TRA LE RIGHE - TREMATE, TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE

TRA LE RIGHE - TREMATE, TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE

10 dicembre 2025

A cura di

Antonio Nenna

A Milano, nelle sale di Palazzo Reale, la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington, pioniera dell’ecofemminismo e instancabile esploratrice della coscienza, non è una semplice esposizione, ma un continuo attraversare quello che Kierkegaard definiva “gli stadi dell’esistenza”, per dispiegare le ali della fantasia e del ghiribizzo e imparare a volare nel principato metafisico in cui soggiornano flussi di evanescenza.

Esso si rivela un locus amoenus, un labirinto di visioni. Entrarvi significa calarsi in un altrove dove ogni quadro nasconde brandelli di una fede sovversiva e fantastica, nutrita da un’estrema attenzione alla dimensione inconscia, in cui il panorama onirico stimola riflessioni esistenziali.

Ogni figura ritratta sembra uscita da un manoscritto di Hypnerotomachia Poliphili, e il tempo, lusinghiero e seriale, oscilla abitualmente tra presente e mito. Carrington, che a tre anni già dettava racconti alla madre come una Sibilla di Cuma in miniatura, attraversò il Novecento come una cometa refrattaria, rifiutando ogni rotta atavica e predefinita da una galassia che vessava e tiranneggiava, lenendo la sua abbacinante favilla, come Cassandra che non può tacere pur sapendo che nessuno ascolterà.

 Nata nel 1917 in una famiglia dell’alta borghesia inglese, scelse la ribellione come primo atto creativo. Trascurò il debutto in società e decise di fuggire verso il Surrealismo, folgorata dall’opera di Max Ernst a Londra, come se avesse percepito in anticipo il Sogno e realtà di Breton. Da quel momento il suo cammino fu un incessante logoramento: dall’Europa lacerata dalla guerra ai ricoveri psichiatrici, dalla Spagna franchista alla New York degli esiliati, fino al Messico, dove il suo immaginario trovò infine un regno fertile, simile ai codici maya o alle liturgie alchemiche rinascimentali. Una vita da eroina tragica e visionaria, degna delle mistiche medievali perseguitate, delle baccanti di Euripide, delle figure liminali studiate da Aby Warburg e dei labirinti interiori di Jorge Luis Borges.

Léonor Fini aveva ragione nel definirla «non surrealista, ma rivoluzionaria». Carrington non aderisce a un movimento: lo incrina, lo disgrega e lo rivitalizza, ammodernandolo. Le sue figure: cavalli psicopompi, donne-animali, sacerdotesse in equilibrio tra mondi non devono essere interpretate come simboli, perché sono stati psichici. Jung le avrebbe chiamate archetipi viventi; Hillman le avrebbe lette come anima mundi. Ma Carrington le dipinge come presenze familiari, convocate da un altrove senza frontiere, che richiama tanto il Codex Borgia quanto la pittura metafisica di De Chirico e persino le visioni ossessive di William Blake.

La sua opera dialoga con un ampio ventaglio di intellettuali e miti: Ferdinando Pessoa e le sue maschere interiori, l’alchimia interiore di Paracelso e la mistica di Santa Teresa d’Avila, la spiritualità sciamanica dei popoli mesoamericani, dove umano e animale si trasformano reciprocamente, le dissonanze metafisiche di Hölderlin, l’afflizione destituita e la potenza visionaria. Perfino i lavori di Leonora O’Reilly, pioniera del femminismo americano, trovano eco nelle sue rappresentazioni di figure femminili plurime e autonome. Il gioco di metamorfosi richiama le creature di Apuleio; la sua visione femminile e spirituale anticipa la poetica di Cristina Campo; le sue case-labirinto sembrano pagine illustrate dell’Hypnerotomachia, spazi dove mente, corpo e anima coesistono in perpetua trasformazione.

Le sue opere comunicano con un idioma intangibile: riportano alla luce, ad esempio, una Madonna precristiana, una Dea sopravvissuta alle rimozioni patriarcali e ai retaggi culturali impiantati da un becero suprematismo maschile, conversando con la Grande Madre di Neumann e con l’ecofemminismo contemporaneo. La magione non appare come un reclusorio o una gattabuia, ma come un laboratorio alchemico, una camera delle meraviglie rinascimentale e una stanza segreta della Kabbalah, dove l’identità si polverizza e si ricompone come una fenice che, al termine del suo ciclo vitale, si consuma in un rogo per poi rinascere dalle sue stesse ceneri più giovane e rigenerata.

Il suo immaginario è un atlante ecologico ante litteram: giardini, animali, ibridi magici, piante che osservano il mondo con la saggezza di Hildegard von Bingen, la sensibilità di Ernst Haeckel e la poesia di Rilke. Archetipi, sogni e traumi si intrecciano come in un De Rerum Natura, creando uno spazio in cui ogni creatura ha dignità e valore.

Alla fine, se dovessimo cucirle addosso uno slogan, potrebbe essere solo: «Tremate, tremate, le streghe sono tornate». Ma la strega di Carrington non è minaccia: è sapiente, liberata, colei che conosce materia e spirito, che restituisce dignità alle zone d’ombra e trasforma la frattura in possibilità, come le figure liminali di Escher o le profezie di Blake.

Il ritorno di Carrington, oggi, non è revival, ma un’aurora boreale che ridisegna il destino con la sua vampa cromatica. Difatti, appare come un’esortazione alla volontà umana. Per questo bisogna entrare, come lei, in quella dimensione artistica e spirituale, come una goccia di pioggia che cade nell’oceano, perduta per sempre nell’immensità salata dove arte, inconscio, esistenza, visione e illusione sguazzano mansueti.

A Milano, nelle sale di Palazzo Reale, la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington, pioniera dell’ecofemminismo e instancabile esploratrice della coscienza, non è una semplice esposizione, ma un continuo attraversare quello che Kierkegaard definiva “gli stadi dell’esistenza”, per dispiegare le ali della fantasia e del ghiribizzo e imparare a volare nel principato metafisico in cui soggiornano flussi di evanescenza.

Esso si rivela un locus amoenus, un labirinto di visioni. Entrarvi significa calarsi in un altrove dove ogni quadro nasconde brandelli di una fede sovversiva e fantastica, nutrita da un’estrema attenzione alla dimensione inconscia, in cui il panorama onirico stimola riflessioni esistenziali.

Ogni figura ritratta sembra uscita da un manoscritto di Hypnerotomachia Poliphili, e il tempo, lusinghiero e seriale, oscilla abitualmente tra presente e mito. Carrington, che a tre anni già dettava racconti alla madre come una Sibilla di Cuma in miniatura, attraversò il Novecento come una cometa refrattaria, rifiutando ogni rotta atavica e predefinita da una galassia che vessava e tiranneggiava, lenendo la sua abbacinante favilla, come Cassandra che non può tacere pur sapendo che nessuno ascolterà.

 Nata nel 1917 in una famiglia dell’alta borghesia inglese, scelse la ribellione come primo atto creativo. Trascurò il debutto in società e decise di fuggire verso il Surrealismo, folgorata dall’opera di Max Ernst a Londra, come se avesse percepito in anticipo il Sogno e realtà di Breton. Da quel momento il suo cammino fu un incessante logoramento: dall’Europa lacerata dalla guerra ai ricoveri psichiatrici, dalla Spagna franchista alla New York degli esiliati, fino al Messico, dove il suo immaginario trovò infine un regno fertile, simile ai codici maya o alle liturgie alchemiche rinascimentali. Una vita da eroina tragica e visionaria, degna delle mistiche medievali perseguitate, delle baccanti di Euripide, delle figure liminali studiate da Aby Warburg e dei labirinti interiori di Jorge Luis Borges.

Léonor Fini aveva ragione nel definirla «non surrealista, ma rivoluzionaria». Carrington non aderisce a un movimento: lo incrina, lo disgrega e lo rivitalizza, ammodernandolo. Le sue figure: cavalli psicopompi, donne-animali, sacerdotesse in equilibrio tra mondi non devono essere interpretate come simboli, perché sono stati psichici. Jung le avrebbe chiamate archetipi viventi; Hillman le avrebbe lette come anima mundi. Ma Carrington le dipinge come presenze familiari, convocate da un altrove senza frontiere, che richiama tanto il Codex Borgia quanto la pittura metafisica di De Chirico e persino le visioni ossessive di William Blake.

La sua opera dialoga con un ampio ventaglio di intellettuali e miti: Ferdinando Pessoa e le sue maschere interiori, l’alchimia interiore di Paracelso e la mistica di Santa Teresa d’Avila, la spiritualità sciamanica dei popoli mesoamericani, dove umano e animale si trasformano reciprocamente, le dissonanze metafisiche di Hölderlin, l’afflizione destituita e la potenza visionaria. Perfino i lavori di Leonora O’Reilly, pioniera del femminismo americano, trovano eco nelle sue rappresentazioni di figure femminili plurime e autonome. Il gioco di metamorfosi richiama le creature di Apuleio; la sua visione femminile e spirituale anticipa la poetica di Cristina Campo; le sue case-labirinto sembrano pagine illustrate dell’Hypnerotomachia, spazi dove mente, corpo e anima coesistono in perpetua trasformazione.

Le sue opere comunicano con un idioma intangibile: riportano alla luce, ad esempio, una Madonna precristiana, una Dea sopravvissuta alle rimozioni patriarcali e ai retaggi culturali impiantati da un becero suprematismo maschile, conversando con la Grande Madre di Neumann e con l’ecofemminismo contemporaneo. La magione non appare come un reclusorio o una gattabuia, ma come un laboratorio alchemico, una camera delle meraviglie rinascimentale e una stanza segreta della Kabbalah, dove l’identità si polverizza e si ricompone come una fenice che, al termine del suo ciclo vitale, si consuma in un rogo per poi rinascere dalle sue stesse ceneri più giovane e rigenerata.

Il suo immaginario è un atlante ecologico ante litteram: giardini, animali, ibridi magici, piante che osservano il mondo con la saggezza di Hildegard von Bingen, la sensibilità di Ernst Haeckel e la poesia di Rilke. Archetipi, sogni e traumi si intrecciano come in un De Rerum Natura, creando uno spazio in cui ogni creatura ha dignità e valore.

Alla fine, se dovessimo cucirle addosso uno slogan, potrebbe essere solo: «Tremate, tremate, le streghe sono tornate». Ma la strega di Carrington non è minaccia: è sapiente, liberata, colei che conosce materia e spirito, che restituisce dignità alle zone d’ombra e trasforma la frattura in possibilità, come le figure liminali di Escher o le profezie di Blake.

Il ritorno di Carrington, oggi, non è revival, ma un’aurora boreale che ridisegna il destino con la sua vampa cromatica. Difatti, appare come un’esortazione alla volontà umana. Per questo bisogna entrare, come lei, in quella dimensione artistica e spirituale, come una goccia di pioggia che cade nell’oceano, perduta per sempre nell’immensità salata dove arte, inconscio, esistenza, visione e illusione sguazzano mansueti.

A Milano, nelle sale di Palazzo Reale, la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington, pioniera dell’ecofemminismo e instancabile esploratrice della coscienza, non è una semplice esposizione, ma un continuo attraversare quello che Kierkegaard definiva “gli stadi dell’esistenza”, per dispiegare le ali della fantasia e del ghiribizzo e imparare a volare nel principato metafisico in cui soggiornano flussi di evanescenza.

Esso si rivela un locus amoenus, un labirinto di visioni. Entrarvi significa calarsi in un altrove dove ogni quadro nasconde brandelli di una fede sovversiva e fantastica, nutrita da un’estrema attenzione alla dimensione inconscia, in cui il panorama onirico stimola riflessioni esistenziali.

Ogni figura ritratta sembra uscita da un manoscritto di Hypnerotomachia Poliphili, e il tempo, lusinghiero e seriale, oscilla abitualmente tra presente e mito. Carrington, che a tre anni già dettava racconti alla madre come una Sibilla di Cuma in miniatura, attraversò il Novecento come una cometa refrattaria, rifiutando ogni rotta atavica e predefinita da una galassia che vessava e tiranneggiava, lenendo la sua abbacinante favilla, come Cassandra che non può tacere pur sapendo che nessuno ascolterà.

 Nata nel 1917 in una famiglia dell’alta borghesia inglese, scelse la ribellione come primo atto creativo. Trascurò il debutto in società e decise di fuggire verso il Surrealismo, folgorata dall’opera di Max Ernst a Londra, come se avesse percepito in anticipo il Sogno e realtà di Breton. Da quel momento il suo cammino fu un incessante logoramento: dall’Europa lacerata dalla guerra ai ricoveri psichiatrici, dalla Spagna franchista alla New York degli esiliati, fino al Messico, dove il suo immaginario trovò infine un regno fertile, simile ai codici maya o alle liturgie alchemiche rinascimentali. Una vita da eroina tragica e visionaria, degna delle mistiche medievali perseguitate, delle baccanti di Euripide, delle figure liminali studiate da Aby Warburg e dei labirinti interiori di Jorge Luis Borges.

Léonor Fini aveva ragione nel definirla «non surrealista, ma rivoluzionaria». Carrington non aderisce a un movimento: lo incrina, lo disgrega e lo rivitalizza, ammodernandolo. Le sue figure: cavalli psicopompi, donne-animali, sacerdotesse in equilibrio tra mondi non devono essere interpretate come simboli, perché sono stati psichici. Jung le avrebbe chiamate archetipi viventi; Hillman le avrebbe lette come anima mundi. Ma Carrington le dipinge come presenze familiari, convocate da un altrove senza frontiere, che richiama tanto il Codex Borgia quanto la pittura metafisica di De Chirico e persino le visioni ossessive di William Blake.

La sua opera dialoga con un ampio ventaglio di intellettuali e miti: Ferdinando Pessoa e le sue maschere interiori, l’alchimia interiore di Paracelso e la mistica di Santa Teresa d’Avila, la spiritualità sciamanica dei popoli mesoamericani, dove umano e animale si trasformano reciprocamente, le dissonanze metafisiche di Hölderlin, l’afflizione destituita e la potenza visionaria. Perfino i lavori di Leonora O’Reilly, pioniera del femminismo americano, trovano eco nelle sue rappresentazioni di figure femminili plurime e autonome. Il gioco di metamorfosi richiama le creature di Apuleio; la sua visione femminile e spirituale anticipa la poetica di Cristina Campo; le sue case-labirinto sembrano pagine illustrate dell’Hypnerotomachia, spazi dove mente, corpo e anima coesistono in perpetua trasformazione.

Le sue opere comunicano con un idioma intangibile: riportano alla luce, ad esempio, una Madonna precristiana, una Dea sopravvissuta alle rimozioni patriarcali e ai retaggi culturali impiantati da un becero suprematismo maschile, conversando con la Grande Madre di Neumann e con l’ecofemminismo contemporaneo. La magione non appare come un reclusorio o una gattabuia, ma come un laboratorio alchemico, una camera delle meraviglie rinascimentale e una stanza segreta della Kabbalah, dove l’identità si polverizza e si ricompone come una fenice che, al termine del suo ciclo vitale, si consuma in un rogo per poi rinascere dalle sue stesse ceneri più giovane e rigenerata.

Il suo immaginario è un atlante ecologico ante litteram: giardini, animali, ibridi magici, piante che osservano il mondo con la saggezza di Hildegard von Bingen, la sensibilità di Ernst Haeckel e la poesia di Rilke. Archetipi, sogni e traumi si intrecciano come in un De Rerum Natura, creando uno spazio in cui ogni creatura ha dignità e valore.

Alla fine, se dovessimo cucirle addosso uno slogan, potrebbe essere solo: «Tremate, tremate, le streghe sono tornate». Ma la strega di Carrington non è minaccia: è sapiente, liberata, colei che conosce materia e spirito, che restituisce dignità alle zone d’ombra e trasforma la frattura in possibilità, come le figure liminali di Escher o le profezie di Blake.

Il ritorno di Carrington, oggi, non è revival, ma un’aurora boreale che ridisegna il destino con la sua vampa cromatica. Difatti, appare come un’esortazione alla volontà umana. Per questo bisogna entrare, come lei, in quella dimensione artistica e spirituale, come una goccia di pioggia che cade nell’oceano, perduta per sempre nell’immensità salata dove arte, inconscio, esistenza, visione e illusione sguazzano mansueti.

10 dicembre 2025

10 dicembre 2025

Antonio Nenna

A cura di

''L'universo poetico e inquieto di Leonora Carrington prende forma in una mostra che rivela la sua ribellione creativa, i suoi attraversamenti interiori e il suo sguardo oltre il reale''

''L'universo poetico e inquieto di Leonora Carrington prende forma in una mostra che rivela la sua ribellione creativa, i suoi attraversamenti interiori e il suo sguardo oltre il reale''

''L'universo poetico e inquieto di Leonora Carrington prende forma in una mostra che rivela la sua ribellione creativa, i suoi attraversamenti interiori e il suo sguardo oltre il reale''