NEL VIVO DEL PRESENTE - COLTELLI TRA I BANCHI: EDUCARE ALLE RELAZIONI PER FERMARE LA VIOLENZA

NEL VIVO DEL PRESENTE - COLTELLI TRA I BANCHI: EDUCARE ALLE RELAZIONI PER FERMARE LA VIOLENZA

17 gennaio 2026

A cura di

Roberta Sgaramella

La Spezia, 16 gennaio 2026.

Youssef Abanoub, studente dell’istituto professionale “Domenico Chiodo”, viene colpito da un suo coetaneo. Una coltellata sotto il costato, fatale. Youssef, per gli amici “Aba”, non ce l’ha fatta.

L’aggressore, arrestato per omicidio, ha ammesso di aver ucciso il compagno perché “non doveva scambiare foto con la ragazza che frequento”. Poche ore dopo, a Sora (Frosinone), un altro studente, 17 anni, viene ferito con un coltello fuori da scuola.

Che cosa c’è dietro queste due notizie che, nel giro di poche ore, hanno segnato le cronache del nostro Paese?

C’è l’incapacità, comprensibile perché adolescenziale, di molti ragazzi di gestire le proprie emozioni. E c’è, dall’altra parte, una scuola che, in linea con scelte politiche precise, continua a trascurare l’educazione alle relazioni e all’affettività. Proprio quella scuola che accoglie studenti ancora in formazione e che dovrebbe accompagnarli nel passaggio all’età adulta.

Educare alle relazioni è dunque necessario, a scuola prima di tutto. È lì che gli studenti entrano per la prima volta in contatto con una dimensione sociale più ampia, imparano a confrontarsi, a esprimere la propria opinione e ad accettare quella dell’altro. È lì che dovrebbero imparare a conoscere sé stessi per potersi relazionare agli altri. La scuola è uno dei luoghi privilegiati in cui portare avanti progetti di educazione ai sentimenti, che significa anche educare al rispetto dell’altro. Un luogo dove formare persone capaci di dialogare senza ferire, di amare senza possedere, di confrontarsi senza scontrarsi, di scegliere la parola invece della violenza.

L’educazione sessuo-affettiva non è una battaglia ideologica, né una scelta di destra o di sinistra. È una scelta per il Paese. Per gli studenti di oggi e per i cittadini di domani. Per Youssef, che ha perso la vita nel mezzo della sua giovinezza, nel luogo che avrebbe dovuto proteggerlo, per mano di un compagno con cui avrebbe dovuto condividere paure e insicurezze, ma anche la spensieratezza tipica di due ragazzi delle superiori.

E se a scuola non si insegna a verbalizzare le emozioni, chi lo farà?

Se vogliamo davvero ridurre la violenza, servono interventi concreti all’interno delle scuole: educazione alle relazioni, spazi di ascolto strutturati con la presenza di professionisti. Solo così possiamo fermarci prima, riconoscere il disagio e trasformare quella rabbia, quel dolore e quella gelosia in parole di confronto e non in lame che feriscono. E uccidono.

La Spezia, 16 gennaio 2026.

Youssef Abanoub, studente dell’istituto professionale “Domenico Chiodo”, viene colpito da un suo coetaneo. Una coltellata sotto il costato, fatale. Youssef, per gli amici “Aba”, non ce l’ha fatta.

L’aggressore, arrestato per omicidio, ha ammesso di aver ucciso il compagno perché “non doveva scambiare foto con la ragazza che frequento”. Poche ore dopo, a Sora (Frosinone), un altro studente, 17 anni, viene ferito con un coltello fuori da scuola.

Che cosa c’è dietro queste due notizie che, nel giro di poche ore, hanno segnato le cronache del nostro Paese?

C’è l’incapacità, comprensibile perché adolescenziale, di molti ragazzi di gestire le proprie emozioni. E c’è, dall’altra parte, una scuola che, in linea con scelte politiche precise, continua a trascurare l’educazione alle relazioni e all’affettività. Proprio quella scuola che accoglie studenti ancora in formazione e che dovrebbe accompagnarli nel passaggio all’età adulta.

Educare alle relazioni è dunque necessario, a scuola prima di tutto. È lì che gli studenti entrano per la prima volta in contatto con una dimensione sociale più ampia, imparano a confrontarsi, a esprimere la propria opinione e ad accettare quella dell’altro. È lì che dovrebbero imparare a conoscere sé stessi per potersi relazionare agli altri. La scuola è uno dei luoghi privilegiati in cui portare avanti progetti di educazione ai sentimenti, che significa anche educare al rispetto dell’altro. Un luogo dove formare persone capaci di dialogare senza ferire, di amare senza possedere, di confrontarsi senza scontrarsi, di scegliere la parola invece della violenza.

L’educazione sessuo-affettiva non è una battaglia ideologica, né una scelta di destra o di sinistra. È una scelta per il Paese. Per gli studenti di oggi e per i cittadini di domani. Per Youssef, che ha perso la vita nel mezzo della sua giovinezza, nel luogo che avrebbe dovuto proteggerlo, per mano di un compagno con cui avrebbe dovuto condividere paure e insicurezze, ma anche la spensieratezza tipica di due ragazzi delle superiori.

E se a scuola non si insegna a verbalizzare le emozioni, chi lo farà?

Se vogliamo davvero ridurre la violenza, servono interventi concreti all’interno delle scuole: educazione alle relazioni, spazi di ascolto strutturati con la presenza di professionisti. Solo così possiamo fermarci prima, riconoscere il disagio e trasformare quella rabbia, quel dolore e quella gelosia in parole di confronto e non in lame che feriscono. E uccidono.

La Spezia, 16 gennaio 2026.

Youssef Abanoub, studente dell’istituto professionale “Domenico Chiodo”, viene colpito da un suo coetaneo. Una coltellata sotto il costato, fatale. Youssef, per gli amici “Aba”, non ce l’ha fatta.

L’aggressore, arrestato per omicidio, ha ammesso di aver ucciso il compagno perché “non doveva scambiare foto con la ragazza che frequento”. Poche ore dopo, a Sora (Frosinone), un altro studente, 17 anni, viene ferito con un coltello fuori da scuola.

Che cosa c’è dietro queste due notizie che, nel giro di poche ore, hanno segnato le cronache del nostro Paese?

C’è l’incapacità, comprensibile perché adolescenziale, di molti ragazzi di gestire le proprie emozioni. E c’è, dall’altra parte, una scuola che, in linea con scelte politiche precise, continua a trascurare l’educazione alle relazioni e all’affettività. Proprio quella scuola che accoglie studenti ancora in formazione e che dovrebbe accompagnarli nel passaggio all’età adulta.

Educare alle relazioni è dunque necessario, a scuola prima di tutto. È lì che gli studenti entrano per la prima volta in contatto con una dimensione sociale più ampia, imparano a confrontarsi, a esprimere la propria opinione e ad accettare quella dell’altro. È lì che dovrebbero imparare a conoscere sé stessi per potersi relazionare agli altri. La scuola è uno dei luoghi privilegiati in cui portare avanti progetti di educazione ai sentimenti, che significa anche educare al rispetto dell’altro. Un luogo dove formare persone capaci di dialogare senza ferire, di amare senza possedere, di confrontarsi senza scontrarsi, di scegliere la parola invece della violenza.

L’educazione sessuo-affettiva non è una battaglia ideologica, né una scelta di destra o di sinistra. È una scelta per il Paese. Per gli studenti di oggi e per i cittadini di domani. Per Youssef, che ha perso la vita nel mezzo della sua giovinezza, nel luogo che avrebbe dovuto proteggerlo, per mano di un compagno con cui avrebbe dovuto condividere paure e insicurezze, ma anche la spensieratezza tipica di due ragazzi delle superiori.

E se a scuola non si insegna a verbalizzare le emozioni, chi lo farà?

Se vogliamo davvero ridurre la violenza, servono interventi concreti all’interno delle scuole: educazione alle relazioni, spazi di ascolto strutturati con la presenza di professionisti. Solo così possiamo fermarci prima, riconoscere il disagio e trasformare quella rabbia, quel dolore e quella gelosia in parole di confronto e non in lame che feriscono. E uccidono.

17 gennaio 2026

17 gennaio 2026

Roberta Sgaramella

A cura di

''Tra assenza di spazi di ascolto e mancanza di educazione emotiva strutturata, il disagio adolescenziale rischia di trasformarsi in tragedia''

''Tra assenza di spazi di ascolto e mancanza di educazione emotiva strutturata, il disagio adolescenziale rischia di trasformarsi in tragedia''

''Tra assenza di spazi di ascolto e mancanza di educazione emotiva strutturata, il disagio adolescenziale rischia di trasformarsi in tragedia''