CARPE CINEMA - L'IMMORTALE DI BIRMINGHAM: PEAKY BLINDERS E L'ULTIMO ATTO DI UN UOMO CHE HA CONQUISTATO TUTTO, TRANNE LA PACE
CARPE CINEMA - L'IMMORTALE DI BIRMINGHAM: PEAKY BLINDERS E L'ULTIMO ATTO DI UN UOMO CHE HA CONQUISTATO TUTTO, TRANNE LA PACE
29 marzo 2026
A cura di
Ivan DI Falco

“Miei cittadini di Birmingham e dell’intero Regno Unito…”
Così, probabilmente, avrebbe iniziato il suo discorso alla Camera dei Comuni l’onorevole Thomas Shelby: uno zingaro di periferia partito dal nulla, capace di arrivare fino al fianco di Winston Churchill per affari internazionali per conto della Corona.
Domenica 22 è uscito l’ultimo capitolo, questa volta cinematografico, della saga ormai divenuta immortale come il suo protagonista: Peaky Blinders. Peaky Blinders: The Immortal Man è un film inaspettato ma profondamente desiderato dai fan, che avevano percepito il finale della serie come ambiguo e sospeso, come una pistola carica che spara a salve ma che sai avere ancora un ultimo colpo pronto a partire.
La storia è ambientata anni dopo la conclusione della serie e ci restituisce un Tommy Shelby ritirato, stanco, probabilmente disilluso: un uomo che non ricerca più con la stessa smania il successo, il potere o l’ambizione, e forse è proprio questo il punto più interessante del suo ultimo atto.
Tranquilli: NESSUNO SPOILER.
Parliamo invece del senso e del successo della saga, perché Peaky Blinders non è mai stata una semplice serie gangster. È l’Inghilterra del 1919, nel pieno del trauma post Prima Guerra Mondiale; sono gli abiti eleganti, i cappotti scuri, gli orologi da taschino, i “newsboy cap” con le lamette nella visiera, ma soprattutto sono uomini spezzati dalla guerra che tentano di ricostruire un’identità nel caos di un mondo che non riconoscono più. Tutti questi elementi ci trasportano nella mente di Steven Knight, creatore e sceneggiatore della serie, e nelle strade industriali di Birmingham, trasformata in teatro di potere, sangue e ambizione. Il successo è stato immediato: sei stagioni, una crescita costante, un’estetica diventata iconica.
A questo si aggiunge l’interpretazione monumentale di Cillian Murphy, ormai tra i più grandi attori contemporanei, consacrato definitivamente con l’Oscar per Oppenheimer, capace di far evolvere Tommy stagione dopo stagione fino a renderlo una figura quasi shakespeariana. Nel film entra in scena anche Barry Keoghan, nei panni di Duke Shelby: il rapporto padre-figlio aggiunge un livello emotivo meno centrale rispetto ad altri conflitti, ma intenso e simbolico, e offre alcune delle scene più memorabili dell’intera operazione. Possiamo dirlo con onestà: il film non raggiunge l’altezza narrativa delle stagioni migliori della serie e non eccelle per trama o costruzione; tuttavia compie un gesto fondamentale, quello di chiudere definitivamente la porta.
Dà un epilogo a una storia che sembrava aver lasciato tutto socchiuso, restituendo al pubblico la sensazione di una fine compiuta. Tommy Shelby, con le sue contraddizioni, la morale elastica, l’ambizione feroce e il carisma magnetico, ci ha sempre insegnato qualcosa, anche nel male, e nel finale ribadisce un concetto semplice e brutale: avere tutto non significa avere pace. Forse è questo il vero senso dell’immortalità: non vivere per sempre, ma lasciare un segno che sopravvive alle proprie macerie.
“Miei cittadini di Birmingham e dell’intero Regno Unito…”
Così, probabilmente, avrebbe iniziato il suo discorso alla Camera dei Comuni l’onorevole Thomas Shelby: uno zingaro di periferia partito dal nulla, capace di arrivare fino al fianco di Winston Churchill per affari internazionali per conto della Corona.
Domenica 22 è uscito l’ultimo capitolo, questa volta cinematografico, della saga ormai divenuta immortale come il suo protagonista: Peaky Blinders. Peaky Blinders: The Immortal Man è un film inaspettato ma profondamente desiderato dai fan, che avevano percepito il finale della serie come ambiguo e sospeso, come una pistola carica che spara a salve ma che sai avere ancora un ultimo colpo pronto a partire.
La storia è ambientata anni dopo la conclusione della serie e ci restituisce un Tommy Shelby ritirato, stanco, probabilmente disilluso: un uomo che non ricerca più con la stessa smania il successo, il potere o l’ambizione, e forse è proprio questo il punto più interessante del suo ultimo atto.
Tranquilli: NESSUNO SPOILER.
Parliamo invece del senso e del successo della saga, perché Peaky Blinders non è mai stata una semplice serie gangster. È l’Inghilterra del 1919, nel pieno del trauma post Prima Guerra Mondiale; sono gli abiti eleganti, i cappotti scuri, gli orologi da taschino, i “newsboy cap” con le lamette nella visiera, ma soprattutto sono uomini spezzati dalla guerra che tentano di ricostruire un’identità nel caos di un mondo che non riconoscono più. Tutti questi elementi ci trasportano nella mente di Steven Knight, creatore e sceneggiatore della serie, e nelle strade industriali di Birmingham, trasformata in teatro di potere, sangue e ambizione. Il successo è stato immediato: sei stagioni, una crescita costante, un’estetica diventata iconica.
A questo si aggiunge l’interpretazione monumentale di Cillian Murphy, ormai tra i più grandi attori contemporanei, consacrato definitivamente con l’Oscar per Oppenheimer, capace di far evolvere Tommy stagione dopo stagione fino a renderlo una figura quasi shakespeariana. Nel film entra in scena anche Barry Keoghan, nei panni di Duke Shelby: il rapporto padre-figlio aggiunge un livello emotivo meno centrale rispetto ad altri conflitti, ma intenso e simbolico, e offre alcune delle scene più memorabili dell’intera operazione. Possiamo dirlo con onestà: il film non raggiunge l’altezza narrativa delle stagioni migliori della serie e non eccelle per trama o costruzione; tuttavia compie un gesto fondamentale, quello di chiudere definitivamente la porta.
Dà un epilogo a una storia che sembrava aver lasciato tutto socchiuso, restituendo al pubblico la sensazione di una fine compiuta. Tommy Shelby, con le sue contraddizioni, la morale elastica, l’ambizione feroce e il carisma magnetico, ci ha sempre insegnato qualcosa, anche nel male, e nel finale ribadisce un concetto semplice e brutale: avere tutto non significa avere pace. Forse è questo il vero senso dell’immortalità: non vivere per sempre, ma lasciare un segno che sopravvive alle proprie macerie.
“Miei cittadini di Birmingham e dell’intero Regno Unito…”
Così, probabilmente, avrebbe iniziato il suo discorso alla Camera dei Comuni l’onorevole Thomas Shelby: uno zingaro di periferia partito dal nulla, capace di arrivare fino al fianco di Winston Churchill per affari internazionali per conto della Corona.
Domenica 22 è uscito l’ultimo capitolo, questa volta cinematografico, della saga ormai divenuta immortale come il suo protagonista: Peaky Blinders. Peaky Blinders: The Immortal Man è un film inaspettato ma profondamente desiderato dai fan, che avevano percepito il finale della serie come ambiguo e sospeso, come una pistola carica che spara a salve ma che sai avere ancora un ultimo colpo pronto a partire.
La storia è ambientata anni dopo la conclusione della serie e ci restituisce un Tommy Shelby ritirato, stanco, probabilmente disilluso: un uomo che non ricerca più con la stessa smania il successo, il potere o l’ambizione, e forse è proprio questo il punto più interessante del suo ultimo atto.
Tranquilli: NESSUNO SPOILER.
Parliamo invece del senso e del successo della saga, perché Peaky Blinders non è mai stata una semplice serie gangster. È l’Inghilterra del 1919, nel pieno del trauma post Prima Guerra Mondiale; sono gli abiti eleganti, i cappotti scuri, gli orologi da taschino, i “newsboy cap” con le lamette nella visiera, ma soprattutto sono uomini spezzati dalla guerra che tentano di ricostruire un’identità nel caos di un mondo che non riconoscono più. Tutti questi elementi ci trasportano nella mente di Steven Knight, creatore e sceneggiatore della serie, e nelle strade industriali di Birmingham, trasformata in teatro di potere, sangue e ambizione. Il successo è stato immediato: sei stagioni, una crescita costante, un’estetica diventata iconica.
A questo si aggiunge l’interpretazione monumentale di Cillian Murphy, ormai tra i più grandi attori contemporanei, consacrato definitivamente con l’Oscar per Oppenheimer, capace di far evolvere Tommy stagione dopo stagione fino a renderlo una figura quasi shakespeariana. Nel film entra in scena anche Barry Keoghan, nei panni di Duke Shelby: il rapporto padre-figlio aggiunge un livello emotivo meno centrale rispetto ad altri conflitti, ma intenso e simbolico, e offre alcune delle scene più memorabili dell’intera operazione. Possiamo dirlo con onestà: il film non raggiunge l’altezza narrativa delle stagioni migliori della serie e non eccelle per trama o costruzione; tuttavia compie un gesto fondamentale, quello di chiudere definitivamente la porta.
Dà un epilogo a una storia che sembrava aver lasciato tutto socchiuso, restituendo al pubblico la sensazione di una fine compiuta. Tommy Shelby, con le sue contraddizioni, la morale elastica, l’ambizione feroce e il carisma magnetico, ci ha sempre insegnato qualcosa, anche nel male, e nel finale ribadisce un concetto semplice e brutale: avere tutto non significa avere pace. Forse è questo il vero senso dell’immortalità: non vivere per sempre, ma lasciare un segno che sopravvive alle proprie macerie.
29 marzo 2026
29 marzo 2026
Ivan DI Falco
A cura di