ESSENZIALI D'ASCOLTO - 'RE:MIX' QUANDO IL JAZZ RESTITUISCE VITA ALL'ELETTRONICA
ESSENZIALI D'ASCOLTO - 'RE:MIX' QUANDO IL JAZZ RESTITUISCE VITA ALL'ELETTRONICA
11 dicembre 2025
A cura di
Nico Pappalettera



Ci sono dischi che non raccontano un’evoluzione del Jazz, ma la incarnano. “Re:Mix” dei Re:Jazz appartiene a questa categoria rarefatta: non siamo dinnanzi ad semplice progetto, ma raccogliamo un gesto estetico, un modo di ripensare il repertorio contemporaneo attraverso una lente che unisce acustico ed elettronico, corpo e tecnologia, respiro umano e pulsazione digitale.
Non è un disco che chiede di essere ascoltato: si avvicina da sé, con quell’eleganza sotterranea che appartiene alle produzioni nate di notte, quando le luci dei club disegnano geometrie morbide e il tempo assume un altro peso. La poetica dei Re:Jazz sta tutta qui: prendere brani nati nel mondo dell’elettronica e restituirli con musicisti veri, strumenti veri, timbri veri. È un processo di “restituzione” più che di reinterpretazione, quasi un atto di cortesia verso la musica stessa.
La scelta di inserirlo in questa rubrica nasce da una constatazione semplice e affascinante: il Jazz, quando attraversa nuovi territori, non perde la propria identità, la amplifica. Re:Mix mostra come una linea di basso possa diventare un paesaggio, come un Rhodes filtrato possa assumere il ruolo di narratore, come un groove possa trasformarsi in un ambiente emotivo. È un’eleganza diversa da quella orchestrale o tradizionale: più urbana, più geometrica, più vicina al battito della città.
È un disco che non cerca di stupire. Preferisce sedurre. E ci riesce, con una naturalezza che appartiene solo alle idee davvero riuscite.
Quando Re:Mix vede la luce nel 2003 sotto l’etichetta INFRACom!, il panorama europeo è in pieno fermento. Il Jazz non è più soltanto un linguaggio tradizionale, ma un terreno di incontro tra club culture, elettronica downtempo, Nu-Jazz e songwriting acustico.
In Germania, patria del collettivo Re:Jazz, questa contaminazione non è una tendenza: è un’abitudine. Francoforte, Berlino, Colonia, tutte respirano la stessa aria densa di bassi profondi, drum machine e pianoforti preparati o filtrati, in un mélange che sembra voler superare ogni distinzione tra palco e dancefloor.
È in questo clima che Matthias Vogt, mente del progetto, immagina un gesto quasi controcorrente: prendere le produzioni elettroniche della scena lounge e house, spesso caratterizzate da freddezza digitale, e “riportarle al mondo reale”. Il concept è radicale nella sua semplicità: ricostruire quei brani con una band Jazz vera, senza campionamenti, senza editing chirurgici, senza quella patina sintetica tipica degli anni Zero. Il risultato non è una reazione all’elettronica, ma una sua estensione naturale.
Un ponte. Una traduzione. Un modo per dimostrare che ciò che nasce in forma elettronica può trovare nel Jazz una seconda vita, più calda, più raffinata, più narrativa. La produzione del disco è nitida, pulita, quasi architettonica nella disposizione dei timbri.“Re:Mix” nasce per essere un luogo, non un pretesto. Un luogo dove l’eleganza dell’acustico incontra la grammatica dell’elettronica in un equilibrio raro, quasi sospeso. Ascoltare “Re:Mix” significa entrare in un laboratorio sonoro in cui l’elettronica degli anni Duemila viene tradotta. Non è un disco di cover: è una metamorfosi.
L’apertura con “Quiet Nights” stabilisce subito il manifesto estetico del progetto: un tempo sospeso, un pianoforte che illumina più per sottrazione che per dichiarazione, e una batteria che preferisce suggerire il ritmo piuttosto che imporlo. Il brano, nato in un contesto elettronico, diventa qui una sorta di reverie modernissima, dove la melodia si lascia respirare con una naturalezza quasi cinematografica.
“My Love Is Higher” porta con sé la pulsazione originaria della house, ma la trasfigura in un dialogo continuo tra contrabbasso e ride, come se la pista da ballo fosse trasportata all’interno di un loft dalle luci soffuse. È uno dei vertici ritmici del disco, elegante nella sua capacità di far muovere senza mai rinunciare al tatto jazzistico.
Poi arriva “Mental Strength”, e qui l’ensemble mostra tutta la sua intelligenza timbrica: la linea vocale canta temi quasi evaporati, mentre il piano prepara armonie che sembrano voler accarezzare l’aria. È un brano che incorpora l’elettronica non con distanza e non con freddezza.
Da arrangiatore, ciò che stupisce è la logica strutturale di tutto il progetto. Non c’è mai un uso decorativo degli strumenti. Tutto risponde a una domanda semplicissima e allo stesso tempo complessa: cosa rimane del brano originale, una volta tolta l’elettronica? “Re:Jazz” costruisce ogni traccia come un restauro pittorico: toglie il filtro digitale, fa emergere le pennellate, ricostruisce la luce. E lo fa con rispetto chirurgico per il groove, che rimane sempre il centro di gravità dell’album, anche nei momenti più contemplativi.
La traccia più nota è sicuramente “Quiet Nights”, una delle reinterpretazioni più amate del collettivo, dove la voce sembra scorrere come acqua su pietra levigata, sostenuta da un pianoforte che vibra con una naturalezza incredibile. La più suggestiva, almeno per chi scrive, è “Arena”: una costruzione lenta, quasi ipnotica, che trasforma il minimalismo elettronico in un canto quasi umano, caldo, respirato. Qui il gruppo raggiunge la sua massima capacità evocativa: un equilibrio perfetto tra ciò che viene dalla macchina e ciò che appartiene al gesto.
È difficile trovare paragoni diretti con “Re:Mix”. Alcuni riferimenti potrebbero chiamare in causa i primi lavori dei Jazzanova o l’estetica sofisticata dei Koop, ma qui c’è qualcosa di più artigianale, più organico, più “suonato”. Meno modaiolo, più intramontabile. Una sorta di camera acustica che traduce la club culture in gesto jazzistico.
È un disco che non cerca mai il colpo di scena. Non vuole sorprendere, vuole sedurre. E ci riesce con un linguaggio che rimane, a distanza di anni, sorprendentemente attuale. “Re:Mix” è un disco che trova la sua forma più naturale nel tardo pomeriggio, quando la giornata comincia a perdere la sua frenesia e tutto si distende in una luce obliqua, più morbida, quasi contemplativa. È quell’ora in cui si rientra a casa, si posa la giacca, si apre una finestra per far entrare aria nuova: niente cerimonie, soltanto la semplice, umanissima voglia di rallentare.
In cuffia, le sfumature diventano dettagli vivi: la struttura degli accordi trattati, il contrabbasso che vibra come una colonna portante, le micro-variazioni dei beat elettronici che sembrano pulsare come vene luminose. In diffusione, invece, il disco si fa ambiente, trasforma la stanza in una piccola lounge privata, raccolta, con l’eleganza spontanea dei luoghi dove si sta bene senza doverselo spiegare.
L’effetto non è dirompente, non travolge: “Re:Mix” accompagna, come una conversazione che non cerca di impressionare ma di stare accanto. È un album che si insinua, mai invadente, mai eccessivo, e che lascia, una volta terminato, una sensazione di ordine interno. Non un’emozione netta, ma una postura: più lenta, più centrata, più disponibile al mondo.
Forse “Re:Mix” non è soltanto un esercizio di stile o una raffinata operazione di riassemblaggio creativo: è la dimostrazione che la musica può essere ripensata senza essere tradita, che un brano può cambiare pelle restando fedele al proprio respiro profondo. In questo senso il lavoro dei Re:Jazz assomiglia a un gioco di rifrazione, come osservare lo stesso oggetto attraverso un cristallo molato: ogni angolo svela una nuova possibilità, una nuova luce, una nuance che prima non c’era, o che non avevamo notato.
È un disco che apre più che chiudere. Che suggerisce che la materia musicale, quando la si tratta con intelligenza e rispetto, è un organismo vivo, rinnovabile, permeabile alle epoche e agli sguardi. E così, mentre continuiamo il nostro viaggio in Essenziali d’ascolto, resta questo invito a lasciarsi sorprendere da ciò che già conosciamo: perché spesso basta cambiare prospettiva per scoprire un mondo intero.
Scheda riassuntiva finale
Titolo: “Re:Mix”
Artista: Re:Jazz
Anno di pubblicazione: 2003
Etichetta: INFRACom!
Produttori: Matthias Vogt, Re:Jazz Collective
Arrangiatori principali: Matthias Vogt e collaboratori del collettivo
Genere: Nu jazz, lounge, jazz-house
Traccia più nota: “Quiet Nigths”
Traccia più suggestiva: “Arena”
https://open.spotify.com/intl-it/album/1bHYkjBaa6aAby1750gjsC?si=OKmA4tJoSIahAtRkXm3Sfw

Ci sono dischi che non raccontano un’evoluzione del Jazz, ma la incarnano. “Re:Mix” dei Re:Jazz appartiene a questa categoria rarefatta: non siamo dinnanzi ad semplice progetto, ma raccogliamo un gesto estetico, un modo di ripensare il repertorio contemporaneo attraverso una lente che unisce acustico ed elettronico, corpo e tecnologia, respiro umano e pulsazione digitale.
Non è un disco che chiede di essere ascoltato: si avvicina da sé, con quell’eleganza sotterranea che appartiene alle produzioni nate di notte, quando le luci dei club disegnano geometrie morbide e il tempo assume un altro peso. La poetica dei Re:Jazz sta tutta qui: prendere brani nati nel mondo dell’elettronica e restituirli con musicisti veri, strumenti veri, timbri veri. È un processo di “restituzione” più che di reinterpretazione, quasi un atto di cortesia verso la musica stessa.
La scelta di inserirlo in questa rubrica nasce da una constatazione semplice e affascinante: il Jazz, quando attraversa nuovi territori, non perde la propria identità, la amplifica. Re:Mix mostra come una linea di basso possa diventare un paesaggio, come un Rhodes filtrato possa assumere il ruolo di narratore, come un groove possa trasformarsi in un ambiente emotivo. È un’eleganza diversa da quella orchestrale o tradizionale: più urbana, più geometrica, più vicina al battito della città.
È un disco che non cerca di stupire. Preferisce sedurre. E ci riesce, con una naturalezza che appartiene solo alle idee davvero riuscite.
Quando Re:Mix vede la luce nel 2003 sotto l’etichetta INFRACom!, il panorama europeo è in pieno fermento. Il Jazz non è più soltanto un linguaggio tradizionale, ma un terreno di incontro tra club culture, elettronica downtempo, Nu-Jazz e songwriting acustico.
In Germania, patria del collettivo Re:Jazz, questa contaminazione non è una tendenza: è un’abitudine. Francoforte, Berlino, Colonia, tutte respirano la stessa aria densa di bassi profondi, drum machine e pianoforti preparati o filtrati, in un mélange che sembra voler superare ogni distinzione tra palco e dancefloor.
È in questo clima che Matthias Vogt, mente del progetto, immagina un gesto quasi controcorrente: prendere le produzioni elettroniche della scena lounge e house, spesso caratterizzate da freddezza digitale, e “riportarle al mondo reale”. Il concept è radicale nella sua semplicità: ricostruire quei brani con una band Jazz vera, senza campionamenti, senza editing chirurgici, senza quella patina sintetica tipica degli anni Zero. Il risultato non è una reazione all’elettronica, ma una sua estensione naturale.
Un ponte. Una traduzione. Un modo per dimostrare che ciò che nasce in forma elettronica può trovare nel Jazz una seconda vita, più calda, più raffinata, più narrativa. La produzione del disco è nitida, pulita, quasi architettonica nella disposizione dei timbri.“Re:Mix” nasce per essere un luogo, non un pretesto. Un luogo dove l’eleganza dell’acustico incontra la grammatica dell’elettronica in un equilibrio raro, quasi sospeso. Ascoltare “Re:Mix” significa entrare in un laboratorio sonoro in cui l’elettronica degli anni Duemila viene tradotta. Non è un disco di cover: è una metamorfosi.
L’apertura con “Quiet Nights” stabilisce subito il manifesto estetico del progetto: un tempo sospeso, un pianoforte che illumina più per sottrazione che per dichiarazione, e una batteria che preferisce suggerire il ritmo piuttosto che imporlo. Il brano, nato in un contesto elettronico, diventa qui una sorta di reverie modernissima, dove la melodia si lascia respirare con una naturalezza quasi cinematografica.
“My Love Is Higher” porta con sé la pulsazione originaria della house, ma la trasfigura in un dialogo continuo tra contrabbasso e ride, come se la pista da ballo fosse trasportata all’interno di un loft dalle luci soffuse. È uno dei vertici ritmici del disco, elegante nella sua capacità di far muovere senza mai rinunciare al tatto jazzistico.
Poi arriva “Mental Strength”, e qui l’ensemble mostra tutta la sua intelligenza timbrica: la linea vocale canta temi quasi evaporati, mentre il piano prepara armonie che sembrano voler accarezzare l’aria. È un brano che incorpora l’elettronica non con distanza e non con freddezza.
Da arrangiatore, ciò che stupisce è la logica strutturale di tutto il progetto. Non c’è mai un uso decorativo degli strumenti. Tutto risponde a una domanda semplicissima e allo stesso tempo complessa: cosa rimane del brano originale, una volta tolta l’elettronica? “Re:Jazz” costruisce ogni traccia come un restauro pittorico: toglie il filtro digitale, fa emergere le pennellate, ricostruisce la luce. E lo fa con rispetto chirurgico per il groove, che rimane sempre il centro di gravità dell’album, anche nei momenti più contemplativi.
La traccia più nota è sicuramente “Quiet Nights”, una delle reinterpretazioni più amate del collettivo, dove la voce sembra scorrere come acqua su pietra levigata, sostenuta da un pianoforte che vibra con una naturalezza incredibile. La più suggestiva, almeno per chi scrive, è “Arena”: una costruzione lenta, quasi ipnotica, che trasforma il minimalismo elettronico in un canto quasi umano, caldo, respirato. Qui il gruppo raggiunge la sua massima capacità evocativa: un equilibrio perfetto tra ciò che viene dalla macchina e ciò che appartiene al gesto.
È difficile trovare paragoni diretti con “Re:Mix”. Alcuni riferimenti potrebbero chiamare in causa i primi lavori dei Jazzanova o l’estetica sofisticata dei Koop, ma qui c’è qualcosa di più artigianale, più organico, più “suonato”. Meno modaiolo, più intramontabile. Una sorta di camera acustica che traduce la club culture in gesto jazzistico.
È un disco che non cerca mai il colpo di scena. Non vuole sorprendere, vuole sedurre. E ci riesce con un linguaggio che rimane, a distanza di anni, sorprendentemente attuale. “Re:Mix” è un disco che trova la sua forma più naturale nel tardo pomeriggio, quando la giornata comincia a perdere la sua frenesia e tutto si distende in una luce obliqua, più morbida, quasi contemplativa. È quell’ora in cui si rientra a casa, si posa la giacca, si apre una finestra per far entrare aria nuova: niente cerimonie, soltanto la semplice, umanissima voglia di rallentare.
In cuffia, le sfumature diventano dettagli vivi: la struttura degli accordi trattati, il contrabbasso che vibra come una colonna portante, le micro-variazioni dei beat elettronici che sembrano pulsare come vene luminose. In diffusione, invece, il disco si fa ambiente, trasforma la stanza in una piccola lounge privata, raccolta, con l’eleganza spontanea dei luoghi dove si sta bene senza doverselo spiegare.
L’effetto non è dirompente, non travolge: “Re:Mix” accompagna, come una conversazione che non cerca di impressionare ma di stare accanto. È un album che si insinua, mai invadente, mai eccessivo, e che lascia, una volta terminato, una sensazione di ordine interno. Non un’emozione netta, ma una postura: più lenta, più centrata, più disponibile al mondo.
Forse “Re:Mix” non è soltanto un esercizio di stile o una raffinata operazione di riassemblaggio creativo: è la dimostrazione che la musica può essere ripensata senza essere tradita, che un brano può cambiare pelle restando fedele al proprio respiro profondo. In questo senso il lavoro dei Re:Jazz assomiglia a un gioco di rifrazione, come osservare lo stesso oggetto attraverso un cristallo molato: ogni angolo svela una nuova possibilità, una nuova luce, una nuance che prima non c’era, o che non avevamo notato.
È un disco che apre più che chiudere. Che suggerisce che la materia musicale, quando la si tratta con intelligenza e rispetto, è un organismo vivo, rinnovabile, permeabile alle epoche e agli sguardi. E così, mentre continuiamo il nostro viaggio in Essenziali d’ascolto, resta questo invito a lasciarsi sorprendere da ciò che già conosciamo: perché spesso basta cambiare prospettiva per scoprire un mondo intero.
Scheda riassuntiva finale
Titolo: “Re:Mix”
Artista: Re:Jazz
Anno di pubblicazione: 2003
Etichetta: INFRACom!
Produttori: Matthias Vogt, Re:Jazz Collective
Arrangiatori principali: Matthias Vogt e collaboratori del collettivo
Genere: Nu jazz, lounge, jazz-house
Traccia più nota: “Quiet Nigths”
Traccia più suggestiva: “Arena”
https://open.spotify.com/intl-it/album/1bHYkjBaa6aAby1750gjsC?si=OKmA4tJoSIahAtRkXm3Sfw

Ci sono dischi che non raccontano un’evoluzione del Jazz, ma la incarnano. “Re:Mix” dei Re:Jazz appartiene a questa categoria rarefatta: non siamo dinnanzi ad semplice progetto, ma raccogliamo un gesto estetico, un modo di ripensare il repertorio contemporaneo attraverso una lente che unisce acustico ed elettronico, corpo e tecnologia, respiro umano e pulsazione digitale.
Non è un disco che chiede di essere ascoltato: si avvicina da sé, con quell’eleganza sotterranea che appartiene alle produzioni nate di notte, quando le luci dei club disegnano geometrie morbide e il tempo assume un altro peso. La poetica dei Re:Jazz sta tutta qui: prendere brani nati nel mondo dell’elettronica e restituirli con musicisti veri, strumenti veri, timbri veri. È un processo di “restituzione” più che di reinterpretazione, quasi un atto di cortesia verso la musica stessa.
La scelta di inserirlo in questa rubrica nasce da una constatazione semplice e affascinante: il Jazz, quando attraversa nuovi territori, non perde la propria identità, la amplifica. Re:Mix mostra come una linea di basso possa diventare un paesaggio, come un Rhodes filtrato possa assumere il ruolo di narratore, come un groove possa trasformarsi in un ambiente emotivo. È un’eleganza diversa da quella orchestrale o tradizionale: più urbana, più geometrica, più vicina al battito della città.
È un disco che non cerca di stupire. Preferisce sedurre. E ci riesce, con una naturalezza che appartiene solo alle idee davvero riuscite.
Quando Re:Mix vede la luce nel 2003 sotto l’etichetta INFRACom!, il panorama europeo è in pieno fermento. Il Jazz non è più soltanto un linguaggio tradizionale, ma un terreno di incontro tra club culture, elettronica downtempo, Nu-Jazz e songwriting acustico.
In Germania, patria del collettivo Re:Jazz, questa contaminazione non è una tendenza: è un’abitudine. Francoforte, Berlino, Colonia, tutte respirano la stessa aria densa di bassi profondi, drum machine e pianoforti preparati o filtrati, in un mélange che sembra voler superare ogni distinzione tra palco e dancefloor.
È in questo clima che Matthias Vogt, mente del progetto, immagina un gesto quasi controcorrente: prendere le produzioni elettroniche della scena lounge e house, spesso caratterizzate da freddezza digitale, e “riportarle al mondo reale”. Il concept è radicale nella sua semplicità: ricostruire quei brani con una band Jazz vera, senza campionamenti, senza editing chirurgici, senza quella patina sintetica tipica degli anni Zero. Il risultato non è una reazione all’elettronica, ma una sua estensione naturale.
Un ponte. Una traduzione. Un modo per dimostrare che ciò che nasce in forma elettronica può trovare nel Jazz una seconda vita, più calda, più raffinata, più narrativa. La produzione del disco è nitida, pulita, quasi architettonica nella disposizione dei timbri.“Re:Mix” nasce per essere un luogo, non un pretesto. Un luogo dove l’eleganza dell’acustico incontra la grammatica dell’elettronica in un equilibrio raro, quasi sospeso. Ascoltare “Re:Mix” significa entrare in un laboratorio sonoro in cui l’elettronica degli anni Duemila viene tradotta. Non è un disco di cover: è una metamorfosi.
L’apertura con “Quiet Nights” stabilisce subito il manifesto estetico del progetto: un tempo sospeso, un pianoforte che illumina più per sottrazione che per dichiarazione, e una batteria che preferisce suggerire il ritmo piuttosto che imporlo. Il brano, nato in un contesto elettronico, diventa qui una sorta di reverie modernissima, dove la melodia si lascia respirare con una naturalezza quasi cinematografica.
“My Love Is Higher” porta con sé la pulsazione originaria della house, ma la trasfigura in un dialogo continuo tra contrabbasso e ride, come se la pista da ballo fosse trasportata all’interno di un loft dalle luci soffuse. È uno dei vertici ritmici del disco, elegante nella sua capacità di far muovere senza mai rinunciare al tatto jazzistico.
Poi arriva “Mental Strength”, e qui l’ensemble mostra tutta la sua intelligenza timbrica: la linea vocale canta temi quasi evaporati, mentre il piano prepara armonie che sembrano voler accarezzare l’aria. È un brano che incorpora l’elettronica non con distanza e non con freddezza.
Da arrangiatore, ciò che stupisce è la logica strutturale di tutto il progetto. Non c’è mai un uso decorativo degli strumenti. Tutto risponde a una domanda semplicissima e allo stesso tempo complessa: cosa rimane del brano originale, una volta tolta l’elettronica? “Re:Jazz” costruisce ogni traccia come un restauro pittorico: toglie il filtro digitale, fa emergere le pennellate, ricostruisce la luce. E lo fa con rispetto chirurgico per il groove, che rimane sempre il centro di gravità dell’album, anche nei momenti più contemplativi.
La traccia più nota è sicuramente “Quiet Nights”, una delle reinterpretazioni più amate del collettivo, dove la voce sembra scorrere come acqua su pietra levigata, sostenuta da un pianoforte che vibra con una naturalezza incredibile. La più suggestiva, almeno per chi scrive, è “Arena”: una costruzione lenta, quasi ipnotica, che trasforma il minimalismo elettronico in un canto quasi umano, caldo, respirato. Qui il gruppo raggiunge la sua massima capacità evocativa: un equilibrio perfetto tra ciò che viene dalla macchina e ciò che appartiene al gesto.
È difficile trovare paragoni diretti con “Re:Mix”. Alcuni riferimenti potrebbero chiamare in causa i primi lavori dei Jazzanova o l’estetica sofisticata dei Koop, ma qui c’è qualcosa di più artigianale, più organico, più “suonato”. Meno modaiolo, più intramontabile. Una sorta di camera acustica che traduce la club culture in gesto jazzistico.
È un disco che non cerca mai il colpo di scena. Non vuole sorprendere, vuole sedurre. E ci riesce con un linguaggio che rimane, a distanza di anni, sorprendentemente attuale. “Re:Mix” è un disco che trova la sua forma più naturale nel tardo pomeriggio, quando la giornata comincia a perdere la sua frenesia e tutto si distende in una luce obliqua, più morbida, quasi contemplativa. È quell’ora in cui si rientra a casa, si posa la giacca, si apre una finestra per far entrare aria nuova: niente cerimonie, soltanto la semplice, umanissima voglia di rallentare.
In cuffia, le sfumature diventano dettagli vivi: la struttura degli accordi trattati, il contrabbasso che vibra come una colonna portante, le micro-variazioni dei beat elettronici che sembrano pulsare come vene luminose. In diffusione, invece, il disco si fa ambiente, trasforma la stanza in una piccola lounge privata, raccolta, con l’eleganza spontanea dei luoghi dove si sta bene senza doverselo spiegare.
L’effetto non è dirompente, non travolge: “Re:Mix” accompagna, come una conversazione che non cerca di impressionare ma di stare accanto. È un album che si insinua, mai invadente, mai eccessivo, e che lascia, una volta terminato, una sensazione di ordine interno. Non un’emozione netta, ma una postura: più lenta, più centrata, più disponibile al mondo.
Forse “Re:Mix” non è soltanto un esercizio di stile o una raffinata operazione di riassemblaggio creativo: è la dimostrazione che la musica può essere ripensata senza essere tradita, che un brano può cambiare pelle restando fedele al proprio respiro profondo. In questo senso il lavoro dei Re:Jazz assomiglia a un gioco di rifrazione, come osservare lo stesso oggetto attraverso un cristallo molato: ogni angolo svela una nuova possibilità, una nuova luce, una nuance che prima non c’era, o che non avevamo notato.
È un disco che apre più che chiudere. Che suggerisce che la materia musicale, quando la si tratta con intelligenza e rispetto, è un organismo vivo, rinnovabile, permeabile alle epoche e agli sguardi. E così, mentre continuiamo il nostro viaggio in Essenziali d’ascolto, resta questo invito a lasciarsi sorprendere da ciò che già conosciamo: perché spesso basta cambiare prospettiva per scoprire un mondo intero.
Scheda riassuntiva finale
Titolo: “Re:Mix”
Artista: Re:Jazz
Anno di pubblicazione: 2003
Etichetta: INFRACom!
Produttori: Matthias Vogt, Re:Jazz Collective
Arrangiatori principali: Matthias Vogt e collaboratori del collettivo
Genere: Nu jazz, lounge, jazz-house
Traccia più nota: “Quiet Nigths”
Traccia più suggestiva: “Arena”
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11 dicembre 2025
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Nico Pappalettera
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