TRA LE RIGHE - DALL'UCCIDERE LE ZANZARE, ALL'UCCIDERE I PENSIERI
TRA LE RIGHE - DALL'UCCIDERE LE ZANZARE, ALL'UCCIDERE I PENSIERI
26 novembre 2025
A cura di
Antonio Nenna



Negli ultimi giorni, l’Italia ha rivolto lo sguardo a una famiglia anglo-australiana che aveva scelto di vivere ai margini del mondo, in un casolare di pietra nascosto nei boschi di Palmoli. Una madre, un padre, tre bambini: tre piccole voci cresciute senza elettricità né acqua corrente, nutrendosi dell’orto, della terra, del silenzio. Avevano tentato un ritorno all’essenziale, come se il tempo potesse essere coltivato come un seme.
Ma un’intossicazione da funghi li ha riportati nel cuore della società, dove gli sguardi diventano giudizi e le domande diventano decreti. Il 20 novembre 2025, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha separato i figli dai genitori, dichiarandoli a rischio: rischio per il corpo, per la mente, per quel fragile ponte che conduce alla crescita. I bambini sono stati condotti in una struttura protetta; la potestà genitoriale sospesa.
Allora la famiglia ha scelto il silenzio:
il silenzio come scudo, come preghiera, come unica casa rimasta. E attorno a loro si è levato un coro confuso di proteste, indignazioni, difese, come se l’intero Paese fosse costretto a domandarsi cosa significhi davvero proteggere, cosa significhi davvero libertà.
La vicenda non è solo cronaca, ma un abitacolo dove le spore seminano una verità ormai invetriata, dove il clangore di una cicala costringe tutti gli ominidi a rincantucciarsi dubbiosi alla ricerca dell’umana felicità.
Abbiamo imparato a deviare i fiumi, ma non a deviare un pensiero; a spegnere un incendio, ma non a spegnere la paura; a costruire cattedrali, ma non a costruire pace. Siamo ingegneri del mondo, ma apprendisti del cuore.
Un vecchio maestro zen diceva: “L’uomo che vince mille battaglie non è grande quanto l’uomo che vince sé stesso.”
E noi, popolo del progresso, vinciamo mille battaglie al giorno contro la materia, ma continuiamo a essere sconfitti dal piccolo esercito dei nostri pensieri, così silenziosi e così invincibili. Sfavillano infinite e inesorabili micro-eternità che noi creature pensanti non riusciamo a coltivare, poiché infingardi e oziosi ci prostriamo dinanzi all’infima tracotanza del razionalismo che ghermisce le nostre ultime speranze.
La scelta della famiglia del bosco:
un’infinita ricerca di romitaggio spirituale, un ritorno al primordiale, sembra un koan, uno di quei paradossi che i monaci meditano per anni:
“Se costruisco una casa senza muri, posso forse intrappolare la libertà?”
Loro hanno provato ad abitare una risposta impossibile: essere più vicini alla terra che alla società, più vicini al silenzio che al rumore, più vicini all’essere che all’avere, e finalmente riuscire ad attraversare la frescura esistenziale, vivendo d’elemosina nel manto erboso dello spirito, privo di fronzoli, per poi finalmente cibarsi della sua radiante semplicità.
Eppure la collettività, come un grande fiume che teme di uscire dagli argini, reagisce contraendo e contenendo il corso, tendendo le briglie, richiamando la legge, la norma, il confine. È il paradosso del nostro tempo: proteggere significa controllare, custodire significa trattenere, salvare significa imporre.
Una parabola antica dice che un discepolo chiese al maestro come calmare la mente.
Il maestro gli rispose: “Vuoi calmare il lago? Smetti di scuoterne l’acqua.”
Ma noi viviamo scuotendo senza tregua il nostro lago interiore: opinioni, paure, notizie, giudizi appaiono ringhiosi, bellicosi, irruenti e impetuosi, trucidando il nostro spirito con integerrimi ostracismi e desueti soprusi, in un ingrottato che condanna l’essere a morire come un sorcio.
Così continuiamo a essere ingravescenti, cercando il silenzio fuori, mentre dentro siamo pronti a pascere tempeste.
Uccidere una zanzara è un gesto. Uccidere un pensiero è un viaggio.
Una zanzara può essere colpita con la mano; un pensiero no.
Un pensiero non ha ali, non ha suono, non ha sangue. È una diafana consistenza che incaglia la mente tra i cunicoli dell’intelletto.
È la diga che non sappiamo costruire, quella a cui le nostre tempra avvinghiate e in deliquio capitolano e cedono il loro approccio valoriale.
Abbiamo imparato a contenere fiumi e a spostare montagne.
Ma chi ci insegna a contenere l’ira? Chi ci insegna a spostare il dolore?
Chi progetta ponti tra ciò che sentiamo e ciò che siamo?
Abbiamo imparato a volare. Ma chi ci spiega come mordere il cielo?
La famiglia di Palmoli, pur nella fragilità delle loro scelte, ci pone una domanda che brucia:
“Abbiamo case solide, ma cuori abitabili?”
Il vero benessere non si riverbera nelle tubature né oscilla nei cavi, ma nello smerigliare soavi intonazioni alla condiscendenza del nostro spirito, perché la vera ricchezza non si misura con ciò che accumuliamo nelle mani, ma con quanta quiete riusciamo a custodire nel cuore.
Un detto zen ricorda:
“Quando la stanza è buia, non insultare il buio: accendi una lampada.”
E la lampada che ci manca non è tecnologica. È interiore. Questa storia ci riguarda, anche se non viviamo in un bosco. Perché ognuno di noi ha una foresta dentro: fitte radici di paure, alberi di desideri, animali timidi che non vogliono essere disturbati. Ognuno di noi ha un casolare interiore da restaurare, una stanza da riordinare, un sentiero da ripulire. E proprio lì, nel bosco mentale, ronzano le zanzare invisibili del pensiero.
Il compito non è sterminarle, ma comprenderle.
Non è ucciderle, ma trasformare il loro ronzio in una lezione.
Perché, come dice un proverbio buddhista:
“Quando la zanzara ti tiene sveglio, non è un insetto: è un insegnante.”
Forse, allora, la sfida più grande non è costruire altre dighe o altre strade. È erigere uno spazio per la mente, per il silenzio, per la gentilezza. Poiché è vero: noi esseri viventi siamo limitati nel tempo e nello spazio, ma il nostro cuore è un sublime capolavoro che, con audace maestria, riesce a saturare le infinite distese della penuria, ormai inghiottite dalla siccità monotona e cinerea dell’uomo, con un’arzilla e vegeta mitezza floreale…
Bisogna imparare l’arte occulta dell’introspezione, metterci in discussione per scoprire che l’uomo moderno sa uccidere le zanzare, ma non ha ancora imparato a esiliare lugubri elucubrazioni per disporre un’egida che preservi il nostro piccolo e sacro mondo…E il giorno in cui impareremo a farlo con delicatezza, con saggezza, con quella grazia che non si insegna ma si vive, forse potremo dire di aver dominato davvero il mondo: non quello fuori, ma quello che ci abita.
Negli ultimi giorni, l’Italia ha rivolto lo sguardo a una famiglia anglo-australiana che aveva scelto di vivere ai margini del mondo, in un casolare di pietra nascosto nei boschi di Palmoli. Una madre, un padre, tre bambini: tre piccole voci cresciute senza elettricità né acqua corrente, nutrendosi dell’orto, della terra, del silenzio. Avevano tentato un ritorno all’essenziale, come se il tempo potesse essere coltivato come un seme.
Ma un’intossicazione da funghi li ha riportati nel cuore della società, dove gli sguardi diventano giudizi e le domande diventano decreti. Il 20 novembre 2025, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha separato i figli dai genitori, dichiarandoli a rischio: rischio per il corpo, per la mente, per quel fragile ponte che conduce alla crescita. I bambini sono stati condotti in una struttura protetta; la potestà genitoriale sospesa.
Allora la famiglia ha scelto il silenzio:
il silenzio come scudo, come preghiera, come unica casa rimasta. E attorno a loro si è levato un coro confuso di proteste, indignazioni, difese, come se l’intero Paese fosse costretto a domandarsi cosa significhi davvero proteggere, cosa significhi davvero libertà.
La vicenda non è solo cronaca, ma un abitacolo dove le spore seminano una verità ormai invetriata, dove il clangore di una cicala costringe tutti gli ominidi a rincantucciarsi dubbiosi alla ricerca dell’umana felicità.
Abbiamo imparato a deviare i fiumi, ma non a deviare un pensiero; a spegnere un incendio, ma non a spegnere la paura; a costruire cattedrali, ma non a costruire pace. Siamo ingegneri del mondo, ma apprendisti del cuore.
Un vecchio maestro zen diceva: “L’uomo che vince mille battaglie non è grande quanto l’uomo che vince sé stesso.”
E noi, popolo del progresso, vinciamo mille battaglie al giorno contro la materia, ma continuiamo a essere sconfitti dal piccolo esercito dei nostri pensieri, così silenziosi e così invincibili. Sfavillano infinite e inesorabili micro-eternità che noi creature pensanti non riusciamo a coltivare, poiché infingardi e oziosi ci prostriamo dinanzi all’infima tracotanza del razionalismo che ghermisce le nostre ultime speranze.
La scelta della famiglia del bosco:
un’infinita ricerca di romitaggio spirituale, un ritorno al primordiale, sembra un koan, uno di quei paradossi che i monaci meditano per anni:
“Se costruisco una casa senza muri, posso forse intrappolare la libertà?”
Loro hanno provato ad abitare una risposta impossibile: essere più vicini alla terra che alla società, più vicini al silenzio che al rumore, più vicini all’essere che all’avere, e finalmente riuscire ad attraversare la frescura esistenziale, vivendo d’elemosina nel manto erboso dello spirito, privo di fronzoli, per poi finalmente cibarsi della sua radiante semplicità.
Eppure la collettività, come un grande fiume che teme di uscire dagli argini, reagisce contraendo e contenendo il corso, tendendo le briglie, richiamando la legge, la norma, il confine. È il paradosso del nostro tempo: proteggere significa controllare, custodire significa trattenere, salvare significa imporre.
Una parabola antica dice che un discepolo chiese al maestro come calmare la mente.
Il maestro gli rispose: “Vuoi calmare il lago? Smetti di scuoterne l’acqua.”
Ma noi viviamo scuotendo senza tregua il nostro lago interiore: opinioni, paure, notizie, giudizi appaiono ringhiosi, bellicosi, irruenti e impetuosi, trucidando il nostro spirito con integerrimi ostracismi e desueti soprusi, in un ingrottato che condanna l’essere a morire come un sorcio.
Così continuiamo a essere ingravescenti, cercando il silenzio fuori, mentre dentro siamo pronti a pascere tempeste.
Uccidere una zanzara è un gesto. Uccidere un pensiero è un viaggio.
Una zanzara può essere colpita con la mano; un pensiero no.
Un pensiero non ha ali, non ha suono, non ha sangue. È una diafana consistenza che incaglia la mente tra i cunicoli dell’intelletto.
È la diga che non sappiamo costruire, quella a cui le nostre tempra avvinghiate e in deliquio capitolano e cedono il loro approccio valoriale.
Abbiamo imparato a contenere fiumi e a spostare montagne.
Ma chi ci insegna a contenere l’ira? Chi ci insegna a spostare il dolore?
Chi progetta ponti tra ciò che sentiamo e ciò che siamo?
Abbiamo imparato a volare. Ma chi ci spiega come mordere il cielo?
La famiglia di Palmoli, pur nella fragilità delle loro scelte, ci pone una domanda che brucia:
“Abbiamo case solide, ma cuori abitabili?”
Il vero benessere non si riverbera nelle tubature né oscilla nei cavi, ma nello smerigliare soavi intonazioni alla condiscendenza del nostro spirito, perché la vera ricchezza non si misura con ciò che accumuliamo nelle mani, ma con quanta quiete riusciamo a custodire nel cuore.
Un detto zen ricorda:
“Quando la stanza è buia, non insultare il buio: accendi una lampada.”
E la lampada che ci manca non è tecnologica. È interiore. Questa storia ci riguarda, anche se non viviamo in un bosco. Perché ognuno di noi ha una foresta dentro: fitte radici di paure, alberi di desideri, animali timidi che non vogliono essere disturbati. Ognuno di noi ha un casolare interiore da restaurare, una stanza da riordinare, un sentiero da ripulire. E proprio lì, nel bosco mentale, ronzano le zanzare invisibili del pensiero.
Il compito non è sterminarle, ma comprenderle.
Non è ucciderle, ma trasformare il loro ronzio in una lezione.
Perché, come dice un proverbio buddhista:
“Quando la zanzara ti tiene sveglio, non è un insetto: è un insegnante.”
Forse, allora, la sfida più grande non è costruire altre dighe o altre strade. È erigere uno spazio per la mente, per il silenzio, per la gentilezza. Poiché è vero: noi esseri viventi siamo limitati nel tempo e nello spazio, ma il nostro cuore è un sublime capolavoro che, con audace maestria, riesce a saturare le infinite distese della penuria, ormai inghiottite dalla siccità monotona e cinerea dell’uomo, con un’arzilla e vegeta mitezza floreale…
Bisogna imparare l’arte occulta dell’introspezione, metterci in discussione per scoprire che l’uomo moderno sa uccidere le zanzare, ma non ha ancora imparato a esiliare lugubri elucubrazioni per disporre un’egida che preservi il nostro piccolo e sacro mondo…E il giorno in cui impareremo a farlo con delicatezza, con saggezza, con quella grazia che non si insegna ma si vive, forse potremo dire di aver dominato davvero il mondo: non quello fuori, ma quello che ci abita.
Negli ultimi giorni, l’Italia ha rivolto lo sguardo a una famiglia anglo-australiana che aveva scelto di vivere ai margini del mondo, in un casolare di pietra nascosto nei boschi di Palmoli. Una madre, un padre, tre bambini: tre piccole voci cresciute senza elettricità né acqua corrente, nutrendosi dell’orto, della terra, del silenzio. Avevano tentato un ritorno all’essenziale, come se il tempo potesse essere coltivato come un seme.
Ma un’intossicazione da funghi li ha riportati nel cuore della società, dove gli sguardi diventano giudizi e le domande diventano decreti. Il 20 novembre 2025, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha separato i figli dai genitori, dichiarandoli a rischio: rischio per il corpo, per la mente, per quel fragile ponte che conduce alla crescita. I bambini sono stati condotti in una struttura protetta; la potestà genitoriale sospesa.
Allora la famiglia ha scelto il silenzio:
il silenzio come scudo, come preghiera, come unica casa rimasta. E attorno a loro si è levato un coro confuso di proteste, indignazioni, difese, come se l’intero Paese fosse costretto a domandarsi cosa significhi davvero proteggere, cosa significhi davvero libertà.
La vicenda non è solo cronaca, ma un abitacolo dove le spore seminano una verità ormai invetriata, dove il clangore di una cicala costringe tutti gli ominidi a rincantucciarsi dubbiosi alla ricerca dell’umana felicità.
Abbiamo imparato a deviare i fiumi, ma non a deviare un pensiero; a spegnere un incendio, ma non a spegnere la paura; a costruire cattedrali, ma non a costruire pace. Siamo ingegneri del mondo, ma apprendisti del cuore.
Un vecchio maestro zen diceva: “L’uomo che vince mille battaglie non è grande quanto l’uomo che vince sé stesso.”
E noi, popolo del progresso, vinciamo mille battaglie al giorno contro la materia, ma continuiamo a essere sconfitti dal piccolo esercito dei nostri pensieri, così silenziosi e così invincibili. Sfavillano infinite e inesorabili micro-eternità che noi creature pensanti non riusciamo a coltivare, poiché infingardi e oziosi ci prostriamo dinanzi all’infima tracotanza del razionalismo che ghermisce le nostre ultime speranze.
La scelta della famiglia del bosco:
un’infinita ricerca di romitaggio spirituale, un ritorno al primordiale, sembra un koan, uno di quei paradossi che i monaci meditano per anni:
“Se costruisco una casa senza muri, posso forse intrappolare la libertà?”
Loro hanno provato ad abitare una risposta impossibile: essere più vicini alla terra che alla società, più vicini al silenzio che al rumore, più vicini all’essere che all’avere, e finalmente riuscire ad attraversare la frescura esistenziale, vivendo d’elemosina nel manto erboso dello spirito, privo di fronzoli, per poi finalmente cibarsi della sua radiante semplicità.
Eppure la collettività, come un grande fiume che teme di uscire dagli argini, reagisce contraendo e contenendo il corso, tendendo le briglie, richiamando la legge, la norma, il confine. È il paradosso del nostro tempo: proteggere significa controllare, custodire significa trattenere, salvare significa imporre.
Una parabola antica dice che un discepolo chiese al maestro come calmare la mente.
Il maestro gli rispose: “Vuoi calmare il lago? Smetti di scuoterne l’acqua.”
Ma noi viviamo scuotendo senza tregua il nostro lago interiore: opinioni, paure, notizie, giudizi appaiono ringhiosi, bellicosi, irruenti e impetuosi, trucidando il nostro spirito con integerrimi ostracismi e desueti soprusi, in un ingrottato che condanna l’essere a morire come un sorcio.
Così continuiamo a essere ingravescenti, cercando il silenzio fuori, mentre dentro siamo pronti a pascere tempeste.
Uccidere una zanzara è un gesto. Uccidere un pensiero è un viaggio.
Una zanzara può essere colpita con la mano; un pensiero no.
Un pensiero non ha ali, non ha suono, non ha sangue. È una diafana consistenza che incaglia la mente tra i cunicoli dell’intelletto.
È la diga che non sappiamo costruire, quella a cui le nostre tempra avvinghiate e in deliquio capitolano e cedono il loro approccio valoriale.
Abbiamo imparato a contenere fiumi e a spostare montagne.
Ma chi ci insegna a contenere l’ira? Chi ci insegna a spostare il dolore?
Chi progetta ponti tra ciò che sentiamo e ciò che siamo?
Abbiamo imparato a volare. Ma chi ci spiega come mordere il cielo?
La famiglia di Palmoli, pur nella fragilità delle loro scelte, ci pone una domanda che brucia:
“Abbiamo case solide, ma cuori abitabili?”
Il vero benessere non si riverbera nelle tubature né oscilla nei cavi, ma nello smerigliare soavi intonazioni alla condiscendenza del nostro spirito, perché la vera ricchezza non si misura con ciò che accumuliamo nelle mani, ma con quanta quiete riusciamo a custodire nel cuore.
Un detto zen ricorda:
“Quando la stanza è buia, non insultare il buio: accendi una lampada.”
E la lampada che ci manca non è tecnologica. È interiore. Questa storia ci riguarda, anche se non viviamo in un bosco. Perché ognuno di noi ha una foresta dentro: fitte radici di paure, alberi di desideri, animali timidi che non vogliono essere disturbati. Ognuno di noi ha un casolare interiore da restaurare, una stanza da riordinare, un sentiero da ripulire. E proprio lì, nel bosco mentale, ronzano le zanzare invisibili del pensiero.
Il compito non è sterminarle, ma comprenderle.
Non è ucciderle, ma trasformare il loro ronzio in una lezione.
Perché, come dice un proverbio buddhista:
“Quando la zanzara ti tiene sveglio, non è un insetto: è un insegnante.”
Forse, allora, la sfida più grande non è costruire altre dighe o altre strade. È erigere uno spazio per la mente, per il silenzio, per la gentilezza. Poiché è vero: noi esseri viventi siamo limitati nel tempo e nello spazio, ma il nostro cuore è un sublime capolavoro che, con audace maestria, riesce a saturare le infinite distese della penuria, ormai inghiottite dalla siccità monotona e cinerea dell’uomo, con un’arzilla e vegeta mitezza floreale…
Bisogna imparare l’arte occulta dell’introspezione, metterci in discussione per scoprire che l’uomo moderno sa uccidere le zanzare, ma non ha ancora imparato a esiliare lugubri elucubrazioni per disporre un’egida che preservi il nostro piccolo e sacro mondo…E il giorno in cui impareremo a farlo con delicatezza, con saggezza, con quella grazia che non si insegna ma si vive, forse potremo dire di aver dominato davvero il mondo: non quello fuori, ma quello che ci abita.
26 novembre 2025
26 novembre 2025
Antonio Nenna
A cura di