THE GENTORIUM - QUESTIONE DI BARBA E DI CARATTERE
THE GENTORIUM - QUESTIONE DI BARBA E DI CARATTERE
18 novembre 2025
A cura di
Carlo Ronco



Ci sono gesti che, pur attraversando i secoli, non smettono di appartenere all’uomo. Tra questi, la cura della barba occupa un posto particolare, intimo e quasi sacrale. Non è solo una questione di estetica: è un momento in cui l’uomo si riconcilia con sé stesso, si mette a fuoco, si prende cura della propria immagine come fosse un sigillo della propria identità.
Il gentleman non vive la rasatura o la regolazione della barba come un obbligo, ma come una pausa rituale: un breve intervallo sospeso tra il rumore del mondo e la quiete interiore. Il salone del barbiere, con i suoi profumi di legni, resine e saponi caldi: è il tempio di questa liturgia quotidiana, un luogo in cui gli strumenti raccontano storie: la lama diritta, il rasoio di sicurezza, il pennello in tasso, le forbici affilate come la parola di un uomo che sa misurarsi.
Sin dall’antichità, la barba è stata simbolo di potere, saggezza o raffinatezza: dai filosofi greci che vi vedevano il segno della maturità intellettuale, ai sovrani medievali che la consideravano un tratto di dignità. Curiosamente, nel suo Manuale del barbiere del 1770, l’inglese Thomas Briggins sosteneva che “una barba trascurata indebolisce lo spirito”, intuendo ciò che oggi definiremmo cura di sé molto prima che diventasse un concetto moderno.
La rasatura, allora, non è soltanto una pratica estetica: è una forma di autodisciplina. Ogni gesto della lama, ogni passaggio di mano sul volto, è un atto di attenzione verso sé stessi. Il gentleman lo sa: ciò che si vede all’esterno è spesso il riflesso di ciò che si coltiva dentro.
Prendersi cura della propria barba significa prendersi cura del proprio valore, onorare quel senso di presenza e misura che rende riconoscibile un uomo prima ancora che parli. E quando lo sguardo allo specchio incontra un volto curato, definito, coerente, accade qualcosa di semplice e potente: cresce la considerazione che abbiamo di noi stessi.
Perché la barba, che sia lunga, corta o appena accennata, è più di un tratto distintivo: è una dichiarazione silenziosa, un modo discreto per dire al mondo che siamo presenti a noi stessi.
Come ogni vero rito, non serve ostentarlo. Basta saperlo vivere.
Ci sono gesti che, pur attraversando i secoli, non smettono di appartenere all’uomo. Tra questi, la cura della barba occupa un posto particolare, intimo e quasi sacrale. Non è solo una questione di estetica: è un momento in cui l’uomo si riconcilia con sé stesso, si mette a fuoco, si prende cura della propria immagine come fosse un sigillo della propria identità.
Il gentleman non vive la rasatura o la regolazione della barba come un obbligo, ma come una pausa rituale: un breve intervallo sospeso tra il rumore del mondo e la quiete interiore. Il salone del barbiere, con i suoi profumi di legni, resine e saponi caldi: è il tempio di questa liturgia quotidiana, un luogo in cui gli strumenti raccontano storie: la lama diritta, il rasoio di sicurezza, il pennello in tasso, le forbici affilate come la parola di un uomo che sa misurarsi.
Sin dall’antichità, la barba è stata simbolo di potere, saggezza o raffinatezza: dai filosofi greci che vi vedevano il segno della maturità intellettuale, ai sovrani medievali che la consideravano un tratto di dignità. Curiosamente, nel suo Manuale del barbiere del 1770, l’inglese Thomas Briggins sosteneva che “una barba trascurata indebolisce lo spirito”, intuendo ciò che oggi definiremmo cura di sé molto prima che diventasse un concetto moderno.
La rasatura, allora, non è soltanto una pratica estetica: è una forma di autodisciplina. Ogni gesto della lama, ogni passaggio di mano sul volto, è un atto di attenzione verso sé stessi. Il gentleman lo sa: ciò che si vede all’esterno è spesso il riflesso di ciò che si coltiva dentro.
Prendersi cura della propria barba significa prendersi cura del proprio valore, onorare quel senso di presenza e misura che rende riconoscibile un uomo prima ancora che parli. E quando lo sguardo allo specchio incontra un volto curato, definito, coerente, accade qualcosa di semplice e potente: cresce la considerazione che abbiamo di noi stessi.
Perché la barba, che sia lunga, corta o appena accennata, è più di un tratto distintivo: è una dichiarazione silenziosa, un modo discreto per dire al mondo che siamo presenti a noi stessi.
Come ogni vero rito, non serve ostentarlo. Basta saperlo vivere.
Ci sono gesti che, pur attraversando i secoli, non smettono di appartenere all’uomo. Tra questi, la cura della barba occupa un posto particolare, intimo e quasi sacrale. Non è solo una questione di estetica: è un momento in cui l’uomo si riconcilia con sé stesso, si mette a fuoco, si prende cura della propria immagine come fosse un sigillo della propria identità.
Il gentleman non vive la rasatura o la regolazione della barba come un obbligo, ma come una pausa rituale: un breve intervallo sospeso tra il rumore del mondo e la quiete interiore. Il salone del barbiere, con i suoi profumi di legni, resine e saponi caldi: è il tempio di questa liturgia quotidiana, un luogo in cui gli strumenti raccontano storie: la lama diritta, il rasoio di sicurezza, il pennello in tasso, le forbici affilate come la parola di un uomo che sa misurarsi.
Sin dall’antichità, la barba è stata simbolo di potere, saggezza o raffinatezza: dai filosofi greci che vi vedevano il segno della maturità intellettuale, ai sovrani medievali che la consideravano un tratto di dignità. Curiosamente, nel suo Manuale del barbiere del 1770, l’inglese Thomas Briggins sosteneva che “una barba trascurata indebolisce lo spirito”, intuendo ciò che oggi definiremmo cura di sé molto prima che diventasse un concetto moderno.
La rasatura, allora, non è soltanto una pratica estetica: è una forma di autodisciplina. Ogni gesto della lama, ogni passaggio di mano sul volto, è un atto di attenzione verso sé stessi. Il gentleman lo sa: ciò che si vede all’esterno è spesso il riflesso di ciò che si coltiva dentro.
Prendersi cura della propria barba significa prendersi cura del proprio valore, onorare quel senso di presenza e misura che rende riconoscibile un uomo prima ancora che parli. E quando lo sguardo allo specchio incontra un volto curato, definito, coerente, accade qualcosa di semplice e potente: cresce la considerazione che abbiamo di noi stessi.
Perché la barba, che sia lunga, corta o appena accennata, è più di un tratto distintivo: è una dichiarazione silenziosa, un modo discreto per dire al mondo che siamo presenti a noi stessi.
Come ogni vero rito, non serve ostentarlo. Basta saperlo vivere.
18 novembre 2025
18 novembre 2025
Carlo Ronco
A cura di