STRONGHER - MARGHERITA HACK: IL CIELO, IL CORPO, LA LIBERTA'

STRONGHER - MARGHERITA HACK: IL CIELO, IL CORPO, LA LIBERTA'

23 novembre 2025

A cura di

Grazia Corraro

C’è un’immagine che, più di altre, restituisce l’essenza di Margherita Hack: una donna che osserva le stelle con la stessa naturalezza con cui, un istante dopo, potrebbe salire su una bicicletta e sfidare il vento. Nel ricordo collettivo è rimasta soprattutto l’astrofisica, la divulgatrice ironica e affilata, la femminista capace di scardinare stereotipi con una frase asciutta e un sorriso allegro. Ma la sua storia non è solo un patrimonio scientifico: è una geometria di movimento, una disciplina del corpo che sostiene e completa la vastità del pensiero.

Nata in un’epoca in cui alle donne era spesso negato il diritto di immaginarsi fuori luogo, fuori ruolo, fuori orbita, Margherita costruì la propria traiettoria come una stella errante che rifiuta l’orbita prescritta. Alla fisica dell’universo affiancò la fisica della vita quotidiana: pedalate, gare, allenamenti. Amava lo sport con la stessa dedizione con cui studiava spettri stellari e galassie lontane. Prima di imporsi come scienziata fu una promettente atleta di salto in alto e di atletica leggera, e per tutta la vita pedalò come un modo di restare ancorata alla materia, al ritmo del mondo.

Lo sport, per lei, non fu un semplice passatempo: fu un codice etico, un’educazione alla tenacia, una metafora esatta dell’indagine scientifica. Nello sforzo muscolare ritrovava l’umiltà dell’esperimento che riesce solo dopo cento tentativi; nella costanza dell’allenamento ritrovava la pazienza dell’osservazione astronomica; nella fatica del fiato ritrovava la misura umana della libertà. Non stupisce che abbia difeso, con decisione, il diritto delle donne di scegliere, studiare, correre, pensare. Il femminismo di Margherita non era programmatico: era un fatto di esistenza, di postura, di esempio.

All’Università di Trieste, dove diresse l’Osservatorio Astronomico, oggi parte dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, portò la propria visione del sapere come pratica quotidiana, fatta di rigore ma anche di entusiasmo fisico. Negli anni in cui molte accademie rimanevano luoghi rigidi e maschili, lei camminava nei corridoi con un’energia che sembrava dire: non si conquista il cielo senza allenare le gambe.

La sua figura pubblica, così schietta e popolare, ha spesso oscurato la profondità del suo metodo: una scienziata che non separava mai il pensiero dal corpo, perché sapeva che la mente, per volare davvero, ha bisogno di terra, di ossigeno, di movimento. E sapeva che il sapere, per essere libero, deve potersi sporcare di vita.

Oggi, riguardando la sua storia, appare chiaro che la sua grandezza non sta solo nelle pubblicazioni, nelle scoperte, nella capacità di portare l’astronomia fuori dagli osservatori e dentro le case. Sta nella coerenza con cui ha incarnato la sua idea di esistenza: studiare come si pedala, pedalare come si pensa. L’universo, per lei, era un luogo vasto ma accessibile, che appartiene a chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi, e magari, subito dopo, di mettersi in sella e raggiungere l’orizzonte successivo.

Margherita Hack è stata una scienziata. È stata una femminista. È stata una sportiva. Ma prima ancora, e più di tutto, è stata una donna che non ha mai smesso di muoversi: verso il sapere, verso la libertà, verso il cielo.

C’è un’immagine che, più di altre, restituisce l’essenza di Margherita Hack: una donna che osserva le stelle con la stessa naturalezza con cui, un istante dopo, potrebbe salire su una bicicletta e sfidare il vento. Nel ricordo collettivo è rimasta soprattutto l’astrofisica, la divulgatrice ironica e affilata, la femminista capace di scardinare stereotipi con una frase asciutta e un sorriso allegro. Ma la sua storia non è solo un patrimonio scientifico: è una geometria di movimento, una disciplina del corpo che sostiene e completa la vastità del pensiero.

Nata in un’epoca in cui alle donne era spesso negato il diritto di immaginarsi fuori luogo, fuori ruolo, fuori orbita, Margherita costruì la propria traiettoria come una stella errante che rifiuta l’orbita prescritta. Alla fisica dell’universo affiancò la fisica della vita quotidiana: pedalate, gare, allenamenti. Amava lo sport con la stessa dedizione con cui studiava spettri stellari e galassie lontane. Prima di imporsi come scienziata fu una promettente atleta di salto in alto e di atletica leggera, e per tutta la vita pedalò come un modo di restare ancorata alla materia, al ritmo del mondo.

Lo sport, per lei, non fu un semplice passatempo: fu un codice etico, un’educazione alla tenacia, una metafora esatta dell’indagine scientifica. Nello sforzo muscolare ritrovava l’umiltà dell’esperimento che riesce solo dopo cento tentativi; nella costanza dell’allenamento ritrovava la pazienza dell’osservazione astronomica; nella fatica del fiato ritrovava la misura umana della libertà. Non stupisce che abbia difeso, con decisione, il diritto delle donne di scegliere, studiare, correre, pensare. Il femminismo di Margherita non era programmatico: era un fatto di esistenza, di postura, di esempio.

All’Università di Trieste, dove diresse l’Osservatorio Astronomico, oggi parte dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, portò la propria visione del sapere come pratica quotidiana, fatta di rigore ma anche di entusiasmo fisico. Negli anni in cui molte accademie rimanevano luoghi rigidi e maschili, lei camminava nei corridoi con un’energia che sembrava dire: non si conquista il cielo senza allenare le gambe.

La sua figura pubblica, così schietta e popolare, ha spesso oscurato la profondità del suo metodo: una scienziata che non separava mai il pensiero dal corpo, perché sapeva che la mente, per volare davvero, ha bisogno di terra, di ossigeno, di movimento. E sapeva che il sapere, per essere libero, deve potersi sporcare di vita.

Oggi, riguardando la sua storia, appare chiaro che la sua grandezza non sta solo nelle pubblicazioni, nelle scoperte, nella capacità di portare l’astronomia fuori dagli osservatori e dentro le case. Sta nella coerenza con cui ha incarnato la sua idea di esistenza: studiare come si pedala, pedalare come si pensa. L’universo, per lei, era un luogo vasto ma accessibile, che appartiene a chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi, e magari, subito dopo, di mettersi in sella e raggiungere l’orizzonte successivo.

Margherita Hack è stata una scienziata. È stata una femminista. È stata una sportiva. Ma prima ancora, e più di tutto, è stata una donna che non ha mai smesso di muoversi: verso il sapere, verso la libertà, verso il cielo.

C’è un’immagine che, più di altre, restituisce l’essenza di Margherita Hack: una donna che osserva le stelle con la stessa naturalezza con cui, un istante dopo, potrebbe salire su una bicicletta e sfidare il vento. Nel ricordo collettivo è rimasta soprattutto l’astrofisica, la divulgatrice ironica e affilata, la femminista capace di scardinare stereotipi con una frase asciutta e un sorriso allegro. Ma la sua storia non è solo un patrimonio scientifico: è una geometria di movimento, una disciplina del corpo che sostiene e completa la vastità del pensiero.

Nata in un’epoca in cui alle donne era spesso negato il diritto di immaginarsi fuori luogo, fuori ruolo, fuori orbita, Margherita costruì la propria traiettoria come una stella errante che rifiuta l’orbita prescritta. Alla fisica dell’universo affiancò la fisica della vita quotidiana: pedalate, gare, allenamenti. Amava lo sport con la stessa dedizione con cui studiava spettri stellari e galassie lontane. Prima di imporsi come scienziata fu una promettente atleta di salto in alto e di atletica leggera, e per tutta la vita pedalò come un modo di restare ancorata alla materia, al ritmo del mondo.

Lo sport, per lei, non fu un semplice passatempo: fu un codice etico, un’educazione alla tenacia, una metafora esatta dell’indagine scientifica. Nello sforzo muscolare ritrovava l’umiltà dell’esperimento che riesce solo dopo cento tentativi; nella costanza dell’allenamento ritrovava la pazienza dell’osservazione astronomica; nella fatica del fiato ritrovava la misura umana della libertà. Non stupisce che abbia difeso, con decisione, il diritto delle donne di scegliere, studiare, correre, pensare. Il femminismo di Margherita non era programmatico: era un fatto di esistenza, di postura, di esempio.

All’Università di Trieste, dove diresse l’Osservatorio Astronomico, oggi parte dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, portò la propria visione del sapere come pratica quotidiana, fatta di rigore ma anche di entusiasmo fisico. Negli anni in cui molte accademie rimanevano luoghi rigidi e maschili, lei camminava nei corridoi con un’energia che sembrava dire: non si conquista il cielo senza allenare le gambe.

La sua figura pubblica, così schietta e popolare, ha spesso oscurato la profondità del suo metodo: una scienziata che non separava mai il pensiero dal corpo, perché sapeva che la mente, per volare davvero, ha bisogno di terra, di ossigeno, di movimento. E sapeva che il sapere, per essere libero, deve potersi sporcare di vita.

Oggi, riguardando la sua storia, appare chiaro che la sua grandezza non sta solo nelle pubblicazioni, nelle scoperte, nella capacità di portare l’astronomia fuori dagli osservatori e dentro le case. Sta nella coerenza con cui ha incarnato la sua idea di esistenza: studiare come si pedala, pedalare come si pensa. L’universo, per lei, era un luogo vasto ma accessibile, che appartiene a chi ha il coraggio di guardarlo negli occhi, e magari, subito dopo, di mettersi in sella e raggiungere l’orizzonte successivo.

Margherita Hack è stata una scienziata. È stata una femminista. È stata una sportiva. Ma prima ancora, e più di tutto, è stata una donna che non ha mai smesso di muoversi: verso il sapere, verso la libertà, verso il cielo.

23 novembre 2025

23 novembre 2025

Grazia Corraro

A cura di

''La forza di una donna che ha unito il corpo al pensiero per conquistare il cielo.''

''La forza di una donna che ha unito il corpo al pensiero per conquistare il cielo.''

''La forza di una donna che ha unito il corpo al pensiero per conquistare il cielo.''