ORIZZONTI DI ATTUALITA' - I ''TURISTI DEL MASSACRO'': L'OMBRA ITALIANA SULL'ASSEDIO DI SARAJEVO

ORIZZONTI DI ATTUALITA' - I ''TURISTI DEL MASSACRO'': L'OMBRA ITALIANA SULL'ASSEDIO DI SARAJEVO

17 novembre 2025

A cura di

Stefano Conte

5 aprile 1992-29 febbraio 1996, 1400 giorni di assedio, oltre 10 mila morti, di cui 1600 bambini: l’assedio di Sarajevo, nonostante l’oblio della storia, è stato uno dei capitoli più sanguinosi della storia contemporanea.

Dopo la morte del generale Tito, nel 1990 la Jugoslavia iniziò a scindersi, con la dichiarazione d’indipendenza di Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia. Proprio quest’ultima, per la variegata composizione etnica che la caratterizzava, fu al centro delle mire serbe e croate.

La Bosnia era infatti composta per circa la metà da bosgnacchi (musulmani bosniaci), serbi e croati. Pochi giorni dopo l’indipendenza, infatti, quasi 15 mila uomini dei reparti della Sarajevo-Romanija, eredi di un reparto di serbi-bosniaci dell’esercito jugoslavo, assediarono per quasi quattro anni la città.

Ma, secondo la Procura di Milano, allertata dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, fra i criminali di guerra dell’epoca figurerebbero anche cittadini italiani, i cosiddetti “turisti” del massacro. Nel 2022 esce il documentario “Sarajevo Safari”, il quale racconta per la prima volta una storia dai contorni ancora più squallidi e terrificanti.

Sarajevo, circondata interamente da montagne e colline, era un teatro ideale per colpire dall’alto: durante l’assedio della città, centinaia di cecchini serbi sparavano sui civili, spesso con lo scopo di ferirli gravemente, attendere i soccorsi e ricominciare la carneficina.

Nell’esposto, Gavazzeni fa riferimento a ricchi stranieri, citando tre persone rispettivamente di Torino, Trieste e Milano, che avrebbero pagato ingenti somme, anche superiori ai 100 mila euro qualora le vittime fossero state bambini, per partecipare, solitamente nel fine settimana, a questo “safari” umano. Dai profili analizzati, ne verrebbero fuori come ricchi sadici e psicopatici, appassionati di armi e cacciatori esperti, capaci non solo di una grande potenza economica, ma anche di risorse legali e influenza politica per ostacolare qualsiasi tipo di indagine.

Se tutto fosse confermato, i cecchini di Sarajevo certificherebbero non solo la complicità italiana nel teatro di guerra jugoslava, ma anche l’inizio di un cambio di paradigma sempre più evidente nella nostra contemporaneità: quella desensibilizzazione al dolore, alla morte e soprattutto una debolezza internazionale nel colpire alcuni paesi, o in questo caso specifico persone che, per la loro influenza politica ed economica, non potrebbero mai essere perseguite.

Una società caratterizzata da una classe politica che agisce solo per logiche personali e che, in maniera sempre più sfacciata, interviene negli equilibri geopolitici come fosse un’attività ludica. Esattamente come nostri connazionali avrebbero deciso, sicuri di rimanere impuniti, di “andare” a caccia per divertimento dalle colline di Sarajevo.


5 aprile 1992-29 febbraio 1996, 1400 giorni di assedio, oltre 10 mila morti, di cui 1600 bambini: l’assedio di Sarajevo, nonostante l’oblio della storia, è stato uno dei capitoli più sanguinosi della storia contemporanea.

Dopo la morte del generale Tito, nel 1990 la Jugoslavia iniziò a scindersi, con la dichiarazione d’indipendenza di Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia. Proprio quest’ultima, per la variegata composizione etnica che la caratterizzava, fu al centro delle mire serbe e croate.

La Bosnia era infatti composta per circa la metà da bosgnacchi (musulmani bosniaci), serbi e croati. Pochi giorni dopo l’indipendenza, infatti, quasi 15 mila uomini dei reparti della Sarajevo-Romanija, eredi di un reparto di serbi-bosniaci dell’esercito jugoslavo, assediarono per quasi quattro anni la città.

Ma, secondo la Procura di Milano, allertata dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, fra i criminali di guerra dell’epoca figurerebbero anche cittadini italiani, i cosiddetti “turisti” del massacro. Nel 2022 esce il documentario “Sarajevo Safari”, il quale racconta per la prima volta una storia dai contorni ancora più squallidi e terrificanti.

Sarajevo, circondata interamente da montagne e colline, era un teatro ideale per colpire dall’alto: durante l’assedio della città, centinaia di cecchini serbi sparavano sui civili, spesso con lo scopo di ferirli gravemente, attendere i soccorsi e ricominciare la carneficina.

Nell’esposto, Gavazzeni fa riferimento a ricchi stranieri, citando tre persone rispettivamente di Torino, Trieste e Milano, che avrebbero pagato ingenti somme, anche superiori ai 100 mila euro qualora le vittime fossero state bambini, per partecipare, solitamente nel fine settimana, a questo “safari” umano. Dai profili analizzati, ne verrebbero fuori come ricchi sadici e psicopatici, appassionati di armi e cacciatori esperti, capaci non solo di una grande potenza economica, ma anche di risorse legali e influenza politica per ostacolare qualsiasi tipo di indagine.

Se tutto fosse confermato, i cecchini di Sarajevo certificherebbero non solo la complicità italiana nel teatro di guerra jugoslava, ma anche l’inizio di un cambio di paradigma sempre più evidente nella nostra contemporaneità: quella desensibilizzazione al dolore, alla morte e soprattutto una debolezza internazionale nel colpire alcuni paesi, o in questo caso specifico persone che, per la loro influenza politica ed economica, non potrebbero mai essere perseguite.

Una società caratterizzata da una classe politica che agisce solo per logiche personali e che, in maniera sempre più sfacciata, interviene negli equilibri geopolitici come fosse un’attività ludica. Esattamente come nostri connazionali avrebbero deciso, sicuri di rimanere impuniti, di “andare” a caccia per divertimento dalle colline di Sarajevo.


5 aprile 1992-29 febbraio 1996, 1400 giorni di assedio, oltre 10 mila morti, di cui 1600 bambini: l’assedio di Sarajevo, nonostante l’oblio della storia, è stato uno dei capitoli più sanguinosi della storia contemporanea.

Dopo la morte del generale Tito, nel 1990 la Jugoslavia iniziò a scindersi, con la dichiarazione d’indipendenza di Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia. Proprio quest’ultima, per la variegata composizione etnica che la caratterizzava, fu al centro delle mire serbe e croate.

La Bosnia era infatti composta per circa la metà da bosgnacchi (musulmani bosniaci), serbi e croati. Pochi giorni dopo l’indipendenza, infatti, quasi 15 mila uomini dei reparti della Sarajevo-Romanija, eredi di un reparto di serbi-bosniaci dell’esercito jugoslavo, assediarono per quasi quattro anni la città.

Ma, secondo la Procura di Milano, allertata dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, fra i criminali di guerra dell’epoca figurerebbero anche cittadini italiani, i cosiddetti “turisti” del massacro. Nel 2022 esce il documentario “Sarajevo Safari”, il quale racconta per la prima volta una storia dai contorni ancora più squallidi e terrificanti.

Sarajevo, circondata interamente da montagne e colline, era un teatro ideale per colpire dall’alto: durante l’assedio della città, centinaia di cecchini serbi sparavano sui civili, spesso con lo scopo di ferirli gravemente, attendere i soccorsi e ricominciare la carneficina.

Nell’esposto, Gavazzeni fa riferimento a ricchi stranieri, citando tre persone rispettivamente di Torino, Trieste e Milano, che avrebbero pagato ingenti somme, anche superiori ai 100 mila euro qualora le vittime fossero state bambini, per partecipare, solitamente nel fine settimana, a questo “safari” umano. Dai profili analizzati, ne verrebbero fuori come ricchi sadici e psicopatici, appassionati di armi e cacciatori esperti, capaci non solo di una grande potenza economica, ma anche di risorse legali e influenza politica per ostacolare qualsiasi tipo di indagine.

Se tutto fosse confermato, i cecchini di Sarajevo certificherebbero non solo la complicità italiana nel teatro di guerra jugoslava, ma anche l’inizio di un cambio di paradigma sempre più evidente nella nostra contemporaneità: quella desensibilizzazione al dolore, alla morte e soprattutto una debolezza internazionale nel colpire alcuni paesi, o in questo caso specifico persone che, per la loro influenza politica ed economica, non potrebbero mai essere perseguite.

Una società caratterizzata da una classe politica che agisce solo per logiche personali e che, in maniera sempre più sfacciata, interviene negli equilibri geopolitici come fosse un’attività ludica. Esattamente come nostri connazionali avrebbero deciso, sicuri di rimanere impuniti, di “andare” a caccia per divertimento dalle colline di Sarajevo.


17 novembre 2025

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A cura di

Una storia rimossa riemerge tra testimonianze inquietanti e domande ancora senza risposta.

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