FLOWECONOMY - CINEMA ITALIANO TRA CULTURA E LA FRAGILITA' DEL TAX CREDIT

FLOWECONOMY - CINEMA ITALIANO TRA CULTURA E LA FRAGILITA' DEL TAX CREDIT

29 novembre 2025

A cura di

Antonio Scaglione

La dichiarazione della sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, di qualche giorno fa, ha riaperto un acceso dibattito sul futuro del cinema italiano. Negli ultimi anni il tax credit ha generato una domanda molto superiore alla capacità del fondo, con un accumulo di oltre 1,4 miliardi di euro di richieste non ancora coperte, che non rappresenta un buco di bilancio ma il segnale di un modello che ha incentivato più progetti di quanti lo Stato possa sostenere stabilmente. Per questo motivo la sottosegretaria parla della necessità di «una norma con dei tetti» nell'ambito della riscrittura totale della legge Franceschini, al fine di evitare futuri “tagli” dei fondi disponibili ed evitare il fenomeno dello “splafonamento”.

Il tax credit rappresenta, di fatto, il principale strumento di finanziamento del cinema italiano. Esso non consiste in un contributo a fondo perduto, ma in un credito d’imposta legato alle spese effettivamente sostenute in fase di produzione, con aliquote comprese tra il 15% e il 40% in base ai criteri fissati dalla normativa. La sua reale forza risiede nella piena cedibilità del credito agli istituti finanziari, bancari e assicurativi che lo acquistano con operazioni di cessione pro soluto, trasformando il credito fiscale — acquistato a un valore scontato, in liquidità immediata da utilizzare a copertura dei costi di produzione lungo l’intero ciclo realizzativo.

È importante sottolineare che il credito non matura nella fase preventiva, che è solo autorizzativa, ma soltanto dopo la rendicontazione delle spese e il riconoscimento definitivo del Ministero, momento in cui diventa un credito fiscale reale, cedibile e utilizzabile in compensazione.

Inoltre, i dati confermano la centralità di questo strumento: nel 2024 il tax credit ha coperto circa il 31% del costo totale dei film italiani, il 27% delle opere TV e web e oltre il 36% delle produzioni internazionali realizzate in Italia. Significa, quindi, che mediamente circa un terzo del budget di ogni progetto audiovisivo viene finanziato dall’agevolazione fiscale, motivo per cui ogni ritardo o modifica normativa crea instabilità lungo tutta la filiera.

In questo quadro si intrecciano due dimensioni spesso trattate separatamente, ma in realtà inseparabili: quella culturale e quella industriale. La Legge 220/2016 riconosce il cinema come bene culturale di interesse nazionale, strumento di espressione artistica e identitaria, ma al contempo il cinema costituisce anche un comparto produttivo che compete in un contesto internazionale. Quasi tutti i Paesi europei offrono incentivi fiscali simili, e il mercato italiano, limitato dal punto di vista linguistico e dimensionale, non genera ricavi sufficienti a sostenere autonomamente i costi di produzione. Il tax credit, pertanto, non serve solo a sostenere la cultura, ma a tenere l’Italia agganciata all’aggressiva competizione globale, evitando che gli investimenti nel settore vadano ai competitor europei e/o esteri.

La sfida della futura legge sarà quindi duplice: rendere il tax credit stabile e finanziariamente sostenibile, ma al tempo stesso sarebbe auspicabile affiancarlo ad altri strumenti, investimenti privati, fondi strutturali, politiche per sale e distribuzione, per evitare che l’intero settore continui a dipendere da un solo meccanismo. Un’industria che si regge unicamente su un pilastro così fragile rischia di crollare ogni volta che quel pilastro oscilla.


La dichiarazione della sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, di qualche giorno fa, ha riaperto un acceso dibattito sul futuro del cinema italiano. Negli ultimi anni il tax credit ha generato una domanda molto superiore alla capacità del fondo, con un accumulo di oltre 1,4 miliardi di euro di richieste non ancora coperte, che non rappresenta un buco di bilancio ma il segnale di un modello che ha incentivato più progetti di quanti lo Stato possa sostenere stabilmente. Per questo motivo la sottosegretaria parla della necessità di «una norma con dei tetti» nell'ambito della riscrittura totale della legge Franceschini, al fine di evitare futuri “tagli” dei fondi disponibili ed evitare il fenomeno dello “splafonamento”.

Il tax credit rappresenta, di fatto, il principale strumento di finanziamento del cinema italiano. Esso non consiste in un contributo a fondo perduto, ma in un credito d’imposta legato alle spese effettivamente sostenute in fase di produzione, con aliquote comprese tra il 15% e il 40% in base ai criteri fissati dalla normativa. La sua reale forza risiede nella piena cedibilità del credito agli istituti finanziari, bancari e assicurativi che lo acquistano con operazioni di cessione pro soluto, trasformando il credito fiscale — acquistato a un valore scontato, in liquidità immediata da utilizzare a copertura dei costi di produzione lungo l’intero ciclo realizzativo.

È importante sottolineare che il credito non matura nella fase preventiva, che è solo autorizzativa, ma soltanto dopo la rendicontazione delle spese e il riconoscimento definitivo del Ministero, momento in cui diventa un credito fiscale reale, cedibile e utilizzabile in compensazione.

Inoltre, i dati confermano la centralità di questo strumento: nel 2024 il tax credit ha coperto circa il 31% del costo totale dei film italiani, il 27% delle opere TV e web e oltre il 36% delle produzioni internazionali realizzate in Italia. Significa, quindi, che mediamente circa un terzo del budget di ogni progetto audiovisivo viene finanziato dall’agevolazione fiscale, motivo per cui ogni ritardo o modifica normativa crea instabilità lungo tutta la filiera.

In questo quadro si intrecciano due dimensioni spesso trattate separatamente, ma in realtà inseparabili: quella culturale e quella industriale. La Legge 220/2016 riconosce il cinema come bene culturale di interesse nazionale, strumento di espressione artistica e identitaria, ma al contempo il cinema costituisce anche un comparto produttivo che compete in un contesto internazionale. Quasi tutti i Paesi europei offrono incentivi fiscali simili, e il mercato italiano, limitato dal punto di vista linguistico e dimensionale, non genera ricavi sufficienti a sostenere autonomamente i costi di produzione. Il tax credit, pertanto, non serve solo a sostenere la cultura, ma a tenere l’Italia agganciata all’aggressiva competizione globale, evitando che gli investimenti nel settore vadano ai competitor europei e/o esteri.

La sfida della futura legge sarà quindi duplice: rendere il tax credit stabile e finanziariamente sostenibile, ma al tempo stesso sarebbe auspicabile affiancarlo ad altri strumenti, investimenti privati, fondi strutturali, politiche per sale e distribuzione, per evitare che l’intero settore continui a dipendere da un solo meccanismo. Un’industria che si regge unicamente su un pilastro così fragile rischia di crollare ogni volta che quel pilastro oscilla.


La dichiarazione della sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, di qualche giorno fa, ha riaperto un acceso dibattito sul futuro del cinema italiano. Negli ultimi anni il tax credit ha generato una domanda molto superiore alla capacità del fondo, con un accumulo di oltre 1,4 miliardi di euro di richieste non ancora coperte, che non rappresenta un buco di bilancio ma il segnale di un modello che ha incentivato più progetti di quanti lo Stato possa sostenere stabilmente. Per questo motivo la sottosegretaria parla della necessità di «una norma con dei tetti» nell'ambito della riscrittura totale della legge Franceschini, al fine di evitare futuri “tagli” dei fondi disponibili ed evitare il fenomeno dello “splafonamento”.

Il tax credit rappresenta, di fatto, il principale strumento di finanziamento del cinema italiano. Esso non consiste in un contributo a fondo perduto, ma in un credito d’imposta legato alle spese effettivamente sostenute in fase di produzione, con aliquote comprese tra il 15% e il 40% in base ai criteri fissati dalla normativa. La sua reale forza risiede nella piena cedibilità del credito agli istituti finanziari, bancari e assicurativi che lo acquistano con operazioni di cessione pro soluto, trasformando il credito fiscale — acquistato a un valore scontato, in liquidità immediata da utilizzare a copertura dei costi di produzione lungo l’intero ciclo realizzativo.

È importante sottolineare che il credito non matura nella fase preventiva, che è solo autorizzativa, ma soltanto dopo la rendicontazione delle spese e il riconoscimento definitivo del Ministero, momento in cui diventa un credito fiscale reale, cedibile e utilizzabile in compensazione.

Inoltre, i dati confermano la centralità di questo strumento: nel 2024 il tax credit ha coperto circa il 31% del costo totale dei film italiani, il 27% delle opere TV e web e oltre il 36% delle produzioni internazionali realizzate in Italia. Significa, quindi, che mediamente circa un terzo del budget di ogni progetto audiovisivo viene finanziato dall’agevolazione fiscale, motivo per cui ogni ritardo o modifica normativa crea instabilità lungo tutta la filiera.

In questo quadro si intrecciano due dimensioni spesso trattate separatamente, ma in realtà inseparabili: quella culturale e quella industriale. La Legge 220/2016 riconosce il cinema come bene culturale di interesse nazionale, strumento di espressione artistica e identitaria, ma al contempo il cinema costituisce anche un comparto produttivo che compete in un contesto internazionale. Quasi tutti i Paesi europei offrono incentivi fiscali simili, e il mercato italiano, limitato dal punto di vista linguistico e dimensionale, non genera ricavi sufficienti a sostenere autonomamente i costi di produzione. Il tax credit, pertanto, non serve solo a sostenere la cultura, ma a tenere l’Italia agganciata all’aggressiva competizione globale, evitando che gli investimenti nel settore vadano ai competitor europei e/o esteri.

La sfida della futura legge sarà quindi duplice: rendere il tax credit stabile e finanziariamente sostenibile, ma al tempo stesso sarebbe auspicabile affiancarlo ad altri strumenti, investimenti privati, fondi strutturali, politiche per sale e distribuzione, per evitare che l’intero settore continui a dipendere da un solo meccanismo. Un’industria che si regge unicamente su un pilastro così fragile rischia di crollare ogni volta che quel pilastro oscilla.


29 novembre 2025

29 novembre 2025

Antonio Scaglione

A cura di

''Il cuore finanziario dell'audiovisivo italiano è sotto pressione: cosa significa davvero mettere dei tetti?''

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