ORIZZONTI D'ATTUALITA' - FESTIVAL DI SANREMO 2026: TRA NOIA E IMBARAZZO
ORIZZONTI D'ATTUALITA' - FESTIVAL DI SANREMO 2026: TRA NOIA E IMBARAZZO
2 marzo 2026
A cura di
Stefano Conte

Si è conclusa sabato la 76esima edizione del Festival di Sanremo, un festival che ,dall’inizio alla fine, è stato costellato di vuoto, noia, momenti imbarazzanti e un finale degno del suo percorso.
Non poteva che essere Sal Da Vinci il vincitore di questa rassegna: un artista sicuramente in grado di intrattenere e divertire, ma che non è altro che il solito cliché italiano. Da Toto Cutugno a Massimo Ranieri, dove “Per sempre sì” ricorda in maniera inquietante “Se bruciasse la città”, Sal Da Vinci è l’artista italiano da sagra, festa popolare o ancora meglio da matrimonio, incaricato di far ballare gli ospiti, magari già un po’ alticci, in un momento spensierato e allegro. Nessuno spazio per la complessità, per temi impegnati né tantomeno per l’innovazione: il classico brano d’amore leggero, che può essere sintetizzato perfettamente con una citazione da Boris: “Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”.
Ed è eloquente che la vittoria del simpatico e teatrale Sal Da Vinci arrivi il giorno stesso del sanguinario attacco congiunto di Israele e Usa all’Iran. La solita aggressione, a cui ci stiamo ormai abituando, di due stati che, fra Palestina e Venezuela, usano il diritto internazionale come carta straccia e la forza, la ferocia e la violenza come unico metodo sistematico.
Sal ha battuto per 0.3 punti percentuali la nuova e frizzante proposta di Sayf, un brano che lo sta comunque consacrando in radio e che è l’esatto opposto di “Per sempre sì”. Un testo impegnato, con riferimenti sociali e politici, che si muove fra le contraddizioni del nostro paese, in un’epoca di forte incertezza, disillusione e retorica bellicista.
Tutti temi completamente annichiliti, ignorati o citati in maniera più generica possibile, nel corso di queste cinque giornate. Al vago grido “Basta guerre” di Laura Pausini e Carlo Conti, si sono consumate serate vuote, spente, opache. E, se ci si può aspettare da un festival della musica italiana, un interesse maggiore per la musica, è ormai chiaro che Sanremo ha smesso di rivolgersi alle generazioni più giovani.
Basti pensare alla prima serata: in una corsa contro il tempo, ormai emblematica di Conti, non si è dato spazio a nient’altro che non fosse la performance sul palco, ma si è comunque deciso di dedicare quasi mezz’ora alla “mitica” serie di “Sandokan”. Il co-conduttore Can Yaman, infatti, attuale interprete di Sandokan nelle serie preferite dalle nostre mamme e nonne, si è incontrato con Kabir Bedi, il volto di Sandokan del ‘76. Un incontro stucchevole e noioso che strizzava l’occhio a tutti gli over 50 del paese. O come non citare altri ospiti, riesumati dalla naftalina e simbolo di un’Italia che fu, di un’Italia vista solo con la lente della nostalgia e delle vecchie glorie: Fausto Leali, Max Pezzali, Nino Frassica, i Pooh, Caterina Caselli.
E soprattutto come non raccontare del momento al contempo più imbarazzante e inquietante della rassegna: la solita marchetta alla Tim e la dimostrazione pratica di cosa è in grado di realizzare la loro IA. Un utilizzo davvero vetusto e superato dell’intelligenza artificiale, ormai in grado di essere quasi indistinguibile dalla realtà, in cui tutti gli spettatori e lo stesso Conti sono stati trasformati in paperi deformi e posticci.
Già l’anno scorso era possibile notare la deriva del post-Amadeus: se prima Sanremo era un contenitore non solo di musica, peraltro molto varia, transgenerazionale e di qualità, ma anche di intrattenimento, spontaneità e i cari “meme” sui social che tanto hanno riavvicinato i giovani, la conduzione di Conti ci ha riportato indietro di anni. Nessuno spazio per le risate, gag superate, mancanza di empatia e vicinanza sia nei confronti degli ospiti che degli artisti stessi.
E come non citare l’unico monologo delle cinque serate, affidato al professore di Fisica Vincenzo Schettini, alias sul web “La fisica che ci piace”. Dopo aver subito un durissimo e meritato linciaggio mediatico per aver affermato di aver costretto i suoi studenti a seguire le sue live su YouTube pena il ricatto delle interrogazioni, Schettini ha deciso di non tirarsi indietro dal palco dell’Ariston. Molti si potevano aspettare delle scuse, ma è stato esattamente l’opposto: l’ormai notissimo influencer e sempre meno insegnante, ha imbastito un monologo ricco di paternalismo e moralismo spicciolo, sproloquiando sulla pericolosità del cellulare, strumento di una dipendenza che può facilmente essere seguita da alcool e droghe. Per Schettini, infatti, bisogna vivere, stare all’aria aperta, non farci assorbire dalla tossicità dei social. Inutile dire che se oggi questo personaggio esiste ed è qualcuno, è unicamente grazie ai social stessi e ai ragazzi costretti ad aumentare piano piano il suo engagement: “Da che pulpito viene la predica?”
Per fortuna c’è stata la serata delle Cover, in cui sono state molte le esibizioni coinvolgenti, emozionanti e di alta qualità, che ha premiato la performance di Tony Pitony e Ditonellapiaga. Forse l’unico momento davvero memorabile di un festival sempre più annacquato, ingessato, moralista e vuoto. La perfetta rappresentazione di cos’è l’Italia oggi, nel 2026.
Si è conclusa sabato la 76esima edizione del Festival di Sanremo, un festival che ,dall’inizio alla fine, è stato costellato di vuoto, noia, momenti imbarazzanti e un finale degno del suo percorso.
Non poteva che essere Sal Da Vinci il vincitore di questa rassegna: un artista sicuramente in grado di intrattenere e divertire, ma che non è altro che il solito cliché italiano. Da Toto Cutugno a Massimo Ranieri, dove “Per sempre sì” ricorda in maniera inquietante “Se bruciasse la città”, Sal Da Vinci è l’artista italiano da sagra, festa popolare o ancora meglio da matrimonio, incaricato di far ballare gli ospiti, magari già un po’ alticci, in un momento spensierato e allegro. Nessuno spazio per la complessità, per temi impegnati né tantomeno per l’innovazione: il classico brano d’amore leggero, che può essere sintetizzato perfettamente con una citazione da Boris: “Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”.
Ed è eloquente che la vittoria del simpatico e teatrale Sal Da Vinci arrivi il giorno stesso del sanguinario attacco congiunto di Israele e Usa all’Iran. La solita aggressione, a cui ci stiamo ormai abituando, di due stati che, fra Palestina e Venezuela, usano il diritto internazionale come carta straccia e la forza, la ferocia e la violenza come unico metodo sistematico.
Sal ha battuto per 0.3 punti percentuali la nuova e frizzante proposta di Sayf, un brano che lo sta comunque consacrando in radio e che è l’esatto opposto di “Per sempre sì”. Un testo impegnato, con riferimenti sociali e politici, che si muove fra le contraddizioni del nostro paese, in un’epoca di forte incertezza, disillusione e retorica bellicista.
Tutti temi completamente annichiliti, ignorati o citati in maniera più generica possibile, nel corso di queste cinque giornate. Al vago grido “Basta guerre” di Laura Pausini e Carlo Conti, si sono consumate serate vuote, spente, opache. E, se ci si può aspettare da un festival della musica italiana, un interesse maggiore per la musica, è ormai chiaro che Sanremo ha smesso di rivolgersi alle generazioni più giovani.
Basti pensare alla prima serata: in una corsa contro il tempo, ormai emblematica di Conti, non si è dato spazio a nient’altro che non fosse la performance sul palco, ma si è comunque deciso di dedicare quasi mezz’ora alla “mitica” serie di “Sandokan”. Il co-conduttore Can Yaman, infatti, attuale interprete di Sandokan nelle serie preferite dalle nostre mamme e nonne, si è incontrato con Kabir Bedi, il volto di Sandokan del ‘76. Un incontro stucchevole e noioso che strizzava l’occhio a tutti gli over 50 del paese. O come non citare altri ospiti, riesumati dalla naftalina e simbolo di un’Italia che fu, di un’Italia vista solo con la lente della nostalgia e delle vecchie glorie: Fausto Leali, Max Pezzali, Nino Frassica, i Pooh, Caterina Caselli.
E soprattutto come non raccontare del momento al contempo più imbarazzante e inquietante della rassegna: la solita marchetta alla Tim e la dimostrazione pratica di cosa è in grado di realizzare la loro IA. Un utilizzo davvero vetusto e superato dell’intelligenza artificiale, ormai in grado di essere quasi indistinguibile dalla realtà, in cui tutti gli spettatori e lo stesso Conti sono stati trasformati in paperi deformi e posticci.
Già l’anno scorso era possibile notare la deriva del post-Amadeus: se prima Sanremo era un contenitore non solo di musica, peraltro molto varia, transgenerazionale e di qualità, ma anche di intrattenimento, spontaneità e i cari “meme” sui social che tanto hanno riavvicinato i giovani, la conduzione di Conti ci ha riportato indietro di anni. Nessuno spazio per le risate, gag superate, mancanza di empatia e vicinanza sia nei confronti degli ospiti che degli artisti stessi.
E come non citare l’unico monologo delle cinque serate, affidato al professore di Fisica Vincenzo Schettini, alias sul web “La fisica che ci piace”. Dopo aver subito un durissimo e meritato linciaggio mediatico per aver affermato di aver costretto i suoi studenti a seguire le sue live su YouTube pena il ricatto delle interrogazioni, Schettini ha deciso di non tirarsi indietro dal palco dell’Ariston. Molti si potevano aspettare delle scuse, ma è stato esattamente l’opposto: l’ormai notissimo influencer e sempre meno insegnante, ha imbastito un monologo ricco di paternalismo e moralismo spicciolo, sproloquiando sulla pericolosità del cellulare, strumento di una dipendenza che può facilmente essere seguita da alcool e droghe. Per Schettini, infatti, bisogna vivere, stare all’aria aperta, non farci assorbire dalla tossicità dei social. Inutile dire che se oggi questo personaggio esiste ed è qualcuno, è unicamente grazie ai social stessi e ai ragazzi costretti ad aumentare piano piano il suo engagement: “Da che pulpito viene la predica?”
Per fortuna c’è stata la serata delle Cover, in cui sono state molte le esibizioni coinvolgenti, emozionanti e di alta qualità, che ha premiato la performance di Tony Pitony e Ditonellapiaga. Forse l’unico momento davvero memorabile di un festival sempre più annacquato, ingessato, moralista e vuoto. La perfetta rappresentazione di cos’è l’Italia oggi, nel 2026.
Si è conclusa sabato la 76esima edizione del Festival di Sanremo, un festival che ,dall’inizio alla fine, è stato costellato di vuoto, noia, momenti imbarazzanti e un finale degno del suo percorso.
Non poteva che essere Sal Da Vinci il vincitore di questa rassegna: un artista sicuramente in grado di intrattenere e divertire, ma che non è altro che il solito cliché italiano. Da Toto Cutugno a Massimo Ranieri, dove “Per sempre sì” ricorda in maniera inquietante “Se bruciasse la città”, Sal Da Vinci è l’artista italiano da sagra, festa popolare o ancora meglio da matrimonio, incaricato di far ballare gli ospiti, magari già un po’ alticci, in un momento spensierato e allegro. Nessuno spazio per la complessità, per temi impegnati né tantomeno per l’innovazione: il classico brano d’amore leggero, che può essere sintetizzato perfettamente con una citazione da Boris: “Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”.
Ed è eloquente che la vittoria del simpatico e teatrale Sal Da Vinci arrivi il giorno stesso del sanguinario attacco congiunto di Israele e Usa all’Iran. La solita aggressione, a cui ci stiamo ormai abituando, di due stati che, fra Palestina e Venezuela, usano il diritto internazionale come carta straccia e la forza, la ferocia e la violenza come unico metodo sistematico.
Sal ha battuto per 0.3 punti percentuali la nuova e frizzante proposta di Sayf, un brano che lo sta comunque consacrando in radio e che è l’esatto opposto di “Per sempre sì”. Un testo impegnato, con riferimenti sociali e politici, che si muove fra le contraddizioni del nostro paese, in un’epoca di forte incertezza, disillusione e retorica bellicista.
Tutti temi completamente annichiliti, ignorati o citati in maniera più generica possibile, nel corso di queste cinque giornate. Al vago grido “Basta guerre” di Laura Pausini e Carlo Conti, si sono consumate serate vuote, spente, opache. E, se ci si può aspettare da un festival della musica italiana, un interesse maggiore per la musica, è ormai chiaro che Sanremo ha smesso di rivolgersi alle generazioni più giovani.
Basti pensare alla prima serata: in una corsa contro il tempo, ormai emblematica di Conti, non si è dato spazio a nient’altro che non fosse la performance sul palco, ma si è comunque deciso di dedicare quasi mezz’ora alla “mitica” serie di “Sandokan”. Il co-conduttore Can Yaman, infatti, attuale interprete di Sandokan nelle serie preferite dalle nostre mamme e nonne, si è incontrato con Kabir Bedi, il volto di Sandokan del ‘76. Un incontro stucchevole e noioso che strizzava l’occhio a tutti gli over 50 del paese. O come non citare altri ospiti, riesumati dalla naftalina e simbolo di un’Italia che fu, di un’Italia vista solo con la lente della nostalgia e delle vecchie glorie: Fausto Leali, Max Pezzali, Nino Frassica, i Pooh, Caterina Caselli.
E soprattutto come non raccontare del momento al contempo più imbarazzante e inquietante della rassegna: la solita marchetta alla Tim e la dimostrazione pratica di cosa è in grado di realizzare la loro IA. Un utilizzo davvero vetusto e superato dell’intelligenza artificiale, ormai in grado di essere quasi indistinguibile dalla realtà, in cui tutti gli spettatori e lo stesso Conti sono stati trasformati in paperi deformi e posticci.
Già l’anno scorso era possibile notare la deriva del post-Amadeus: se prima Sanremo era un contenitore non solo di musica, peraltro molto varia, transgenerazionale e di qualità, ma anche di intrattenimento, spontaneità e i cari “meme” sui social che tanto hanno riavvicinato i giovani, la conduzione di Conti ci ha riportato indietro di anni. Nessuno spazio per le risate, gag superate, mancanza di empatia e vicinanza sia nei confronti degli ospiti che degli artisti stessi.
E come non citare l’unico monologo delle cinque serate, affidato al professore di Fisica Vincenzo Schettini, alias sul web “La fisica che ci piace”. Dopo aver subito un durissimo e meritato linciaggio mediatico per aver affermato di aver costretto i suoi studenti a seguire le sue live su YouTube pena il ricatto delle interrogazioni, Schettini ha deciso di non tirarsi indietro dal palco dell’Ariston. Molti si potevano aspettare delle scuse, ma è stato esattamente l’opposto: l’ormai notissimo influencer e sempre meno insegnante, ha imbastito un monologo ricco di paternalismo e moralismo spicciolo, sproloquiando sulla pericolosità del cellulare, strumento di una dipendenza che può facilmente essere seguita da alcool e droghe. Per Schettini, infatti, bisogna vivere, stare all’aria aperta, non farci assorbire dalla tossicità dei social. Inutile dire che se oggi questo personaggio esiste ed è qualcuno, è unicamente grazie ai social stessi e ai ragazzi costretti ad aumentare piano piano il suo engagement: “Da che pulpito viene la predica?”
Per fortuna c’è stata la serata delle Cover, in cui sono state molte le esibizioni coinvolgenti, emozionanti e di alta qualità, che ha premiato la performance di Tony Pitony e Ditonellapiaga. Forse l’unico momento davvero memorabile di un festival sempre più annacquato, ingessato, moralista e vuoto. La perfetta rappresentazione di cos’è l’Italia oggi, nel 2026.
2 marzo 2026
2 marzo 2026
Stefano Conte
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