante e nessuno è superfluo.
Registrato nel settembre del 2008 ed edito nel 2009 da Decca, “Live in Boston” vede Chris Botti circondato dalla Boston Pops Orchestra, diretta da Keith Lockhart, all’interno della Symphony Hall: una delle sale acusticamente più pregiate del mondo, un luogo che riscrive la geometria del suono. Costruita all’inizio del ‘900 secondo criteri che ancora oggi vengono studiati e imitati, la sala presenta proporzioni prossime all’ideale della cosiddetta “scatola da scarpe”, con superfici in legno che riflettono il suono senza spegnerlo, e con pannellature e modanature pensate non per ornare, ma per diffondere l’onda sonora con una naturalezza quasi organica.
Siamo negli anni in cui Botti, reduce da “To Love Again” e “Italia”, sta consolidando uno stile che non appartiene più solo al Jazz, né soltanto alla tradizione melodica, ma a una nuova forma di musica da camera contemporanea, capace di coniugare intimità solistica e respiro sinfonico. Non un concerto orchestrale, dunque, ma un atto di definizione estetica.
La tromba di Botti, posizionata sempre leggermente sopra l’orchestrazione, non domina e non serve: invita. Il suo suono è vellutato, dorato, mai squillante; ha il timbro delle cose che sono state scelte, non delle cose che vogliono imporsi.
L’orchestra è un grande mare di seta: archi morbidi, legni chiaroscurali, ottoni che emergono solo quando necessario. La direzione di Lockhart dosa con grazia la densità, lasciando che la tromba rimanga una voce narrante.
Le tracce scorrono come capitoli di un teatro interiore: “Ave Maria” apre con un tono di sospensione luminosa; “When I Fall in Love” diventa cartiglio di identità; “Someone to Watch Over Me” è il cielo stellato nel blu notte e “Cinema Paradiso” rappresenta il cuore dell’intero disco, dove la nostalgia non è dolore, ma incanto trattenuto.
La traccia più nota resta “My Funny Valentine”, interpretata con un controllo del vibrato che è puro artigianato timbrico. La più suggestiva, senza esitazione, “Cinema Paradiso”: qui la tromba sembra ricordare ciò che l’ascoltatore non sapeva di aver perso.
Da arrangiatore, ciò che colpisce è la grammatica dell’orchestrazione: i registri sono distribuiti come elementi architettonici, con pause calcolate affinché il suono non saturi mai lo spazio uditivo. Nessun accumulo, solo proporzione e dosaggi, sulla riga della grande arte di pasticceria.
“Live in Boston” richiede una soglia d’ingresso lenta, quasi cerimoniale. Il momento ideale è la sera, quando la casa è finalmente quieta e la luce può farsi calda, diffusa, mai diretta. L’ascolto migliore avviene in cuffie di qualità oppure con diffusori che permettano all’orchestra di respirare nell’ambiente. È un disco che rivela la sua essenza se ascoltato senza interruzioni, come un percorso che non va spezzato, ma accompagnato.
Quando si arriva all’ultima traccia, la sensazione non è di commozione, né di malinconia: è eleganza riconquistata, come raddrizzare il busto dopo essere rimasti troppo tempo inclinati.
Forse “Live in Boston” ci ricorda che la bellezza non va posseduta, ma semplicemente abitata. È un invito a lasciarsi circondare, avvolgere, toccare senza difese. E in questo invito, essenziale, sottovoce, splendidamente consapevole, c’è già la promessa del prossimo ascolto.
https://open.spotify.com/intl-it/album/1CB891i2qIrRUKz87w6AQR?si=3bEnZwJxS0yuq3ikjdza8Q

Scheda riassuntiva
Titolo: Live in Boston
Artista: Chris Botti
Anno di pubblicazione: 2009
Etichetta: Decca
Direzione: Keith Lockhart
Orchestra: Boston Pops Orchestra
Genere: Crossover Jazz / Orchestral Po
Traccia più nota: “My Funny Valentine”
Traccia più suggestiva: “Cinema Paradiso”
Per Jean Cocteau “Il fascino non sta nell’evidenza, ma nell’allusione”. Ed è un pensiero che sembra emergere spontaneamente dopo il nostro precedente incontro, quando abbiamo attraversato l’universo riflessivo di Sting.
Con “Live in Boston”, non siamo più davanti all’intreccio della voce, ma alla sublimazione del gesto sonoro, alla musica che non parla a qualcuno: si posa sull’aria. Se “All This Time” era l’arte dell’incontro, qui siamo nell’arte dell’epifania: la tromba di Chris Botti appare come un raggio di luce obliqua su un palcoscenico ambrato, una presenza che non invade, ma consacra.
La Symphony Hall di Boston diventa un teatro mentale, un palazzo di velluto rosso e dorature discrete, un luogo dove il tempo non scorre come di consueto. Il pubblico non assiste: custodisce. È come se chi ascolta venisse invitato non a partecipare, ma a presenziare, con la stessa quieta solennità con cui si entra in una sala affrescata, dove ogni dettaglio è importante e nessuno è superfluo.
Registrato nel settembre del 2008 ed edito nel 2009 da Decca, “Live in Boston” vede Chris Botti circondato dalla Boston Pops Orchestra, diretta da Keith Lockhart, all’interno della Symphony Hall: una delle sale acusticamente più pregiate del mondo, un luogo che riscrive la geometria del suono. Costruita all’inizio del ‘900 secondo criteri che ancora oggi vengono studiati e imitati, la sala presenta proporzioni prossime all’ideale della cosiddetta “scatola da scarpe”, con superfici in legno che riflettono il suono senza spegnerlo, e con pannellature e modanature pensate non per ornare, ma per diffondere l’onda sonora con una naturalezza quasi organica.
Siamo negli anni in cui Botti, reduce da “To Love Again” e “Italia”, sta consolidando uno stile che non appartiene più solo al Jazz, né soltanto alla tradizione melodica, ma a una nuova forma di musica da camera contemporanea, capace di coniugare intimità solistica e respiro sinfonico. Non un concerto orchestrale, dunque, ma un atto di definizione estetica.
La tromba di Botti, posizionata sempre leggermente sopra l’orchestrazione, non domina e non serve: invita. Il suo suono è vellutato, dorato, mai squillante; ha il timbro delle cose che sono state scelte, non delle cose che vogliono imporsi.
L’orchestra è un grande mare di seta: archi morbidi, legni chiaroscurali, ottoni che emergono solo quando necessario. La direzione di Lockhart dosa con grazia la densità, lasciando che la tromba rimanga una voce narrante.
Le tracce scorrono come capitoli di un teatro interiore: “Ave Maria” apre con un tono di sospensione luminosa; “When I Fall in Love” diventa cartiglio di identità; “Someone to Watch Over Me” è il cielo stellato nel blu notte e “Cinema Paradiso” rappresenta il cuore dell’intero disco, dove la nostalgia non è dolore, ma incanto trattenuto.
La traccia più nota resta “My Funny Valentine”, interpretata con un controllo del vibrato che è puro artigianato timbrico. La più suggestiva, senza esitazione, “Cinema Paradiso”: qui la tromba sembra ricordare ciò che l’ascoltatore non sapeva di aver perso.
Da arrangiatore, ciò che colpisce è la grammatica dell’orchestrazione: i registri sono distribuiti come elementi architettonici, con pause calcolate affinché il suono non saturi mai lo spazio uditivo. Nessun accumulo, solo proporzione e dosaggi, sulla riga della grande arte di pasticceria.
“Live in Boston” richiede una soglia d’ingresso lenta, quasi cerimoniale. Il momento ideale è la sera, quando la casa è finalmente quieta e la luce può farsi calda, diffusa, mai diretta. L’ascolto migliore avviene in cuffie di qualità oppure con diffusori che permettano all’orchestra di respirare nell’ambiente. È un disco che rivela la sua essenza se ascoltato senza interruzioni, come un percorso che non va spezzato, ma accompagnato.
Quando si arriva all’ultima traccia, la sensazione non è di commozione, né di malinconia: è eleganza riconquistata, come raddrizzare il busto dopo essere rimasti troppo tempo inclinati.
Forse “Live in Boston” ci ricorda che la bellezza non va posseduta, ma semplicemente abitata. È un invito a lasciarsi circondare, avvolgere, toccare senza difese. E in questo invito, essenziale, sottovoce, splendidamente consapevole, c’è già la promessa del prossimo ascolto.
https://open.spotify.com/intl-it/album/1CB891i2qIrRUKz87w6AQR?si=3bEnZwJxS0yuq3ikjdza8Q

Scheda riassuntiva
Titolo: Live in Boston
Artista: Chris Botti
Anno di pubblicazione: 2009
Etichetta: Decca
Direzione: Keith Lockhart
Orchestra: Boston Pops Orchestra
Genere: Crossover Jazz / Orchestral Po
Traccia più nota: “My Funny Valentine”
Traccia più suggestiva: “Cinema Paradiso”
Per Jean Cocteau “Il fascino non sta nell’evidenza, ma nell’allusione”. Ed è un pensiero che sembra emergere spontaneamente dopo il nostro precedente incontro, quando abbiamo attraversato l’universo riflessivo di Sting.
Con “Live in Boston”, non siamo più davanti all’intreccio della voce, ma alla sublimazione del gesto sonoro, alla musica che non parla a qualcuno: si posa sull’aria. Se “All This Time” era l’arte dell’incontro, qui siamo nell’arte dell’epifania: la tromba di Chris Botti appare come un raggio di luce obliqua su un palcoscenico ambrato, una presenza che non invade, ma consacra.
La Symphony Hall di Boston diventa un teatro mentale, un palazzo di velluto rosso e dorature discrete, un luogo dove il tempo non scorre come di consueto. Il pubblico non assiste: custodisce. È come se chi ascolta venisse invitato non a partecipare, ma a presenziare, con la stessa quieta solennità con cui si entra in una sala affrescata, dove ogni dettaglio è importante e nessuno è superfluo.
Registrato nel settembre del 2008 ed edito nel 2009 da Decca, “Live in Boston” vede Chris Botti circondato dalla Boston Pops Orchestra, diretta da Keith Lockhart, all’interno della Symphony Hall: una delle sale acusticamente più pregiate del mondo, un luogo che riscrive la geometria del suono. Costruita all’inizio del ‘900 secondo criteri che ancora oggi vengono studiati e imitati, la sala presenta proporzioni prossime all’ideale della cosiddetta “scatola da scarpe”, con superfici in legno che riflettono il suono senza spegnerlo, e con pannellature e modanature pensate non per ornare, ma per diffondere l’onda sonora con una naturalezza quasi organica.
Siamo negli anni in cui Botti, reduce da “To Love Again” e “Italia”, sta consolidando uno stile che non appartiene più solo al Jazz, né soltanto alla tradizione melodica, ma a una nuova forma di musica da camera contemporanea, capace di coniugare intimità solistica e respiro sinfonico. Non un concerto orchestrale, dunque, ma un atto di definizione estetica.
La tromba di Botti, posizionata sempre leggermente sopra l’orchestrazione, non domina e non serve: invita. Il suo suono è vellutato, dorato, mai squillante; ha il timbro delle cose che sono state scelte, non delle cose che vogliono imporsi.
L’orchestra è un grande mare di seta: archi morbidi, legni chiaroscurali, ottoni che emergono solo quando necessario. La direzione di Lockhart dosa con grazia la densità, lasciando che la tromba rimanga una voce narrante.
Le tracce scorrono come capitoli di un teatro interiore: “Ave Maria” apre con un tono di sospensione luminosa; “When I Fall in Love” diventa cartiglio di identità; “Someone to Watch Over Me” è il cielo stellato nel blu notte e “Cinema Paradiso” rappresenta il cuore dell’intero disco, dove la nostalgia non è dolore, ma incanto trattenuto.
La traccia più nota resta “My Funny Valentine”, interpretata con un controllo del vibrato che è puro artigianato timbrico. La più suggestiva, senza esitazione, “Cinema Paradiso”: qui la tromba sembra ricordare ciò che l’ascoltatore non sapeva di aver perso.
Da arrangiatore, ciò che colpisce è la grammatica dell’orchestrazione: i registri sono distribuiti come elementi architettonici, con pause calcolate affinché il suono non saturi mai lo spazio uditivo. Nessun accumulo, solo proporzione e dosaggi, sulla riga della grande arte di pasticceria.
“Live in Boston” richiede una soglia d’ingresso lenta, quasi cerimoniale. Il momento ideale è la sera, quando la casa è finalmente quieta e la luce può farsi calda, diffusa, mai diretta. L’ascolto migliore avviene in cuffie di qualità oppure con diffusori che permettano all’orchestra di respirare nell’ambiente. È un disco che rivela la sua essenza se ascoltato senza interruzioni, come un percorso che non va spezzato, ma accompagnato.
Quando si arriva all’ultima traccia, la sensazione non è di commozione, né di malinconia: è eleganza riconquistata, come raddrizzare il busto dopo essere rimasti troppo tempo inclinati.
Forse “Live in Boston” ci ricorda che la bellezza non va posseduta, ma semplicemente abitata. È un invito a lasciarsi circondare, avvolgere, toccare senza difese. E in questo invito, essenziale, sottovoce, splendidamente consapevole, c’è già la promessa del prossimo ascolto.
https://open.spotify.com/intl-it/album/1CB891i2qIrRUKz87w6AQR?si=3bEnZwJxS0yuq3ikjdza8Q

Scheda riassuntiva
Titolo: Live in Boston
Artista: Chris Botti
Anno di pubblicazione: 2009
Etichetta: Decca
Direzione: Keith Lockhart
Orchestra: Boston Pops Orchestra
Genere: Crossover Jazz / Orchestral Po
Traccia più nota: “My Funny Valentine”
Traccia più suggestiva: “Cinema Paradiso”
20 novembre 2025
20 novembre 2025
Nico Pappalettera
A cura di