ESSENZIALI D'ASCOLTO - RENEE OLSTEAD (2004): LA RINASCITA SOTTILE DEL JAZZ VOCALE

ESSENZIALI D'ASCOLTO - RENEE OLSTEAD (2004): LA RINASCITA SOTTILE DEL JAZZ VOCALE

27 novembre 2025

A cura di

Nico Pappalettera

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, una frase consumata, certo, ma che ritrova una sorprendente verità quando la si lascia risuonare nelle pieghe della voce umana.

Una frase che sembra fare eco a ciò che avevamo incontrato nel precedente ascolto, “Live in Boston” di Chris Botti, dove la musica non conquistava con lo sfarzo, ma con la delicatezza dei suoi contorni. Ed è ancora lì, in quella zona sottile tra sussurro e dichiarazione, che si colloca Renee Olstead”: album che non si impone, mai e che non richiede attenzione, la attira a partire dal primo secondo di riproduzione.

 

Pubblicato nel 2004 sotto etichetta Reprise Records”, e prodotto da David Foster - è stato lui a portare l’orchestra dentro il Pop senza farla sembrare un ornamento, ma un’estensione naturale della voce; con Foster, la melodia torna centrale, ma circondata da armonie ampie, l’idea che il Pop possa essere elegante, vasto, da sala da concerto, nasce lì, dalla sua capacità di far convivere immediatezza e scrittura raffinata - nasce, tra le altre cose, in un momento in cui il Jazz vocale sembrava destinato a vivere solo di revival.

 

Renee, appena quindicenne al momento delle registrazioni, si inserisce invece non come nostalgia, ma come rinascita: una rilettura giovane, morbida, filigranata, sensuale senza essere mai compiaciuta. Il disco non è un tributo, né un esercizio di stile. È una riappropriazione del linguaggio Crooner-Jazzistico in chiave da camera, dove gli arrangiamenti non sovrastano mai la voce, ma la custodiscono, come si farebbe con qualcosa di raro e fragile.

Il suono dell’album è estremamente elegante costruito attorno a un Trio Jazz di base, pianoforte, contrabbasso e batteria, al quale si aggiungono una sezione d’archi e la classica formazione di fiati “big band”.

Le tracce sono fasi di un unico respiro.
“Summertime”, classico del repertorio di Gershwin apre con una naturalezza disarmante: niente enfasi, solo una linea melodica levigata dalla purezza del timbro, certamente una versione unica nel vasto panorama di interpreti di questo brano;
“A Love That Will Last”, probabilmente la più nota, è un manifesto di eleganza al rallentatore, un lento che non scivola nel romanticismo sdolcinato, ma lo trattiene sul bordo del bicchiere. La traccia più suggestiva, però, è “Sunday Kind of Love”: qui Renee sembra davvero parlare direttamente all’orecchio di chi ascolta, senza scena, senza palcoscenico. È un brano che dimostra come la sua forza non sia nella potenza, ma nel modo in cui si trattiene, come chi sa che il silenzio è parte della musica quanto il suono.

Stando a tante analisi di arrangiamenti che ho condotto, ciò che davvero colpisce è il ruolo degli archi in relazione all’organico jazzistico. Non sono mai un fondale ornamentale, né un abbellimento sentimentale: gli archi qui conducono con la band, come se fossero una estensione della sezione fiati. Entrano in punta di piedi, quasi cameristici, ma quando si espandono lo fanno con la precisione di un’orchestra sinfonica che conosce il valore dell’eleganza, non del volume. È un uso dell’arrangiamento che rivela una profonda consapevolezza della palette sonora: la big band resta sempre riconoscibile nel suo swing, ma gli archi la addolciscono dall’interno, come uno strato lucido che ricopre una struttura già perfetta. L’effetto è una morbidezza orchestrale che non appesantisce mai, ma scolpisce il colore del brano, dando alla voce di Renee non un cuscino, ma una cornice sottile, raffinata, calibrata al millimetro.

È un disco da ascoltare di domenica mattina, quando la luce entra lenta dalle finestre e il mondo non ha ancora ripreso a chiedere. C’è quel momento sospeso, tra il caffè che sale e il telefono che ancora tace, in cui si è più veri, più morbidi, più disponibili alla bellezza.

Meglio se ascoltato per intero, senza interruzioni, lasciando che la voce di Renee e la scrittura orchestrale si rivelino con naturalezza, come una conversazione intima che non ha bisogno di essere guidata. In cuffia, volendo; ma anche diffuso in casa, a volume medio-basso, mentre il tempo sembra dilatarsi.

Non è un album che cerca di sorprendere o stupire: è un album che accompagna. Che permette di respirare più lentamente. Che rimette in ordine le cose, non con forza, ma con una gentilezza che convince senza chiedere nulla.
Quando termina, non lascia un’impressione: lascia un’aria, una disposizione al mondo. Un piccolo equilibrio ritrovato.

Ci sono dischi che gridano per essere ricordati, e dischi che rimangono senza chiedere nulla. “Renee Olstead” appartiene alla seconda categoria: una piccola, luminosa stanza segreta da aprire quando si ha bisogno di qualcosa che scaldi, senza bruciare.

E forse è proprio lì che continueremo il nostro viaggio, settimana dopo settimana: nel territorio raro della musica che accarezza più di quanto dichiari.

 

Scheda Riassuntiva

 

Titolo: “Renee Olstead”

Artista: Renee Olstead

Anno di pubblicazione: 2004

Etichetta: Reprise Records

Produttore: David Foster

Arrangiatori principali: David Foster

Genere: Jazz vocale / Lounge jazz

Traccia più nota: “A Love That Will Last”

Traccia più suggestiva: “Sunday Kind of Love”

 

https://open.spotify.com/intl-it/album/0xBTBaqqZd6Vnmp0tJ3g42?si=k1I88UhoTCS5AnN4fF03dw


“L’essenziale è invisibile agli occhi”, una frase consumata, certo, ma che ritrova una sorprendente verità quando la si lascia risuonare nelle pieghe della voce umana.

Una frase che sembra fare eco a ciò che avevamo incontrato nel precedente ascolto, “Live in Boston” di Chris Botti, dove la musica non conquistava con lo sfarzo, ma con la delicatezza dei suoi contorni. Ed è ancora lì, in quella zona sottile tra sussurro e dichiarazione, che si colloca Renee Olstead”: album che non si impone, mai e che non richiede attenzione, la attira a partire dal primo secondo di riproduzione.

 

Pubblicato nel 2004 sotto etichetta Reprise Records”, e prodotto da David Foster - è stato lui a portare l’orchestra dentro il Pop senza farla sembrare un ornamento, ma un’estensione naturale della voce; con Foster, la melodia torna centrale, ma circondata da armonie ampie, l’idea che il Pop possa essere elegante, vasto, da sala da concerto, nasce lì, dalla sua capacità di far convivere immediatezza e scrittura raffinata - nasce, tra le altre cose, in un momento in cui il Jazz vocale sembrava destinato a vivere solo di revival.

 

Renee, appena quindicenne al momento delle registrazioni, si inserisce invece non come nostalgia, ma come rinascita: una rilettura giovane, morbida, filigranata, sensuale senza essere mai compiaciuta. Il disco non è un tributo, né un esercizio di stile. È una riappropriazione del linguaggio Crooner-Jazzistico in chiave da camera, dove gli arrangiamenti non sovrastano mai la voce, ma la custodiscono, come si farebbe con qualcosa di raro e fragile.

Il suono dell’album è estremamente elegante costruito attorno a un Trio Jazz di base, pianoforte, contrabbasso e batteria, al quale si aggiungono una sezione d’archi e la classica formazione di fiati “big band”.

Le tracce sono fasi di un unico respiro.
“Summertime”, classico del repertorio di Gershwin apre con una naturalezza disarmante: niente enfasi, solo una linea melodica levigata dalla purezza del timbro, certamente una versione unica nel vasto panorama di interpreti di questo brano;
“A Love That Will Last”, probabilmente la più nota, è un manifesto di eleganza al rallentatore, un lento che non scivola nel romanticismo sdolcinato, ma lo trattiene sul bordo del bicchiere. La traccia più suggestiva, però, è “Sunday Kind of Love”: qui Renee sembra davvero parlare direttamente all’orecchio di chi ascolta, senza scena, senza palcoscenico. È un brano che dimostra come la sua forza non sia nella potenza, ma nel modo in cui si trattiene, come chi sa che il silenzio è parte della musica quanto il suono.

Stando a tante analisi di arrangiamenti che ho condotto, ciò che davvero colpisce è il ruolo degli archi in relazione all’organico jazzistico. Non sono mai un fondale ornamentale, né un abbellimento sentimentale: gli archi qui conducono con la band, come se fossero una estensione della sezione fiati. Entrano in punta di piedi, quasi cameristici, ma quando si espandono lo fanno con la precisione di un’orchestra sinfonica che conosce il valore dell’eleganza, non del volume. È un uso dell’arrangiamento che rivela una profonda consapevolezza della palette sonora: la big band resta sempre riconoscibile nel suo swing, ma gli archi la addolciscono dall’interno, come uno strato lucido che ricopre una struttura già perfetta. L’effetto è una morbidezza orchestrale che non appesantisce mai, ma scolpisce il colore del brano, dando alla voce di Renee non un cuscino, ma una cornice sottile, raffinata, calibrata al millimetro.

È un disco da ascoltare di domenica mattina, quando la luce entra lenta dalle finestre e il mondo non ha ancora ripreso a chiedere. C’è quel momento sospeso, tra il caffè che sale e il telefono che ancora tace, in cui si è più veri, più morbidi, più disponibili alla bellezza.

Meglio se ascoltato per intero, senza interruzioni, lasciando che la voce di Renee e la scrittura orchestrale si rivelino con naturalezza, come una conversazione intima che non ha bisogno di essere guidata. In cuffia, volendo; ma anche diffuso in casa, a volume medio-basso, mentre il tempo sembra dilatarsi.

Non è un album che cerca di sorprendere o stupire: è un album che accompagna. Che permette di respirare più lentamente. Che rimette in ordine le cose, non con forza, ma con una gentilezza che convince senza chiedere nulla.
Quando termina, non lascia un’impressione: lascia un’aria, una disposizione al mondo. Un piccolo equilibrio ritrovato.

Ci sono dischi che gridano per essere ricordati, e dischi che rimangono senza chiedere nulla. “Renee Olstead” appartiene alla seconda categoria: una piccola, luminosa stanza segreta da aprire quando si ha bisogno di qualcosa che scaldi, senza bruciare.

E forse è proprio lì che continueremo il nostro viaggio, settimana dopo settimana: nel territorio raro della musica che accarezza più di quanto dichiari.

 

Scheda Riassuntiva

 

Titolo: “Renee Olstead”

Artista: Renee Olstead

Anno di pubblicazione: 2004

Etichetta: Reprise Records

Produttore: David Foster

Arrangiatori principali: David Foster

Genere: Jazz vocale / Lounge jazz

Traccia più nota: “A Love That Will Last”

Traccia più suggestiva: “Sunday Kind of Love”

 

https://open.spotify.com/intl-it/album/0xBTBaqqZd6Vnmp0tJ3g42?si=k1I88UhoTCS5AnN4fF03dw


“L’essenziale è invisibile agli occhi”, una frase consumata, certo, ma che ritrova una sorprendente verità quando la si lascia risuonare nelle pieghe della voce umana.

Una frase che sembra fare eco a ciò che avevamo incontrato nel precedente ascolto, “Live in Boston” di Chris Botti, dove la musica non conquistava con lo sfarzo, ma con la delicatezza dei suoi contorni. Ed è ancora lì, in quella zona sottile tra sussurro e dichiarazione, che si colloca Renee Olstead”: album che non si impone, mai e che non richiede attenzione, la attira a partire dal primo secondo di riproduzione.

 

Pubblicato nel 2004 sotto etichetta Reprise Records”, e prodotto da David Foster - è stato lui a portare l’orchestra dentro il Pop senza farla sembrare un ornamento, ma un’estensione naturale della voce; con Foster, la melodia torna centrale, ma circondata da armonie ampie, l’idea che il Pop possa essere elegante, vasto, da sala da concerto, nasce lì, dalla sua capacità di far convivere immediatezza e scrittura raffinata - nasce, tra le altre cose, in un momento in cui il Jazz vocale sembrava destinato a vivere solo di revival.

 

Renee, appena quindicenne al momento delle registrazioni, si inserisce invece non come nostalgia, ma come rinascita: una rilettura giovane, morbida, filigranata, sensuale senza essere mai compiaciuta. Il disco non è un tributo, né un esercizio di stile. È una riappropriazione del linguaggio Crooner-Jazzistico in chiave da camera, dove gli arrangiamenti non sovrastano mai la voce, ma la custodiscono, come si farebbe con qualcosa di raro e fragile.

Il suono dell’album è estremamente elegante costruito attorno a un Trio Jazz di base, pianoforte, contrabbasso e batteria, al quale si aggiungono una sezione d’archi e la classica formazione di fiati “big band”.

Le tracce sono fasi di un unico respiro.
“Summertime”, classico del repertorio di Gershwin apre con una naturalezza disarmante: niente enfasi, solo una linea melodica levigata dalla purezza del timbro, certamente una versione unica nel vasto panorama di interpreti di questo brano;
“A Love That Will Last”, probabilmente la più nota, è un manifesto di eleganza al rallentatore, un lento che non scivola nel romanticismo sdolcinato, ma lo trattiene sul bordo del bicchiere. La traccia più suggestiva, però, è “Sunday Kind of Love”: qui Renee sembra davvero parlare direttamente all’orecchio di chi ascolta, senza scena, senza palcoscenico. È un brano che dimostra come la sua forza non sia nella potenza, ma nel modo in cui si trattiene, come chi sa che il silenzio è parte della musica quanto il suono.

Stando a tante analisi di arrangiamenti che ho condotto, ciò che davvero colpisce è il ruolo degli archi in relazione all’organico jazzistico. Non sono mai un fondale ornamentale, né un abbellimento sentimentale: gli archi qui conducono con la band, come se fossero una estensione della sezione fiati. Entrano in punta di piedi, quasi cameristici, ma quando si espandono lo fanno con la precisione di un’orchestra sinfonica che conosce il valore dell’eleganza, non del volume. È un uso dell’arrangiamento che rivela una profonda consapevolezza della palette sonora: la big band resta sempre riconoscibile nel suo swing, ma gli archi la addolciscono dall’interno, come uno strato lucido che ricopre una struttura già perfetta. L’effetto è una morbidezza orchestrale che non appesantisce mai, ma scolpisce il colore del brano, dando alla voce di Renee non un cuscino, ma una cornice sottile, raffinata, calibrata al millimetro.

È un disco da ascoltare di domenica mattina, quando la luce entra lenta dalle finestre e il mondo non ha ancora ripreso a chiedere. C’è quel momento sospeso, tra il caffè che sale e il telefono che ancora tace, in cui si è più veri, più morbidi, più disponibili alla bellezza.

Meglio se ascoltato per intero, senza interruzioni, lasciando che la voce di Renee e la scrittura orchestrale si rivelino con naturalezza, come una conversazione intima che non ha bisogno di essere guidata. In cuffia, volendo; ma anche diffuso in casa, a volume medio-basso, mentre il tempo sembra dilatarsi.

Non è un album che cerca di sorprendere o stupire: è un album che accompagna. Che permette di respirare più lentamente. Che rimette in ordine le cose, non con forza, ma con una gentilezza che convince senza chiedere nulla.
Quando termina, non lascia un’impressione: lascia un’aria, una disposizione al mondo. Un piccolo equilibrio ritrovato.

Ci sono dischi che gridano per essere ricordati, e dischi che rimangono senza chiedere nulla. “Renee Olstead” appartiene alla seconda categoria: una piccola, luminosa stanza segreta da aprire quando si ha bisogno di qualcosa che scaldi, senza bruciare.

E forse è proprio lì che continueremo il nostro viaggio, settimana dopo settimana: nel territorio raro della musica che accarezza più di quanto dichiari.

 

Scheda Riassuntiva

 

Titolo: “Renee Olstead”

Artista: Renee Olstead

Anno di pubblicazione: 2004

Etichetta: Reprise Records

Produttore: David Foster

Arrangiatori principali: David Foster

Genere: Jazz vocale / Lounge jazz

Traccia più nota: “A Love That Will Last”

Traccia più suggestiva: “Sunday Kind of Love”

 

https://open.spotify.com/intl-it/album/0xBTBaqqZd6Vnmp0tJ3g42?si=k1I88UhoTCS5AnN4fF03dw


27 novembre 2025

27 novembre 2025

Nico Pappalettera

A cura di

''Tra eleganza orchestrale e intimità sussurrata, il discorso che trasforma l'ascolto in una stanza segreta''

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