ESSENZIALI D'ASCOLTO - FRANK SINATRA E LA SOVRANITA' DI L.A. IS MY LADY

ESSENZIALI D'ASCOLTO - FRANK SINATRA E LA SOVRANITA' DI L.A. IS MY LADY

4 dicembre 2025

A cura di

Nico Pappalettera

Nell’ultima pubblicazione abbiamo esplorato la delicatezza luminosa della giovane Renee Olstead, sospesa tra big band e intimità, nel pieno di quell’immaginario in cui il Jazz diventa carezza e promessa. Oggi, ci spostiamo dall’altra parte della linea temporale: là dove la leggenda non deve più dimostrare nulla, perché è già diventata forma, stile, mitologia.

Quando camminavo in direzione “Walk Of Fame”, per le vie di Los Angeles, pensavo che  “la modernità di una città si misura nel modo in cui conserva ciò che ha già vissuto”. Effettivamente, con le sue notti stilizzate, i grattacieli che brillano e la memoria del cinema che aleggia in ogni angolo, ci avviciniamo al disco che celebra la città di “Hollywood” nella sua totalità. L.A. Is My Lady” è proprio questo: Sinatra che non guarda indietro, ma di lato, osservando la città che lo ha amato, modellato, adottato. Non c’è nostalgia, ma una specie di aplomb sicuro, elegante, quasi imperiale. Una mano infilata nella tasca della giacca, un bicchiere di bourbon, la vista sulla città da una terrazza alta sopra i grattacieli. Sinatra non si ritira nella leggenda: ci cammina dentro.

“L.A. Is My Lady” viene pubblicato nel 1984 sotto etichetta Warner Bros Records, prodotto da Quincy Jones. È un disco tardivo, ma non stanco: è lucidissimo. Sinatra, dopo decenni di palcoscenici, film, orchestra, riviste, sceglie di entrare in studio con una generazione di musicisti più giovani, ma cresciuti nel suo mito. Quincy Jones gli costruisce attorno una band completamente nuova, di nuovi talenti. Il contesto è quello dell’America che si avvia verso il glamour degli anni Ottanta, con produzioni luccicanti, dinamiche più spinte, e un’idea di show-business come estetica totale. Sinatra, però, non cerca di modernizzarsi, semplicemente si lascia circondare: è l’ultimo Sinatra davvero presente nello studio, vivo, magnetico, non celebrato ma protagonista.

Il disco si apre con la title track, “L.A. Is My Lady”, un inno elegante, estremamente radiofonico, con un ritmo quasi da passeggiata notturna sulla Sunset Boulevard.

È un Sinatra che sorride mentre canta, e lo si sente, lo testimoniano, anche, filmati dell’epoca direttamente girati durante la sessione di registrazione.

Segue “The Best of Everything”, e già qui si avverte la mano di Quincy: groove, basso rotondo, orchestra che risponde al canto di Frank come una conversazione tra vecchi amici. “Mack the Knife”, reinterpretata con un gusto quasi cinematografico, è uno dei vertici del disco. Sinatra gioca, improvvisa, si diverte, non dimostra ma sfila.

La traccia più nota è, inevitabilmente, “L.A. Is My Lady”.
La più suggestiva, per raffinatezza di fraseggio e atmosfera, è “Stormy Weather”. Qui l’atmosfera non è più solo glamour, ma intimità: una terrazza dopo la pioggia, le luci sfocate dei fanali lontani e Sinatra canta come se parlasse a una sola persona nella stanza.


Parentesi personale, ma pertinente: ho trascritto “Stormy Weather” nella versione di questo disco e studiare queste pagine dall’interno significa vedere quanto l’orchestrazione sia costruita su linee che respirano, su dinamiche che si aprono e si richiudono come tende mosse dal vento. Non c’è assolutamente nulla di casuale. Affini si potrebbero citare alcuni lavori tardi di Ella Fitzgerald o Sarah Vaughan, ma qui il tono è un altro: più elegante che vulnerabile, più lucido che romantico. Sinatra resta Sinatra. Sempre.

E qui, vale la pena fermarsi su chi costruisce questo clima: l’arrangiatore è Quincy Jones, al timone con la calma e l’autorità di chi conosce ogni ricamo possibile nella scrittura per l’ orchestra moderna. Nella big band, delle giovani promesse dell’epoca, compaiono, tra tutti, i fratelli Brecker e George Benson, nomi che, sulla carta, avrebbero potuto trasformare ogni brano in una dimostrazione di forza virtuosistica. E invece no.
Il pregio più grande di questo disco è proprio questo: tutti questi giganti (nel 2025 possiamo affermarlo a gran voce) si auto-contengono. Nessuno domina. Nessuno brilla da solo.
È il jazz più difficile: quello dell’equilibrio, del peso, della misura.

Un dettaglio importante, quasi nascosto ma decisivo, è l’inserimento sottile dei synth, in particolare della Yamaha DX7, figlia diretta del 1984, anno dell’album. Questi suoni elettronici non sono usati per modernizzare Sinatra né per aggiornare il Jazz, come avrebbe fatto la Fusion, ma sono sfumature, luci al neon dietro una facciata di marmo: sono la Los Angeles notturna degli anni ’80 che entra dalla finestra, quella che non invade, ma illumina.

Questo è un disco da ascoltare nel tardo pomeriggio, quando la luce comincia a diventare oro e la giornata si scioglie nella sua parte più lenta.
Meglio se in vinile o in cuffia, con un bicchiere, vino, whiskey, o anche solo tè, purché il gesto sia lento. Con la forte pioggia di oggi, gioco del destino, assume una particolarità invidiabile.

Non è un album che richiede silenzio, è un album che crea lo spazio in cui il silenzio diventa naturale. Quando finisce, non si sente il bisogno di riascoltarlo. Si sente il bisogno di diventare come Frank (magari).

“L.A. Is My Lady” non è un addio e non è un ritorno. È la serenità sovrana di chi ha già scritto la storia e ora può permettersi di guardarla dall’alto, con un mezzo sorriso, come chi osserva la città che lo ha amato e riconosce che sì, forse la leggenda è più dolce di quanto sembrasse viverla.

E noi, nel nostro piccolo, continueremo questo viaggio, in un altro scenario con la stessa ricerca: la bellezza che resta.


Scheda riassuntiva

Titolo: “L.A. Is My Lady”

Artista: Frank Sinatra

Anno di pubblicazione: 1984

Etichetta: Warner Bros Records

Produttore: Quincy Jones

Arrangiatori principali: Quincy Jones

Genere: Vocal Jazz / Big Band

Traccia più nota: “L.A. Is My Lady”

Traccia più suggestiva: “Stormy Weather”

 

https://open.spotify.com/intl-it/album/4zvku3SSgsUaVRsvcCZ1aU?si=-ejWxGMwSqSMuyK8bvX1TA

 

Nell’ultima pubblicazione abbiamo esplorato la delicatezza luminosa della giovane Renee Olstead, sospesa tra big band e intimità, nel pieno di quell’immaginario in cui il Jazz diventa carezza e promessa. Oggi, ci spostiamo dall’altra parte della linea temporale: là dove la leggenda non deve più dimostrare nulla, perché è già diventata forma, stile, mitologia.

Quando camminavo in direzione “Walk Of Fame”, per le vie di Los Angeles, pensavo che  “la modernità di una città si misura nel modo in cui conserva ciò che ha già vissuto”. Effettivamente, con le sue notti stilizzate, i grattacieli che brillano e la memoria del cinema che aleggia in ogni angolo, ci avviciniamo al disco che celebra la città di “Hollywood” nella sua totalità. L.A. Is My Lady” è proprio questo: Sinatra che non guarda indietro, ma di lato, osservando la città che lo ha amato, modellato, adottato. Non c’è nostalgia, ma una specie di aplomb sicuro, elegante, quasi imperiale. Una mano infilata nella tasca della giacca, un bicchiere di bourbon, la vista sulla città da una terrazza alta sopra i grattacieli. Sinatra non si ritira nella leggenda: ci cammina dentro.

“L.A. Is My Lady” viene pubblicato nel 1984 sotto etichetta Warner Bros Records, prodotto da Quincy Jones. È un disco tardivo, ma non stanco: è lucidissimo. Sinatra, dopo decenni di palcoscenici, film, orchestra, riviste, sceglie di entrare in studio con una generazione di musicisti più giovani, ma cresciuti nel suo mito. Quincy Jones gli costruisce attorno una band completamente nuova, di nuovi talenti. Il contesto è quello dell’America che si avvia verso il glamour degli anni Ottanta, con produzioni luccicanti, dinamiche più spinte, e un’idea di show-business come estetica totale. Sinatra, però, non cerca di modernizzarsi, semplicemente si lascia circondare: è l’ultimo Sinatra davvero presente nello studio, vivo, magnetico, non celebrato ma protagonista.

Il disco si apre con la title track, “L.A. Is My Lady”, un inno elegante, estremamente radiofonico, con un ritmo quasi da passeggiata notturna sulla Sunset Boulevard.

È un Sinatra che sorride mentre canta, e lo si sente, lo testimoniano, anche, filmati dell’epoca direttamente girati durante la sessione di registrazione.

Segue “The Best of Everything”, e già qui si avverte la mano di Quincy: groove, basso rotondo, orchestra che risponde al canto di Frank come una conversazione tra vecchi amici. “Mack the Knife”, reinterpretata con un gusto quasi cinematografico, è uno dei vertici del disco. Sinatra gioca, improvvisa, si diverte, non dimostra ma sfila.

La traccia più nota è, inevitabilmente, “L.A. Is My Lady”.
La più suggestiva, per raffinatezza di fraseggio e atmosfera, è “Stormy Weather”. Qui l’atmosfera non è più solo glamour, ma intimità: una terrazza dopo la pioggia, le luci sfocate dei fanali lontani e Sinatra canta come se parlasse a una sola persona nella stanza.


Parentesi personale, ma pertinente: ho trascritto “Stormy Weather” nella versione di questo disco e studiare queste pagine dall’interno significa vedere quanto l’orchestrazione sia costruita su linee che respirano, su dinamiche che si aprono e si richiudono come tende mosse dal vento. Non c’è assolutamente nulla di casuale. Affini si potrebbero citare alcuni lavori tardi di Ella Fitzgerald o Sarah Vaughan, ma qui il tono è un altro: più elegante che vulnerabile, più lucido che romantico. Sinatra resta Sinatra. Sempre.

E qui, vale la pena fermarsi su chi costruisce questo clima: l’arrangiatore è Quincy Jones, al timone con la calma e l’autorità di chi conosce ogni ricamo possibile nella scrittura per l’ orchestra moderna. Nella big band, delle giovani promesse dell’epoca, compaiono, tra tutti, i fratelli Brecker e George Benson, nomi che, sulla carta, avrebbero potuto trasformare ogni brano in una dimostrazione di forza virtuosistica. E invece no.
Il pregio più grande di questo disco è proprio questo: tutti questi giganti (nel 2025 possiamo affermarlo a gran voce) si auto-contengono. Nessuno domina. Nessuno brilla da solo.
È il jazz più difficile: quello dell’equilibrio, del peso, della misura.

Un dettaglio importante, quasi nascosto ma decisivo, è l’inserimento sottile dei synth, in particolare della Yamaha DX7, figlia diretta del 1984, anno dell’album. Questi suoni elettronici non sono usati per modernizzare Sinatra né per aggiornare il Jazz, come avrebbe fatto la Fusion, ma sono sfumature, luci al neon dietro una facciata di marmo: sono la Los Angeles notturna degli anni ’80 che entra dalla finestra, quella che non invade, ma illumina.

Questo è un disco da ascoltare nel tardo pomeriggio, quando la luce comincia a diventare oro e la giornata si scioglie nella sua parte più lenta.
Meglio se in vinile o in cuffia, con un bicchiere, vino, whiskey, o anche solo tè, purché il gesto sia lento. Con la forte pioggia di oggi, gioco del destino, assume una particolarità invidiabile.

Non è un album che richiede silenzio, è un album che crea lo spazio in cui il silenzio diventa naturale. Quando finisce, non si sente il bisogno di riascoltarlo. Si sente il bisogno di diventare come Frank (magari).

“L.A. Is My Lady” non è un addio e non è un ritorno. È la serenità sovrana di chi ha già scritto la storia e ora può permettersi di guardarla dall’alto, con un mezzo sorriso, come chi osserva la città che lo ha amato e riconosce che sì, forse la leggenda è più dolce di quanto sembrasse viverla.

E noi, nel nostro piccolo, continueremo questo viaggio, in un altro scenario con la stessa ricerca: la bellezza che resta.


Scheda riassuntiva

Titolo: “L.A. Is My Lady”

Artista: Frank Sinatra

Anno di pubblicazione: 1984

Etichetta: Warner Bros Records

Produttore: Quincy Jones

Arrangiatori principali: Quincy Jones

Genere: Vocal Jazz / Big Band

Traccia più nota: “L.A. Is My Lady”

Traccia più suggestiva: “Stormy Weather”

 

https://open.spotify.com/intl-it/album/4zvku3SSgsUaVRsvcCZ1aU?si=-ejWxGMwSqSMuyK8bvX1TA

 

Nell’ultima pubblicazione abbiamo esplorato la delicatezza luminosa della giovane Renee Olstead, sospesa tra big band e intimità, nel pieno di quell’immaginario in cui il Jazz diventa carezza e promessa. Oggi, ci spostiamo dall’altra parte della linea temporale: là dove la leggenda non deve più dimostrare nulla, perché è già diventata forma, stile, mitologia.

Quando camminavo in direzione “Walk Of Fame”, per le vie di Los Angeles, pensavo che  “la modernità di una città si misura nel modo in cui conserva ciò che ha già vissuto”. Effettivamente, con le sue notti stilizzate, i grattacieli che brillano e la memoria del cinema che aleggia in ogni angolo, ci avviciniamo al disco che celebra la città di “Hollywood” nella sua totalità. L.A. Is My Lady” è proprio questo: Sinatra che non guarda indietro, ma di lato, osservando la città che lo ha amato, modellato, adottato. Non c’è nostalgia, ma una specie di aplomb sicuro, elegante, quasi imperiale. Una mano infilata nella tasca della giacca, un bicchiere di bourbon, la vista sulla città da una terrazza alta sopra i grattacieli. Sinatra non si ritira nella leggenda: ci cammina dentro.

“L.A. Is My Lady” viene pubblicato nel 1984 sotto etichetta Warner Bros Records, prodotto da Quincy Jones. È un disco tardivo, ma non stanco: è lucidissimo. Sinatra, dopo decenni di palcoscenici, film, orchestra, riviste, sceglie di entrare in studio con una generazione di musicisti più giovani, ma cresciuti nel suo mito. Quincy Jones gli costruisce attorno una band completamente nuova, di nuovi talenti. Il contesto è quello dell’America che si avvia verso il glamour degli anni Ottanta, con produzioni luccicanti, dinamiche più spinte, e un’idea di show-business come estetica totale. Sinatra, però, non cerca di modernizzarsi, semplicemente si lascia circondare: è l’ultimo Sinatra davvero presente nello studio, vivo, magnetico, non celebrato ma protagonista.

Il disco si apre con la title track, “L.A. Is My Lady”, un inno elegante, estremamente radiofonico, con un ritmo quasi da passeggiata notturna sulla Sunset Boulevard.

È un Sinatra che sorride mentre canta, e lo si sente, lo testimoniano, anche, filmati dell’epoca direttamente girati durante la sessione di registrazione.

Segue “The Best of Everything”, e già qui si avverte la mano di Quincy: groove, basso rotondo, orchestra che risponde al canto di Frank come una conversazione tra vecchi amici. “Mack the Knife”, reinterpretata con un gusto quasi cinematografico, è uno dei vertici del disco. Sinatra gioca, improvvisa, si diverte, non dimostra ma sfila.

La traccia più nota è, inevitabilmente, “L.A. Is My Lady”.
La più suggestiva, per raffinatezza di fraseggio e atmosfera, è “Stormy Weather”. Qui l’atmosfera non è più solo glamour, ma intimità: una terrazza dopo la pioggia, le luci sfocate dei fanali lontani e Sinatra canta come se parlasse a una sola persona nella stanza.


Parentesi personale, ma pertinente: ho trascritto “Stormy Weather” nella versione di questo disco e studiare queste pagine dall’interno significa vedere quanto l’orchestrazione sia costruita su linee che respirano, su dinamiche che si aprono e si richiudono come tende mosse dal vento. Non c’è assolutamente nulla di casuale. Affini si potrebbero citare alcuni lavori tardi di Ella Fitzgerald o Sarah Vaughan, ma qui il tono è un altro: più elegante che vulnerabile, più lucido che romantico. Sinatra resta Sinatra. Sempre.

E qui, vale la pena fermarsi su chi costruisce questo clima: l’arrangiatore è Quincy Jones, al timone con la calma e l’autorità di chi conosce ogni ricamo possibile nella scrittura per l’ orchestra moderna. Nella big band, delle giovani promesse dell’epoca, compaiono, tra tutti, i fratelli Brecker e George Benson, nomi che, sulla carta, avrebbero potuto trasformare ogni brano in una dimostrazione di forza virtuosistica. E invece no.
Il pregio più grande di questo disco è proprio questo: tutti questi giganti (nel 2025 possiamo affermarlo a gran voce) si auto-contengono. Nessuno domina. Nessuno brilla da solo.
È il jazz più difficile: quello dell’equilibrio, del peso, della misura.

Un dettaglio importante, quasi nascosto ma decisivo, è l’inserimento sottile dei synth, in particolare della Yamaha DX7, figlia diretta del 1984, anno dell’album. Questi suoni elettronici non sono usati per modernizzare Sinatra né per aggiornare il Jazz, come avrebbe fatto la Fusion, ma sono sfumature, luci al neon dietro una facciata di marmo: sono la Los Angeles notturna degli anni ’80 che entra dalla finestra, quella che non invade, ma illumina.

Questo è un disco da ascoltare nel tardo pomeriggio, quando la luce comincia a diventare oro e la giornata si scioglie nella sua parte più lenta.
Meglio se in vinile o in cuffia, con un bicchiere, vino, whiskey, o anche solo tè, purché il gesto sia lento. Con la forte pioggia di oggi, gioco del destino, assume una particolarità invidiabile.

Non è un album che richiede silenzio, è un album che crea lo spazio in cui il silenzio diventa naturale. Quando finisce, non si sente il bisogno di riascoltarlo. Si sente il bisogno di diventare come Frank (magari).

“L.A. Is My Lady” non è un addio e non è un ritorno. È la serenità sovrana di chi ha già scritto la storia e ora può permettersi di guardarla dall’alto, con un mezzo sorriso, come chi osserva la città che lo ha amato e riconosce che sì, forse la leggenda è più dolce di quanto sembrasse viverla.

E noi, nel nostro piccolo, continueremo questo viaggio, in un altro scenario con la stessa ricerca: la bellezza che resta.


Scheda riassuntiva

Titolo: “L.A. Is My Lady”

Artista: Frank Sinatra

Anno di pubblicazione: 1984

Etichetta: Warner Bros Records

Produttore: Quincy Jones

Arrangiatori principali: Quincy Jones

Genere: Vocal Jazz / Big Band

Traccia più nota: “L.A. Is My Lady”

Traccia più suggestiva: “Stormy Weather”

 

https://open.spotify.com/intl-it/album/4zvku3SSgsUaVRsvcCZ1aU?si=-ejWxGMwSqSMuyK8bvX1TA

 

4 dicembre 2025

4 dicembre 2025

Nico Pappalettera

A cura di

''Il crepuscolo diventa glamour, e il mito si fa metropoli: un album che respira al ritmo della notte''

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