TRA LE RIGHE - OLTRE IL GENERE: LA SCELTA DI ESSERE

TRA LE RIGHE - OLTRE IL GENERE: LA SCELTA DI ESSERE

3 dicembre 2025

A cura di

Antonio Nenna

Il primate è disceso sulla terra avviluppato e avvolto da una conformazione venerabile e consacrata, creatagli dal divino affinché potesse riconoscersi e ravvisare una profonda connessione spirituale con gli altri ominidi presenti sul nostro pianeta.

Eppure, come in ogni cosa, sopraggiunge l’effetto collaterale di questa mera interpretazione umana: fin dall’antichità gli uomini hanno catalogato e segregato il loro essere in austere e intransigenti categorie, attraverso una gerarchizzazione che perniciosamente declina la natura umana in un semplice pendant: uomo/donna.

Sin dalle prime note bibliche, come ritroviamo nella Genesi, si denota come un’entità sovrumana, progenitrice di Adamo ed Eva, abbia da un lato addotto e propagato una profonda consistenza egualitaria tra i due sessi e, dall’altro, abbia costituito una soggezione subordinante della donna rispetto all’uomo sin dalla nascita di Eva, poiché ella è generata dalla ''ṣelà‘' di Abramo. Questo termine ebraico significa “lato, fianco”, ma talvolta è tradotto come “costola”. Entrambe le interpretazioni delineano due visioni differenti della donna: la prima, egualitaria, nella quale donna e uomo sono complementari, poiché “non è bene che l’essere umano sia solo” (Gen 2,18); la seconda, subordinante, che immagina la donna dipendente dall’uomo per la sua stessa formazione.

Un pensiero, quest’ultimo, condiviso da Aristotele, che definisce le donne incomplete e talvolta carenti rispetto agli uomini. Platone, invece, guida spirituale e precettore erudito e assennato, sostiene e patrocina che la natura, a differenza della civiltà umana, sia riuscita impeccabilmente a perequare le abitudini della donna, la quale, se istruita, può svolgere i medesimi compiti dell’uomo, incluse cariche istituzionali.

Una riflessione del genere, insieme al racconto della creazione femminile nella Genesi, è ciò che oggi definiamo con il termine “femminismo”: la filosofia della valorizzazione della donna, sorta per opporsi e controbilanciare il “maschilismo”, ovvero la preminenza maschile che spesso confluisce in un suprematismo volto a sovrastare l’emancipazione femminile.

 

Il nostro ospite, Luca Giannosi, sottolinea quanto l’interpretazione umana di un testo sacro possa dirottare e metamorfizzare drasticamente il raziocinio e il nostro spirito critico. Egli cita:

Tommaso d’Aquino ci ricorda che la natura umana, condivisa da uomini e donne, è una sola; intuizione che Simone de Beauvoir radicalizza nel Secondo sesso, dove afferma che la coscienza è neutra e che ‘donna non si nasce, lo si diventa’. Decostruendo il binarismo sessuale e avvicinandosi all’‘Es’ freudiano, questa linea di pensiero trova eco in Foucault, per il quale il genere è un prodotto delle strutture di potere. Ne discende l’istanza queer: il diritto di ciascuno a definirsi secondo la propria intima verità, in un orizzonte di egalitarismo inclusivo. Judith Butler, infine, mostra come il genere e la sessualità siano performativi, frutto di pratiche e libertà individuali che l’LGBT+ ha rivendicato contro discriminazioni e stigmi, così come altri movimenti hanno fatto contro il razzismo”.

Quotidianamente mi ritrovo a meditare su quanto questa argomentazione risulti scomoda, esente da ogni pudore e principio, poiché affonda le radici nella forma più autentica e genuina della diversità e del libero arbitrio. Come ricordava Montaigne, tutto ciò che sfugge alla nostra quotidianità appare mostruoso per difetto di familiarità.

Chiudiamo gli occhi e chiediamoci: che cosa temiamo realmente quando vediamo chi ama diversamente, chi adorna il proprio corpo con appellazioni inaspettate, chi respira vivendo fuori dal copione? Temiamo l’incomodo, il discrepante: ma è davvero dissimile, o è la verità che bussa alla porta della nostra benevolenza in attesa di essere accolta? Temiamo il disordine, ma non è forse il disordine la sola misura del concepibile? Temiamo di perderci: ma chi siamo noi, se non il frutto di storie e riti che apprendiamo e tramandiamo perpetuando il nostro folklore?

Ogni rifiuto è la configurazione di un’avversione accuratamente nutrita dal nostro spirito. Talvolta si manifesta come un’interrogazione sopita e mitigata dalle fauci del convenzionalismo: «Chi mi ha addottrinato a nominare il mondo così?», «A quale sgomento pago il prezzo della mia certezza?»; e nella penuria che questo produce, il diniego rivela la senescenza delle parole con cui continuiamo a dire “uomo”, “donna”, “norma”.

E allora qual è l’unica e incomparabile via d’uscita? Non la legislazione, non la ragione prescritta dall’alto, ma un atto umile e caritatevole: imparare ad ascoltare. Auscultare non per classificare, ma per lasciarsi trasformare; parlare non per definire artificialmente, ma per intessere insieme nuove dizioni; amare non per possedere, ma per riconoscere l’altro come compagno di viaggio nello stesso terreno incerto.

La via poetica che oggi vi consiglio di applicare è la seguente:

''Varca il gelido varco intrecciato dalle tue parole e lascia entrare lo strepito del creato. Pianta la denominazione ignota, irrora il suo germoglio con domande e accoglienza. Impara l’arte del ravvedersi; danza spassionatamente sui palchi della vita: inciampa, respira, rialzati e cambia il passo. E quando l’alba dell’avvenire disegnerà nuovi volti, riconosci in essi quel valore che ti mancava.''

Il primate è disceso sulla terra avviluppato e avvolto da una conformazione venerabile e consacrata, creatagli dal divino affinché potesse riconoscersi e ravvisare una profonda connessione spirituale con gli altri ominidi presenti sul nostro pianeta.

Eppure, come in ogni cosa, sopraggiunge l’effetto collaterale di questa mera interpretazione umana: fin dall’antichità gli uomini hanno catalogato e segregato il loro essere in austere e intransigenti categorie, attraverso una gerarchizzazione che perniciosamente declina la natura umana in un semplice pendant: uomo/donna.

Sin dalle prime note bibliche, come ritroviamo nella Genesi, si denota come un’entità sovrumana, progenitrice di Adamo ed Eva, abbia da un lato addotto e propagato una profonda consistenza egualitaria tra i due sessi e, dall’altro, abbia costituito una soggezione subordinante della donna rispetto all’uomo sin dalla nascita di Eva, poiché ella è generata dalla ''ṣelà‘' di Abramo. Questo termine ebraico significa “lato, fianco”, ma talvolta è tradotto come “costola”. Entrambe le interpretazioni delineano due visioni differenti della donna: la prima, egualitaria, nella quale donna e uomo sono complementari, poiché “non è bene che l’essere umano sia solo” (Gen 2,18); la seconda, subordinante, che immagina la donna dipendente dall’uomo per la sua stessa formazione.

Un pensiero, quest’ultimo, condiviso da Aristotele, che definisce le donne incomplete e talvolta carenti rispetto agli uomini. Platone, invece, guida spirituale e precettore erudito e assennato, sostiene e patrocina che la natura, a differenza della civiltà umana, sia riuscita impeccabilmente a perequare le abitudini della donna, la quale, se istruita, può svolgere i medesimi compiti dell’uomo, incluse cariche istituzionali.

Una riflessione del genere, insieme al racconto della creazione femminile nella Genesi, è ciò che oggi definiamo con il termine “femminismo”: la filosofia della valorizzazione della donna, sorta per opporsi e controbilanciare il “maschilismo”, ovvero la preminenza maschile che spesso confluisce in un suprematismo volto a sovrastare l’emancipazione femminile.

 

Il nostro ospite, Luca Giannosi, sottolinea quanto l’interpretazione umana di un testo sacro possa dirottare e metamorfizzare drasticamente il raziocinio e il nostro spirito critico. Egli cita:

Tommaso d’Aquino ci ricorda che la natura umana, condivisa da uomini e donne, è una sola; intuizione che Simone de Beauvoir radicalizza nel Secondo sesso, dove afferma che la coscienza è neutra e che ‘donna non si nasce, lo si diventa’. Decostruendo il binarismo sessuale e avvicinandosi all’‘Es’ freudiano, questa linea di pensiero trova eco in Foucault, per il quale il genere è un prodotto delle strutture di potere. Ne discende l’istanza queer: il diritto di ciascuno a definirsi secondo la propria intima verità, in un orizzonte di egalitarismo inclusivo. Judith Butler, infine, mostra come il genere e la sessualità siano performativi, frutto di pratiche e libertà individuali che l’LGBT+ ha rivendicato contro discriminazioni e stigmi, così come altri movimenti hanno fatto contro il razzismo”.

Quotidianamente mi ritrovo a meditare su quanto questa argomentazione risulti scomoda, esente da ogni pudore e principio, poiché affonda le radici nella forma più autentica e genuina della diversità e del libero arbitrio. Come ricordava Montaigne, tutto ciò che sfugge alla nostra quotidianità appare mostruoso per difetto di familiarità.

Chiudiamo gli occhi e chiediamoci: che cosa temiamo realmente quando vediamo chi ama diversamente, chi adorna il proprio corpo con appellazioni inaspettate, chi respira vivendo fuori dal copione? Temiamo l’incomodo, il discrepante: ma è davvero dissimile, o è la verità che bussa alla porta della nostra benevolenza in attesa di essere accolta? Temiamo il disordine, ma non è forse il disordine la sola misura del concepibile? Temiamo di perderci: ma chi siamo noi, se non il frutto di storie e riti che apprendiamo e tramandiamo perpetuando il nostro folklore?

Ogni rifiuto è la configurazione di un’avversione accuratamente nutrita dal nostro spirito. Talvolta si manifesta come un’interrogazione sopita e mitigata dalle fauci del convenzionalismo: «Chi mi ha addottrinato a nominare il mondo così?», «A quale sgomento pago il prezzo della mia certezza?»; e nella penuria che questo produce, il diniego rivela la senescenza delle parole con cui continuiamo a dire “uomo”, “donna”, “norma”.

E allora qual è l’unica e incomparabile via d’uscita? Non la legislazione, non la ragione prescritta dall’alto, ma un atto umile e caritatevole: imparare ad ascoltare. Auscultare non per classificare, ma per lasciarsi trasformare; parlare non per definire artificialmente, ma per intessere insieme nuove dizioni; amare non per possedere, ma per riconoscere l’altro come compagno di viaggio nello stesso terreno incerto.

La via poetica che oggi vi consiglio di applicare è la seguente:

''Varca il gelido varco intrecciato dalle tue parole e lascia entrare lo strepito del creato. Pianta la denominazione ignota, irrora il suo germoglio con domande e accoglienza. Impara l’arte del ravvedersi; danza spassionatamente sui palchi della vita: inciampa, respira, rialzati e cambia il passo. E quando l’alba dell’avvenire disegnerà nuovi volti, riconosci in essi quel valore che ti mancava.''

Il primate è disceso sulla terra avviluppato e avvolto da una conformazione venerabile e consacrata, creatagli dal divino affinché potesse riconoscersi e ravvisare una profonda connessione spirituale con gli altri ominidi presenti sul nostro pianeta.

Eppure, come in ogni cosa, sopraggiunge l’effetto collaterale di questa mera interpretazione umana: fin dall’antichità gli uomini hanno catalogato e segregato il loro essere in austere e intransigenti categorie, attraverso una gerarchizzazione che perniciosamente declina la natura umana in un semplice pendant: uomo/donna.

Sin dalle prime note bibliche, come ritroviamo nella Genesi, si denota come un’entità sovrumana, progenitrice di Adamo ed Eva, abbia da un lato addotto e propagato una profonda consistenza egualitaria tra i due sessi e, dall’altro, abbia costituito una soggezione subordinante della donna rispetto all’uomo sin dalla nascita di Eva, poiché ella è generata dalla ''ṣelà‘' di Abramo. Questo termine ebraico significa “lato, fianco”, ma talvolta è tradotto come “costola”. Entrambe le interpretazioni delineano due visioni differenti della donna: la prima, egualitaria, nella quale donna e uomo sono complementari, poiché “non è bene che l’essere umano sia solo” (Gen 2,18); la seconda, subordinante, che immagina la donna dipendente dall’uomo per la sua stessa formazione.

Un pensiero, quest’ultimo, condiviso da Aristotele, che definisce le donne incomplete e talvolta carenti rispetto agli uomini. Platone, invece, guida spirituale e precettore erudito e assennato, sostiene e patrocina che la natura, a differenza della civiltà umana, sia riuscita impeccabilmente a perequare le abitudini della donna, la quale, se istruita, può svolgere i medesimi compiti dell’uomo, incluse cariche istituzionali.

Una riflessione del genere, insieme al racconto della creazione femminile nella Genesi, è ciò che oggi definiamo con il termine “femminismo”: la filosofia della valorizzazione della donna, sorta per opporsi e controbilanciare il “maschilismo”, ovvero la preminenza maschile che spesso confluisce in un suprematismo volto a sovrastare l’emancipazione femminile.

 

Il nostro ospite, Luca Giannosi, sottolinea quanto l’interpretazione umana di un testo sacro possa dirottare e metamorfizzare drasticamente il raziocinio e il nostro spirito critico. Egli cita:

Tommaso d’Aquino ci ricorda che la natura umana, condivisa da uomini e donne, è una sola; intuizione che Simone de Beauvoir radicalizza nel Secondo sesso, dove afferma che la coscienza è neutra e che ‘donna non si nasce, lo si diventa’. Decostruendo il binarismo sessuale e avvicinandosi all’‘Es’ freudiano, questa linea di pensiero trova eco in Foucault, per il quale il genere è un prodotto delle strutture di potere. Ne discende l’istanza queer: il diritto di ciascuno a definirsi secondo la propria intima verità, in un orizzonte di egalitarismo inclusivo. Judith Butler, infine, mostra come il genere e la sessualità siano performativi, frutto di pratiche e libertà individuali che l’LGBT+ ha rivendicato contro discriminazioni e stigmi, così come altri movimenti hanno fatto contro il razzismo”.

Quotidianamente mi ritrovo a meditare su quanto questa argomentazione risulti scomoda, esente da ogni pudore e principio, poiché affonda le radici nella forma più autentica e genuina della diversità e del libero arbitrio. Come ricordava Montaigne, tutto ciò che sfugge alla nostra quotidianità appare mostruoso per difetto di familiarità.

Chiudiamo gli occhi e chiediamoci: che cosa temiamo realmente quando vediamo chi ama diversamente, chi adorna il proprio corpo con appellazioni inaspettate, chi respira vivendo fuori dal copione? Temiamo l’incomodo, il discrepante: ma è davvero dissimile, o è la verità che bussa alla porta della nostra benevolenza in attesa di essere accolta? Temiamo il disordine, ma non è forse il disordine la sola misura del concepibile? Temiamo di perderci: ma chi siamo noi, se non il frutto di storie e riti che apprendiamo e tramandiamo perpetuando il nostro folklore?

Ogni rifiuto è la configurazione di un’avversione accuratamente nutrita dal nostro spirito. Talvolta si manifesta come un’interrogazione sopita e mitigata dalle fauci del convenzionalismo: «Chi mi ha addottrinato a nominare il mondo così?», «A quale sgomento pago il prezzo della mia certezza?»; e nella penuria che questo produce, il diniego rivela la senescenza delle parole con cui continuiamo a dire “uomo”, “donna”, “norma”.

E allora qual è l’unica e incomparabile via d’uscita? Non la legislazione, non la ragione prescritta dall’alto, ma un atto umile e caritatevole: imparare ad ascoltare. Auscultare non per classificare, ma per lasciarsi trasformare; parlare non per definire artificialmente, ma per intessere insieme nuove dizioni; amare non per possedere, ma per riconoscere l’altro come compagno di viaggio nello stesso terreno incerto.

La via poetica che oggi vi consiglio di applicare è la seguente:

''Varca il gelido varco intrecciato dalle tue parole e lascia entrare lo strepito del creato. Pianta la denominazione ignota, irrora il suo germoglio con domande e accoglienza. Impara l’arte del ravvedersi; danza spassionatamente sui palchi della vita: inciampa, respira, rialzati e cambia il passo. E quando l’alba dell’avvenire disegnerà nuovi volti, riconosci in essi quel valore che ti mancava.''

3 dicembre 2025

3 dicembre 2025

Antonio Nenna

A cura di

''Paure antiche e timori moderni: ciò che vediamo nell'altro e ciò che l'altro rivela della nostra incapacità di accogliere la differenza''

''Paure antiche e timori moderni: ciò che vediamo nell'altro e ciò che l'altro rivela della nostra incapacità di accogliere la differenza''

''Paure antiche e timori moderni: ciò che vediamo nell'altro e ciò che l'altro rivela della nostra incapacità di accogliere la differenza''