ESSENZIALI D'ASCOLTO - POSITIVITY E GLI INCOGNITO: IL GROOVE CHE HA DATO UN VOLTO MATURO ALL'ACID JAZZ

ESSENZIALI D'ASCOLTO - POSITIVITY E GLI INCOGNITO: IL GROOVE CHE HA DATO UN VOLTO MATURO ALL'ACID JAZZ

5 marzo 2026

A cura di

Nico Pappalettera

Dopo l’intimismo raccolto dell’ultima pubblicazione, dove la musica sembrava parlare a bassa voce, Positivity apre le finestre e lascia entrare aria, luce, movimento. Ecco l’universo degli Incognito, e in particolare questo disco: un manifesto di equilibrio tra rigore jazzistico e vocazione popolare, tra disciplina e joie de vivre. Positivity è una forma più sottile di resistenza elegante, dove il groove diventa linguaggio condiviso e la sofisticazione non rinuncia mai al sorriso.

 

Pubblicato nel 1993, “Positivity” arriva in un momento cruciale per gli Incognito e, più in generale, per l’intera scena acid jazz britannica. Londra, in quegli anni, è un laboratorio sonoro in piena ebollizione: club culture, jazz elettrico, soul, funk e una nuova idea di black music europea si intrecciano senza più gerarchie. Jean-Paul “Bluey” Maunick intercetta questo clima e lo trasforma in una visione coerente, colta ma accessibile, profondamente urbana.

 

Il disco nasce come sintesi matura di un percorso già avviato, ma qui portato a piena fioritura. La produzione, curata dallo stesso Bluey, rifugge ogni eccesso decorativo: tutto è calibrato, pensato per valorizzare il groove come architettura portante. Le linee affidate ai fiati non sono mai ridondanti, la sezione ritmica lavora per sottrazione intelligente, mentre le tastiere, tra Fender Rhodes e synth, costruiscono un ambiente sonoro che è al tempo stesso caldo e metropolitano. È  un disco non nato per inseguire le classifiche, ma per consolidare un’estetica: “Positivity” prende posizione senza proclami, affermando che la raffinatezza può essere danzante e che il pensiero può passare anche attraverso il corpo. Una dichiarazione d’intenti che, a distanza di anni, suona ancora sorprendentemente attuale. “Positivity” si muove lungo una linea di equilibrio rara, è un disco, si, profondamente fisico, ma mai istintivo; colto, ma mai cerebrale. L’apertura affida subito le coordinate del viaggio: nulla è lasciato al caso, eppure tutto sembra naturale, come se la musica scorresse secondo un moto proprio.

 

Brani come “Still a Friend of Mine” e “Smiling Faces” mostrano la capacità del gruppo di fondere il soul più lirico con una struttura jazzistica solida, “Pieces of a Dream” insiste su un funk misurato, mai aggressivo. La traccia più nota è “Talkin’ Loud”, manifesto sonoro dell’intero progetto: un groove che avanza con sicurezza, sostenuto da fiati compatti e da una vocalità estremamente potente ma che dialoga costantemente con il resto della band. La più suggestiva, invece, è “Deep Waters” che evita qualsiasi deferenza retorica e si trasforma in un atto di stile dove l’arrangiamento diventa una lente attraverso cui osservare il brano da una nuova angolazione, più notturna, più sospesa.

 

Da arrangiatore, colpisce soprattutto l’intelligenza con cui ogni elemento trova il proprio spazio: le tastiere, ad esempio, lavorano come collante armonico, densificando il discorso senza appesantirlo. È una lezione di scrittura collettiva: nessuno domina, tutto contribuisce. In questo senso, “Positivity” si colloca accanto ad alcuni lavori coevi di The Brand New Heavies (prima) o Jamiroquai (dopo), ma con una differenza sostanziale: qui il jazz non è citazione stilistica, bensì grammatica profonda.

 

Questo è un disco che funziona quando la giornata ha già preso forma e non ha più bisogno di essere spiegata, l’ascolto ideale non è quello analitico, pur potendolo sostenere senza scomporsi, ma quello immersivo. In cuffia rivela la precisione degli incastri, il lavoro minuzioso sulle dinamiche; diffuso nell’ambiente costruisce un’atmosfera, una temperatura emotiva stabile. “Positivity” non è un manifesto, nonostante il titolo. È piuttosto una postura, un modo di stare nella musica e, per riflesso, nel mondo. È jazz-funk che ha attraversato le stagioni senza perdere eleganza, assorbendo il tempo invece di inseguirlo.


Riascoltandolo oggi, si ha la sensazione di un equilibrio raggiunto con fatica e mantenuto con grazia, sicuramente non c’è nostalgia, ma, forse, memoria attiva. E forse è proprio qui il valore più profondo del disco: ricordarci che la musica può essere luminosa senza essere superficiale, coinvolgente senza essere urlata. Un invito sottile a restare aperti, ricettivi, presenti. Nel prossimo ascolto di Essenziali d’ascolto, cambierà il paesaggio sonoro, ma non l’intento: continuare a cercare quei dischi che, senza chiedere permesso, migliorano il modo in cui abitiamo il tempo.

 

Scheda riassuntiva

Titolo: “Positivity”

Artista: Incognito

Anno di pubblicazione: 1993

Etichetta: Mercury

Produttori: Jean-Paul “Bluey” Maunick

Arrangiatori principali: Jean-Paul “Bluey” Maunick

Genere: Acid jazz, jazz-funk, soul contemporaneo

Traccia più nota: “Talking Loud”

Traccia più suggestiva: “Deep Waters”


https://open.spotify.com/intlit/album/45BNZeFrf7HSGAogA2CZ5M?si=V3kxSaabRwG7eC4Aqeev0Q

 

 

Dopo l’intimismo raccolto dell’ultima pubblicazione, dove la musica sembrava parlare a bassa voce, Positivity apre le finestre e lascia entrare aria, luce, movimento. Ecco l’universo degli Incognito, e in particolare questo disco: un manifesto di equilibrio tra rigore jazzistico e vocazione popolare, tra disciplina e joie de vivre. Positivity è una forma più sottile di resistenza elegante, dove il groove diventa linguaggio condiviso e la sofisticazione non rinuncia mai al sorriso.

 

Pubblicato nel 1993, “Positivity” arriva in un momento cruciale per gli Incognito e, più in generale, per l’intera scena acid jazz britannica. Londra, in quegli anni, è un laboratorio sonoro in piena ebollizione: club culture, jazz elettrico, soul, funk e una nuova idea di black music europea si intrecciano senza più gerarchie. Jean-Paul “Bluey” Maunick intercetta questo clima e lo trasforma in una visione coerente, colta ma accessibile, profondamente urbana.

 

Il disco nasce come sintesi matura di un percorso già avviato, ma qui portato a piena fioritura. La produzione, curata dallo stesso Bluey, rifugge ogni eccesso decorativo: tutto è calibrato, pensato per valorizzare il groove come architettura portante. Le linee affidate ai fiati non sono mai ridondanti, la sezione ritmica lavora per sottrazione intelligente, mentre le tastiere, tra Fender Rhodes e synth, costruiscono un ambiente sonoro che è al tempo stesso caldo e metropolitano. È  un disco non nato per inseguire le classifiche, ma per consolidare un’estetica: “Positivity” prende posizione senza proclami, affermando che la raffinatezza può essere danzante e che il pensiero può passare anche attraverso il corpo. Una dichiarazione d’intenti che, a distanza di anni, suona ancora sorprendentemente attuale. “Positivity” si muove lungo una linea di equilibrio rara, è un disco, si, profondamente fisico, ma mai istintivo; colto, ma mai cerebrale. L’apertura affida subito le coordinate del viaggio: nulla è lasciato al caso, eppure tutto sembra naturale, come se la musica scorresse secondo un moto proprio.

 

Brani come “Still a Friend of Mine” e “Smiling Faces” mostrano la capacità del gruppo di fondere il soul più lirico con una struttura jazzistica solida, “Pieces of a Dream” insiste su un funk misurato, mai aggressivo. La traccia più nota è “Talkin’ Loud”, manifesto sonoro dell’intero progetto: un groove che avanza con sicurezza, sostenuto da fiati compatti e da una vocalità estremamente potente ma che dialoga costantemente con il resto della band. La più suggestiva, invece, è “Deep Waters” che evita qualsiasi deferenza retorica e si trasforma in un atto di stile dove l’arrangiamento diventa una lente attraverso cui osservare il brano da una nuova angolazione, più notturna, più sospesa.

 

Da arrangiatore, colpisce soprattutto l’intelligenza con cui ogni elemento trova il proprio spazio: le tastiere, ad esempio, lavorano come collante armonico, densificando il discorso senza appesantirlo. È una lezione di scrittura collettiva: nessuno domina, tutto contribuisce. In questo senso, “Positivity” si colloca accanto ad alcuni lavori coevi di The Brand New Heavies (prima) o Jamiroquai (dopo), ma con una differenza sostanziale: qui il jazz non è citazione stilistica, bensì grammatica profonda.

 

Questo è un disco che funziona quando la giornata ha già preso forma e non ha più bisogno di essere spiegata, l’ascolto ideale non è quello analitico, pur potendolo sostenere senza scomporsi, ma quello immersivo. In cuffia rivela la precisione degli incastri, il lavoro minuzioso sulle dinamiche; diffuso nell’ambiente costruisce un’atmosfera, una temperatura emotiva stabile. “Positivity” non è un manifesto, nonostante il titolo. È piuttosto una postura, un modo di stare nella musica e, per riflesso, nel mondo. È jazz-funk che ha attraversato le stagioni senza perdere eleganza, assorbendo il tempo invece di inseguirlo.


Riascoltandolo oggi, si ha la sensazione di un equilibrio raggiunto con fatica e mantenuto con grazia, sicuramente non c’è nostalgia, ma, forse, memoria attiva. E forse è proprio qui il valore più profondo del disco: ricordarci che la musica può essere luminosa senza essere superficiale, coinvolgente senza essere urlata. Un invito sottile a restare aperti, ricettivi, presenti. Nel prossimo ascolto di Essenziali d’ascolto, cambierà il paesaggio sonoro, ma non l’intento: continuare a cercare quei dischi che, senza chiedere permesso, migliorano il modo in cui abitiamo il tempo.

 

Scheda riassuntiva

Titolo: “Positivity”

Artista: Incognito

Anno di pubblicazione: 1993

Etichetta: Mercury

Produttori: Jean-Paul “Bluey” Maunick

Arrangiatori principali: Jean-Paul “Bluey” Maunick

Genere: Acid jazz, jazz-funk, soul contemporaneo

Traccia più nota: “Talking Loud”

Traccia più suggestiva: “Deep Waters”


https://open.spotify.com/intlit/album/45BNZeFrf7HSGAogA2CZ5M?si=V3kxSaabRwG7eC4Aqeev0Q

 

 

Dopo l’intimismo raccolto dell’ultima pubblicazione, dove la musica sembrava parlare a bassa voce, Positivity apre le finestre e lascia entrare aria, luce, movimento. Ecco l’universo degli Incognito, e in particolare questo disco: un manifesto di equilibrio tra rigore jazzistico e vocazione popolare, tra disciplina e joie de vivre. Positivity è una forma più sottile di resistenza elegante, dove il groove diventa linguaggio condiviso e la sofisticazione non rinuncia mai al sorriso.

 

Pubblicato nel 1993, “Positivity” arriva in un momento cruciale per gli Incognito e, più in generale, per l’intera scena acid jazz britannica. Londra, in quegli anni, è un laboratorio sonoro in piena ebollizione: club culture, jazz elettrico, soul, funk e una nuova idea di black music europea si intrecciano senza più gerarchie. Jean-Paul “Bluey” Maunick intercetta questo clima e lo trasforma in una visione coerente, colta ma accessibile, profondamente urbana.

 

Il disco nasce come sintesi matura di un percorso già avviato, ma qui portato a piena fioritura. La produzione, curata dallo stesso Bluey, rifugge ogni eccesso decorativo: tutto è calibrato, pensato per valorizzare il groove come architettura portante. Le linee affidate ai fiati non sono mai ridondanti, la sezione ritmica lavora per sottrazione intelligente, mentre le tastiere, tra Fender Rhodes e synth, costruiscono un ambiente sonoro che è al tempo stesso caldo e metropolitano. È  un disco non nato per inseguire le classifiche, ma per consolidare un’estetica: “Positivity” prende posizione senza proclami, affermando che la raffinatezza può essere danzante e che il pensiero può passare anche attraverso il corpo. Una dichiarazione d’intenti che, a distanza di anni, suona ancora sorprendentemente attuale. “Positivity” si muove lungo una linea di equilibrio rara, è un disco, si, profondamente fisico, ma mai istintivo; colto, ma mai cerebrale. L’apertura affida subito le coordinate del viaggio: nulla è lasciato al caso, eppure tutto sembra naturale, come se la musica scorresse secondo un moto proprio.

 

Brani come “Still a Friend of Mine” e “Smiling Faces” mostrano la capacità del gruppo di fondere il soul più lirico con una struttura jazzistica solida, “Pieces of a Dream” insiste su un funk misurato, mai aggressivo. La traccia più nota è “Talkin’ Loud”, manifesto sonoro dell’intero progetto: un groove che avanza con sicurezza, sostenuto da fiati compatti e da una vocalità estremamente potente ma che dialoga costantemente con il resto della band. La più suggestiva, invece, è “Deep Waters” che evita qualsiasi deferenza retorica e si trasforma in un atto di stile dove l’arrangiamento diventa una lente attraverso cui osservare il brano da una nuova angolazione, più notturna, più sospesa.

 

Da arrangiatore, colpisce soprattutto l’intelligenza con cui ogni elemento trova il proprio spazio: le tastiere, ad esempio, lavorano come collante armonico, densificando il discorso senza appesantirlo. È una lezione di scrittura collettiva: nessuno domina, tutto contribuisce. In questo senso, “Positivity” si colloca accanto ad alcuni lavori coevi di The Brand New Heavies (prima) o Jamiroquai (dopo), ma con una differenza sostanziale: qui il jazz non è citazione stilistica, bensì grammatica profonda.

 

Questo è un disco che funziona quando la giornata ha già preso forma e non ha più bisogno di essere spiegata, l’ascolto ideale non è quello analitico, pur potendolo sostenere senza scomporsi, ma quello immersivo. In cuffia rivela la precisione degli incastri, il lavoro minuzioso sulle dinamiche; diffuso nell’ambiente costruisce un’atmosfera, una temperatura emotiva stabile. “Positivity” non è un manifesto, nonostante il titolo. È piuttosto una postura, un modo di stare nella musica e, per riflesso, nel mondo. È jazz-funk che ha attraversato le stagioni senza perdere eleganza, assorbendo il tempo invece di inseguirlo.


Riascoltandolo oggi, si ha la sensazione di un equilibrio raggiunto con fatica e mantenuto con grazia, sicuramente non c’è nostalgia, ma, forse, memoria attiva. E forse è proprio qui il valore più profondo del disco: ricordarci che la musica può essere luminosa senza essere superficiale, coinvolgente senza essere urlata. Un invito sottile a restare aperti, ricettivi, presenti. Nel prossimo ascolto di Essenziali d’ascolto, cambierà il paesaggio sonoro, ma non l’intento: continuare a cercare quei dischi che, senza chiedere permesso, migliorano il modo in cui abitiamo il tempo.

 

Scheda riassuntiva

Titolo: “Positivity”

Artista: Incognito

Anno di pubblicazione: 1993

Etichetta: Mercury

Produttori: Jean-Paul “Bluey” Maunick

Arrangiatori principali: Jean-Paul “Bluey” Maunick

Genere: Acid jazz, jazz-funk, soul contemporaneo

Traccia più nota: “Talking Loud”

Traccia più suggestiva: “Deep Waters”


https://open.spotify.com/intlit/album/45BNZeFrf7HSGAogA2CZ5M?si=V3kxSaabRwG7eC4Aqeev0Q

 

 

5 marzo 2026

5 marzo 2026

Nico Pappalettera

A cura di

''Un racconto critico e sensoriale di un album che ha scelto la coerenza al posto della moda, trasformando il groove in linguaggio condiviso e la produzione in architettura emotiva''

''Un racconto critico e sensoriale di un album che ha scelto la coerenza al posto della moda, trasformando il groove in linguaggio condiviso e la produzione in architettura emotiva''

''Un racconto critico e sensoriale di un album che ha scelto la coerenza al posto della moda, trasformando il groove in linguaggio condiviso e la produzione in architettura emotiva''