STRONGHER - DA PRINCIPESSE DA SALVARE A PROTAGONISTE COMPLESSE: L'EVOLUZIONE FEMMINILE NEI VIDEOGIOCHI PLAYSTATION
STRONGHER - DA PRINCIPESSE DA SALVARE A PROTAGONISTE COMPLESSE: L'EVOLUZIONE FEMMINILE NEI VIDEOGIOCHI PLAYSTATION
25 febbraio 2026
A cura di
Grazia Corraro

La principessa da salvare: l’archetipo delle origini
Per comprendere davvero l’evoluzione dei personaggi femminili nei videogiochi, bisogna partire dall’inizio. Per molti anni la figura della donna è stata prevalentemente passiva: un obiettivo narrativo, non un soggetto attivo. Il modello più emblematico è la Principessa Peach della serie Super Mario Bros.. Elegante, gentile e costantemente in pericolo, Peach incarna perfettamente l’archetipo della “damsel in distress”. Il suo ruolo è semplice: essere salvata dall’eroe. In questa fase storica, la presenza femminile serve soprattutto a motivare l’azione maschile. Non combatte, non prende decisioni decisive, non guida la narrazione. È una rappresentazione figlia del suo tempo, quando il pubblico dei videogiochi era immaginato quasi esclusivamente maschile. Ma già dalla metà degli anni ’90 questo schema comincia lentamente a incrinarsi.
Ellie Williams: la complessità psicologica e la sete di vendetta
Se oggi parliamo di protagoniste femminili mature nei videogiochi, Ellie è uno dei punti di arrivo più significativi. Introdotta in The Last of Us e poi protagonista assoluta di The Last of Us Part II, Ellie rappresenta la rottura definitiva con il vecchio stereotipo della ragazza da proteggere, seppure nel primo gioco, Joel avrebbe dovuto proteggerla per portarla dalle luci. Tuttavia Ellie interagisce coi nemici, come se si fosse integrata nel l’ideale della sopravvivenza. All’inizio è vulnerabile, ironica, profondamente umana. Ma nel secondo capitolo la sua figura si oscura: la vendetta la consuma, la rende spietata, moralmente ambigua, perfino scomoda per il giocatore.
Ellie non è costruita per piacere: è costruita per essere credibile. La sua forza non è solo fisica, ma emotiva e narrativa. Con lei, il videogioco dimostra di saper raccontare protagoniste femminili stratificate, capaci di muoversi in zone morali grigie. Ellie è accompagnata da Dina: è una figura meno violenta, più resiliente. Il suo obiettivo narrativo è quello di guidare Ellie imponendole, per forze emotive o di necessità, la strada giusta. Motivo per cui è stata scelta un’attrice con caratteristiche fisiche forti: naso importante, sopracciglia folte e capelli neri.
Jill Valentine: la sopravvissuta
Con il primo Resident Evil arriva una delle prime figure femminili realmente attive nel panorama PlayStation. Jill Valentine non è una vittima inerme: è una poliziotta addestrata che combatte per sopravvivere all’incubo. Risolve enigmi, usa armi, prende decisioni cruciali. Pur restando legata a certe estetiche degli anni ’90, Jill segna un passaggio importante: la donna entra finalmente nello spazio dell’azione. È una fase di transizione, in cui il personaggio femminile smette di essere solo un premio narrativo e comincia a diventare protagonista operativa.
Lara Croft: l’icona “multiforme”
Con Tomb Raider nasce una delle figure più iconiche della storia videoludica. Lara Croft è autonoma, atletica, protagonista assoluta delle proprie avventure. Tuttavia, la sua rappresentazione iniziale è fortemente segnata dalla sessualizzazione: un segno evidente di come l’industria fosse ancora legata a uno sguardo prevalentemente maschile.Il vero salto avviene con il reboot di Tomb Raider, dove Lara viene riscritta come una giovane donna vulnerabile ma determinata, impegnata in un percorso di sopravvivenza e crescita. Meno pin-up, più essere umano. Con questa trasformazione si chiude idealmente il cerchio evolutivo: dalla principessa da salvare alla protagonista complessa.
Verso protagoniste sempre più umane
L’evoluzione dei personaggi femminili nei videogiochi PlayStation racconta un cambiamento culturale profondo. Da figure passive a soggetti attivi, da simboli bidimensionali a personalità sfaccettate. Oggi le protagoniste non devono più essere perfette o rassicuranti: possono essere contraddittorie, dure, perfino divisive. Ed è proprio questa imperfezione a renderle, finalmente, umane.
La principessa da salvare: l’archetipo delle origini
Per comprendere davvero l’evoluzione dei personaggi femminili nei videogiochi, bisogna partire dall’inizio. Per molti anni la figura della donna è stata prevalentemente passiva: un obiettivo narrativo, non un soggetto attivo. Il modello più emblematico è la Principessa Peach della serie Super Mario Bros.. Elegante, gentile e costantemente in pericolo, Peach incarna perfettamente l’archetipo della “damsel in distress”. Il suo ruolo è semplice: essere salvata dall’eroe. In questa fase storica, la presenza femminile serve soprattutto a motivare l’azione maschile. Non combatte, non prende decisioni decisive, non guida la narrazione. È una rappresentazione figlia del suo tempo, quando il pubblico dei videogiochi era immaginato quasi esclusivamente maschile. Ma già dalla metà degli anni ’90 questo schema comincia lentamente a incrinarsi.
Ellie Williams: la complessità psicologica e la sete di vendetta
Se oggi parliamo di protagoniste femminili mature nei videogiochi, Ellie è uno dei punti di arrivo più significativi. Introdotta in The Last of Us e poi protagonista assoluta di The Last of Us Part II, Ellie rappresenta la rottura definitiva con il vecchio stereotipo della ragazza da proteggere, seppure nel primo gioco, Joel avrebbe dovuto proteggerla per portarla dalle luci. Tuttavia Ellie interagisce coi nemici, come se si fosse integrata nel l’ideale della sopravvivenza. All’inizio è vulnerabile, ironica, profondamente umana. Ma nel secondo capitolo la sua figura si oscura: la vendetta la consuma, la rende spietata, moralmente ambigua, perfino scomoda per il giocatore.
Ellie non è costruita per piacere: è costruita per essere credibile. La sua forza non è solo fisica, ma emotiva e narrativa. Con lei, il videogioco dimostra di saper raccontare protagoniste femminili stratificate, capaci di muoversi in zone morali grigie. Ellie è accompagnata da Dina: è una figura meno violenta, più resiliente. Il suo obiettivo narrativo è quello di guidare Ellie imponendole, per forze emotive o di necessità, la strada giusta. Motivo per cui è stata scelta un’attrice con caratteristiche fisiche forti: naso importante, sopracciglia folte e capelli neri.
Jill Valentine: la sopravvissuta
Con il primo Resident Evil arriva una delle prime figure femminili realmente attive nel panorama PlayStation. Jill Valentine non è una vittima inerme: è una poliziotta addestrata che combatte per sopravvivere all’incubo. Risolve enigmi, usa armi, prende decisioni cruciali. Pur restando legata a certe estetiche degli anni ’90, Jill segna un passaggio importante: la donna entra finalmente nello spazio dell’azione. È una fase di transizione, in cui il personaggio femminile smette di essere solo un premio narrativo e comincia a diventare protagonista operativa.
Lara Croft: l’icona “multiforme”
Con Tomb Raider nasce una delle figure più iconiche della storia videoludica. Lara Croft è autonoma, atletica, protagonista assoluta delle proprie avventure. Tuttavia, la sua rappresentazione iniziale è fortemente segnata dalla sessualizzazione: un segno evidente di come l’industria fosse ancora legata a uno sguardo prevalentemente maschile.Il vero salto avviene con il reboot di Tomb Raider, dove Lara viene riscritta come una giovane donna vulnerabile ma determinata, impegnata in un percorso di sopravvivenza e crescita. Meno pin-up, più essere umano. Con questa trasformazione si chiude idealmente il cerchio evolutivo: dalla principessa da salvare alla protagonista complessa.
Verso protagoniste sempre più umane
L’evoluzione dei personaggi femminili nei videogiochi PlayStation racconta un cambiamento culturale profondo. Da figure passive a soggetti attivi, da simboli bidimensionali a personalità sfaccettate. Oggi le protagoniste non devono più essere perfette o rassicuranti: possono essere contraddittorie, dure, perfino divisive. Ed è proprio questa imperfezione a renderle, finalmente, umane.
La principessa da salvare: l’archetipo delle origini
Per comprendere davvero l’evoluzione dei personaggi femminili nei videogiochi, bisogna partire dall’inizio. Per molti anni la figura della donna è stata prevalentemente passiva: un obiettivo narrativo, non un soggetto attivo. Il modello più emblematico è la Principessa Peach della serie Super Mario Bros.. Elegante, gentile e costantemente in pericolo, Peach incarna perfettamente l’archetipo della “damsel in distress”. Il suo ruolo è semplice: essere salvata dall’eroe. In questa fase storica, la presenza femminile serve soprattutto a motivare l’azione maschile. Non combatte, non prende decisioni decisive, non guida la narrazione. È una rappresentazione figlia del suo tempo, quando il pubblico dei videogiochi era immaginato quasi esclusivamente maschile. Ma già dalla metà degli anni ’90 questo schema comincia lentamente a incrinarsi.
Ellie Williams: la complessità psicologica e la sete di vendetta
Se oggi parliamo di protagoniste femminili mature nei videogiochi, Ellie è uno dei punti di arrivo più significativi. Introdotta in The Last of Us e poi protagonista assoluta di The Last of Us Part II, Ellie rappresenta la rottura definitiva con il vecchio stereotipo della ragazza da proteggere, seppure nel primo gioco, Joel avrebbe dovuto proteggerla per portarla dalle luci. Tuttavia Ellie interagisce coi nemici, come se si fosse integrata nel l’ideale della sopravvivenza. All’inizio è vulnerabile, ironica, profondamente umana. Ma nel secondo capitolo la sua figura si oscura: la vendetta la consuma, la rende spietata, moralmente ambigua, perfino scomoda per il giocatore.
Ellie non è costruita per piacere: è costruita per essere credibile. La sua forza non è solo fisica, ma emotiva e narrativa. Con lei, il videogioco dimostra di saper raccontare protagoniste femminili stratificate, capaci di muoversi in zone morali grigie. Ellie è accompagnata da Dina: è una figura meno violenta, più resiliente. Il suo obiettivo narrativo è quello di guidare Ellie imponendole, per forze emotive o di necessità, la strada giusta. Motivo per cui è stata scelta un’attrice con caratteristiche fisiche forti: naso importante, sopracciglia folte e capelli neri.
Jill Valentine: la sopravvissuta
Con il primo Resident Evil arriva una delle prime figure femminili realmente attive nel panorama PlayStation. Jill Valentine non è una vittima inerme: è una poliziotta addestrata che combatte per sopravvivere all’incubo. Risolve enigmi, usa armi, prende decisioni cruciali. Pur restando legata a certe estetiche degli anni ’90, Jill segna un passaggio importante: la donna entra finalmente nello spazio dell’azione. È una fase di transizione, in cui il personaggio femminile smette di essere solo un premio narrativo e comincia a diventare protagonista operativa.
Lara Croft: l’icona “multiforme”
Con Tomb Raider nasce una delle figure più iconiche della storia videoludica. Lara Croft è autonoma, atletica, protagonista assoluta delle proprie avventure. Tuttavia, la sua rappresentazione iniziale è fortemente segnata dalla sessualizzazione: un segno evidente di come l’industria fosse ancora legata a uno sguardo prevalentemente maschile.Il vero salto avviene con il reboot di Tomb Raider, dove Lara viene riscritta come una giovane donna vulnerabile ma determinata, impegnata in un percorso di sopravvivenza e crescita. Meno pin-up, più essere umano. Con questa trasformazione si chiude idealmente il cerchio evolutivo: dalla principessa da salvare alla protagonista complessa.
Verso protagoniste sempre più umane
L’evoluzione dei personaggi femminili nei videogiochi PlayStation racconta un cambiamento culturale profondo. Da figure passive a soggetti attivi, da simboli bidimensionali a personalità sfaccettate. Oggi le protagoniste non devono più essere perfette o rassicuranti: possono essere contraddittorie, dure, perfino divisive. Ed è proprio questa imperfezione a renderle, finalmente, umane.
25 febbraio 2026
25 febbraio 2026
Grazia Corraro
A cura di