LA POLITICA DELL'ASCOLTO - COSA SUCCEDE QUANDO NON CI SI PREDISPONE ALL'ASCOLTO?

LA POLITICA DELL'ASCOLTO - COSA SUCCEDE QUANDO NON CI SI PREDISPONE ALL'ASCOLTO?

3 aprile 2026

A cura di

Claudia Di Modugno

Se l'ascolto è una postura che si forma e si allena, allora la sua antitesi, il disimpegno, la distrazione, il rifiuto di sintonizzarsi, non è mai davvero un'astensione. È comunque una scelta, perché produce comunque delle conseguenze. Una scelta percettiva, con effetti politici e civici reali.


La politica ha a lungo coltivato l'illusione di essere intangibile: distante, astratta, quasi inafferrabile. Questo ha portato una parte significativa della popolazione mondiale a identificarsi come apolitica, una posizione che è sempre stata al tempo stesso controversa ed eticamente fragile. Nelle generazioni precedenti, questo distacco poteva essere parzialmente giustificato dalla mancanza di accesso alle informazioni; oggi viene spesso giustificato dal contrario: dall'inaffidabilità delle informazioni che ci vengono costantemente somministrate. Ma dovrebbero entrambe queste condizioni davvero giustificare il disimpegno? O dovrebbero, al contrario, generare un'urgenza più profonda a informarci, e ancor di più, a diventare noi stessi mezzi affidabili di informazione?


Il pensiero critico non è una virtù isolata: è modellato, messo alla prova e alimentato dall'attrito tra prospettive diverse. In questo senso, essere apolitici è raramente neutrale. Può diventare una forma di ignoranza silenziosa nei confronti della realtà, ed è proprio questa ignoranza che rende la politica inaccessibile in primo luogo. Non a caso, quando la politica smette di essere abitata da chi vorrebbe cambiarla, tende a diventare uno spettacolo: si riempie di figure pubbliche sovradimensionate, raffigurate senza sosta come eroi in certi contesti e antagonisti in altri, che diventano volti prima di diventare funzioni. E in quella transizione, finiscono spesso per trasformarsi in veicoli di disinformazione piuttosto che in agenti di governo. Il disimpegno non è la causa di questo processo, ma ne è una condizione necessaria: senza un pubblico che smette di ascoltare criticamente, certe figure non potrebbero esistere.


Eppure identificarsi come apolitici è diventato quasi un gesto di igiene mentale. Un meccanismo di difesa dal rumore. È comprensibile: in un clima in cui tutto richiede presa di posizione immediata, la rinuncia può sembrare l'unica risposta ragionevole. Ma questa rinuncia non avviene nel vuoto. Chi non ascolta non smette di essere ascoltato, ciò che manca è la reciprocità. Si smette di partecipare alla costruzione di ciò che viene reso disponibile nello spazio comune, e in quell'assenza qualcun altro decide, e interpreta convenientemente, cosa merita attenzione e cosa può restare sullo sfondo.


Il pensiero classico lo aveva capito con una chiarezza che spesso dimentichiamo. Per Platone e Aristotele, estetica, etica e ordine civile erano inseparabili: la musica non era intrattenimento, ma formazione. Bellezza, proporzione e verità non erano preferenze soggettive, ma condizioni della buona vita. La paideia greca, il processo educativo che produceva il cittadino, includeva la musica con serietà proprio perché si credeva capace di plasmare il carattere ancora prima che la ragione fosse in grado di riceverlo. L'ascolto, in questa luce, non era un gusto privato da coltivare nel tempo libero: era una competenza civica che richiedeva cura e attenzione politica. Aristotele, in particolare, era convinto che la musica potesse costruire disposizioni etiche attraverso l'abitudine percettiva, non istruendo, ma abituando l'orecchio a riconoscere certe qualità del suono, e quindi del mondo.


Questa intuizione trova un caso straordinario nella storia moderna. Jean-Jacques Rousseau, nel suo Dictionnaire de Musique del 1768, ricorda come le autorità militari svizzere avessero vietato ai propri soldati mercenari di suonare o cantare il ‘’ranz des vaches’’, una semplice melodia pastorale alpina, senza testo politico, senza messaggio dichiarativo. Il divieto era punito severamente perché il canto, udito lontano dalla patria, provocava lacrime, nostalgia e, nei casi più estremi, diserzione. La musica non diceva nulla di politico, eppure disturbava l'ordine militare riorientando la lealtà attraverso l'affetto anziché l'istruzione. Rousseau stesso osservava che il canto non agiva come musica, ma come un segno memorativo: risvegliava non un'idea, ma una relazione con un luogo, un tempo, una vita lasciata altrove. Le autorità non potevano sopprimerne gli effetti perché la musica non operava attraverso il comando, ma attraverso qualcosa di più stratificato e ingovernabile. Non dettava le emozioni: esponeva ciò che già contava per chi ascoltava.


Non è un caso isolato. Anche quando è il potere stesso a tentare di arruolare la musica, a fissarla dentro una cornice ideologica precisa, il risultato rivela la stessa instabilità. L'Ouverture 1812 di Čajkovskij, composta per celebrare la vittoria russa su Napoleone, viene eseguita ogni anno nelle celebrazioni dell'indipendenza americana: una scelta che ignora, o forse non ha mai dovuto considerare, che la Francia di Napoleone fu proprio l’alleato militare senza il quale quella stessa indipendenza difficilmente sarebbe stata conquistata. Lo stesso vale per lo Star-Spangled Banner, il cui testo fu adattato su una melodia britannica, un inno conviviale di gentiluomini inglesi, dedicato al bere e al tempo libero delle élite britanniche. Il brano patriottico più sacro degli Stati Uniti canta la propria indipendenza sulla voce del nemico che dichiara di aver sconfitto. La musica non mente: è chi la usa che smette di ascoltarla.


Quello che il ranz des vaches rivela, e questi esempi confermano, non è soltanto il potere della musica, ma i limiti di qualsiasi tentativo di ridurla a strumento. La musica ha sempre portato intenzione ed emozione oltre il consenso o il controllo. Non è intrinsecamente politica; eppure la storia la costringe ripetutamente a un significato politico, rivelando non la politica della musica, ma la politica di chi la ascolta. Qualunque contesto tentiamo di imporle, continuerà a generare significati diversi per orecchie diverse.


Ascoltare è una postura che resiste all'accelerazione. Richiede pazienza, disponibilità all'attrito, e l'accettazione che il significato non è mai dato in anticipo ma emerge dall'incontro. Non è un caso che la parola latina audire, da cui viene il nostro "udire", condivida la radice con ‘’oboedire’’, nel senso antico di prestare l'orecchio, di piegarsi verso ciò che parla. Ascoltare, in origine, era già un gesto di apertura verso l'altro. Ed è da questa apertura che dipende, ancora oggi, la possibilità stessa di una vita politica condivisa. Forse, allora, la domanda iniziale trova qui la sua risposta, quando smettiamo di predisporci all’ascolto, non usciamo dalla politica, lasciamo che sia qualcun altro a darle forma al posto nostro.

Se l'ascolto è una postura che si forma e si allena, allora la sua antitesi, il disimpegno, la distrazione, il rifiuto di sintonizzarsi, non è mai davvero un'astensione. È comunque una scelta, perché produce comunque delle conseguenze. Una scelta percettiva, con effetti politici e civici reali.


La politica ha a lungo coltivato l'illusione di essere intangibile: distante, astratta, quasi inafferrabile. Questo ha portato una parte significativa della popolazione mondiale a identificarsi come apolitica, una posizione che è sempre stata al tempo stesso controversa ed eticamente fragile. Nelle generazioni precedenti, questo distacco poteva essere parzialmente giustificato dalla mancanza di accesso alle informazioni; oggi viene spesso giustificato dal contrario: dall'inaffidabilità delle informazioni che ci vengono costantemente somministrate. Ma dovrebbero entrambe queste condizioni davvero giustificare il disimpegno? O dovrebbero, al contrario, generare un'urgenza più profonda a informarci, e ancor di più, a diventare noi stessi mezzi affidabili di informazione?


Il pensiero critico non è una virtù isolata: è modellato, messo alla prova e alimentato dall'attrito tra prospettive diverse. In questo senso, essere apolitici è raramente neutrale. Può diventare una forma di ignoranza silenziosa nei confronti della realtà, ed è proprio questa ignoranza che rende la politica inaccessibile in primo luogo. Non a caso, quando la politica smette di essere abitata da chi vorrebbe cambiarla, tende a diventare uno spettacolo: si riempie di figure pubbliche sovradimensionate, raffigurate senza sosta come eroi in certi contesti e antagonisti in altri, che diventano volti prima di diventare funzioni. E in quella transizione, finiscono spesso per trasformarsi in veicoli di disinformazione piuttosto che in agenti di governo. Il disimpegno non è la causa di questo processo, ma ne è una condizione necessaria: senza un pubblico che smette di ascoltare criticamente, certe figure non potrebbero esistere.


Eppure identificarsi come apolitici è diventato quasi un gesto di igiene mentale. Un meccanismo di difesa dal rumore. È comprensibile: in un clima in cui tutto richiede presa di posizione immediata, la rinuncia può sembrare l'unica risposta ragionevole. Ma questa rinuncia non avviene nel vuoto. Chi non ascolta non smette di essere ascoltato, ciò che manca è la reciprocità. Si smette di partecipare alla costruzione di ciò che viene reso disponibile nello spazio comune, e in quell'assenza qualcun altro decide, e interpreta convenientemente, cosa merita attenzione e cosa può restare sullo sfondo.


Il pensiero classico lo aveva capito con una chiarezza che spesso dimentichiamo. Per Platone e Aristotele, estetica, etica e ordine civile erano inseparabili: la musica non era intrattenimento, ma formazione. Bellezza, proporzione e verità non erano preferenze soggettive, ma condizioni della buona vita. La paideia greca, il processo educativo che produceva il cittadino, includeva la musica con serietà proprio perché si credeva capace di plasmare il carattere ancora prima che la ragione fosse in grado di riceverlo. L'ascolto, in questa luce, non era un gusto privato da coltivare nel tempo libero: era una competenza civica che richiedeva cura e attenzione politica. Aristotele, in particolare, era convinto che la musica potesse costruire disposizioni etiche attraverso l'abitudine percettiva, non istruendo, ma abituando l'orecchio a riconoscere certe qualità del suono, e quindi del mondo.


Questa intuizione trova un caso straordinario nella storia moderna. Jean-Jacques Rousseau, nel suo Dictionnaire de Musique del 1768, ricorda come le autorità militari svizzere avessero vietato ai propri soldati mercenari di suonare o cantare il ‘’ranz des vaches’’, una semplice melodia pastorale alpina, senza testo politico, senza messaggio dichiarativo. Il divieto era punito severamente perché il canto, udito lontano dalla patria, provocava lacrime, nostalgia e, nei casi più estremi, diserzione. La musica non diceva nulla di politico, eppure disturbava l'ordine militare riorientando la lealtà attraverso l'affetto anziché l'istruzione. Rousseau stesso osservava che il canto non agiva come musica, ma come un segno memorativo: risvegliava non un'idea, ma una relazione con un luogo, un tempo, una vita lasciata altrove. Le autorità non potevano sopprimerne gli effetti perché la musica non operava attraverso il comando, ma attraverso qualcosa di più stratificato e ingovernabile. Non dettava le emozioni: esponeva ciò che già contava per chi ascoltava.


Non è un caso isolato. Anche quando è il potere stesso a tentare di arruolare la musica, a fissarla dentro una cornice ideologica precisa, il risultato rivela la stessa instabilità. L'Ouverture 1812 di Čajkovskij, composta per celebrare la vittoria russa su Napoleone, viene eseguita ogni anno nelle celebrazioni dell'indipendenza americana: una scelta che ignora, o forse non ha mai dovuto considerare, che la Francia di Napoleone fu proprio l’alleato militare senza il quale quella stessa indipendenza difficilmente sarebbe stata conquistata. Lo stesso vale per lo Star-Spangled Banner, il cui testo fu adattato su una melodia britannica, un inno conviviale di gentiluomini inglesi, dedicato al bere e al tempo libero delle élite britanniche. Il brano patriottico più sacro degli Stati Uniti canta la propria indipendenza sulla voce del nemico che dichiara di aver sconfitto. La musica non mente: è chi la usa che smette di ascoltarla.


Quello che il ranz des vaches rivela, e questi esempi confermano, non è soltanto il potere della musica, ma i limiti di qualsiasi tentativo di ridurla a strumento. La musica ha sempre portato intenzione ed emozione oltre il consenso o il controllo. Non è intrinsecamente politica; eppure la storia la costringe ripetutamente a un significato politico, rivelando non la politica della musica, ma la politica di chi la ascolta. Qualunque contesto tentiamo di imporle, continuerà a generare significati diversi per orecchie diverse.


Ascoltare è una postura che resiste all'accelerazione. Richiede pazienza, disponibilità all'attrito, e l'accettazione che il significato non è mai dato in anticipo ma emerge dall'incontro. Non è un caso che la parola latina audire, da cui viene il nostro "udire", condivida la radice con ‘’oboedire’’, nel senso antico di prestare l'orecchio, di piegarsi verso ciò che parla. Ascoltare, in origine, era già un gesto di apertura verso l'altro. Ed è da questa apertura che dipende, ancora oggi, la possibilità stessa di una vita politica condivisa. Forse, allora, la domanda iniziale trova qui la sua risposta, quando smettiamo di predisporci all’ascolto, non usciamo dalla politica, lasciamo che sia qualcun altro a darle forma al posto nostro.

Se l'ascolto è una postura che si forma e si allena, allora la sua antitesi, il disimpegno, la distrazione, il rifiuto di sintonizzarsi, non è mai davvero un'astensione. È comunque una scelta, perché produce comunque delle conseguenze. Una scelta percettiva, con effetti politici e civici reali.


La politica ha a lungo coltivato l'illusione di essere intangibile: distante, astratta, quasi inafferrabile. Questo ha portato una parte significativa della popolazione mondiale a identificarsi come apolitica, una posizione che è sempre stata al tempo stesso controversa ed eticamente fragile. Nelle generazioni precedenti, questo distacco poteva essere parzialmente giustificato dalla mancanza di accesso alle informazioni; oggi viene spesso giustificato dal contrario: dall'inaffidabilità delle informazioni che ci vengono costantemente somministrate. Ma dovrebbero entrambe queste condizioni davvero giustificare il disimpegno? O dovrebbero, al contrario, generare un'urgenza più profonda a informarci, e ancor di più, a diventare noi stessi mezzi affidabili di informazione?


Il pensiero critico non è una virtù isolata: è modellato, messo alla prova e alimentato dall'attrito tra prospettive diverse. In questo senso, essere apolitici è raramente neutrale. Può diventare una forma di ignoranza silenziosa nei confronti della realtà, ed è proprio questa ignoranza che rende la politica inaccessibile in primo luogo. Non a caso, quando la politica smette di essere abitata da chi vorrebbe cambiarla, tende a diventare uno spettacolo: si riempie di figure pubbliche sovradimensionate, raffigurate senza sosta come eroi in certi contesti e antagonisti in altri, che diventano volti prima di diventare funzioni. E in quella transizione, finiscono spesso per trasformarsi in veicoli di disinformazione piuttosto che in agenti di governo. Il disimpegno non è la causa di questo processo, ma ne è una condizione necessaria: senza un pubblico che smette di ascoltare criticamente, certe figure non potrebbero esistere.


Eppure identificarsi come apolitici è diventato quasi un gesto di igiene mentale. Un meccanismo di difesa dal rumore. È comprensibile: in un clima in cui tutto richiede presa di posizione immediata, la rinuncia può sembrare l'unica risposta ragionevole. Ma questa rinuncia non avviene nel vuoto. Chi non ascolta non smette di essere ascoltato, ciò che manca è la reciprocità. Si smette di partecipare alla costruzione di ciò che viene reso disponibile nello spazio comune, e in quell'assenza qualcun altro decide, e interpreta convenientemente, cosa merita attenzione e cosa può restare sullo sfondo.


Il pensiero classico lo aveva capito con una chiarezza che spesso dimentichiamo. Per Platone e Aristotele, estetica, etica e ordine civile erano inseparabili: la musica non era intrattenimento, ma formazione. Bellezza, proporzione e verità non erano preferenze soggettive, ma condizioni della buona vita. La paideia greca, il processo educativo che produceva il cittadino, includeva la musica con serietà proprio perché si credeva capace di plasmare il carattere ancora prima che la ragione fosse in grado di riceverlo. L'ascolto, in questa luce, non era un gusto privato da coltivare nel tempo libero: era una competenza civica che richiedeva cura e attenzione politica. Aristotele, in particolare, era convinto che la musica potesse costruire disposizioni etiche attraverso l'abitudine percettiva, non istruendo, ma abituando l'orecchio a riconoscere certe qualità del suono, e quindi del mondo.


Questa intuizione trova un caso straordinario nella storia moderna. Jean-Jacques Rousseau, nel suo Dictionnaire de Musique del 1768, ricorda come le autorità militari svizzere avessero vietato ai propri soldati mercenari di suonare o cantare il ‘’ranz des vaches’’, una semplice melodia pastorale alpina, senza testo politico, senza messaggio dichiarativo. Il divieto era punito severamente perché il canto, udito lontano dalla patria, provocava lacrime, nostalgia e, nei casi più estremi, diserzione. La musica non diceva nulla di politico, eppure disturbava l'ordine militare riorientando la lealtà attraverso l'affetto anziché l'istruzione. Rousseau stesso osservava che il canto non agiva come musica, ma come un segno memorativo: risvegliava non un'idea, ma una relazione con un luogo, un tempo, una vita lasciata altrove. Le autorità non potevano sopprimerne gli effetti perché la musica non operava attraverso il comando, ma attraverso qualcosa di più stratificato e ingovernabile. Non dettava le emozioni: esponeva ciò che già contava per chi ascoltava.


Non è un caso isolato. Anche quando è il potere stesso a tentare di arruolare la musica, a fissarla dentro una cornice ideologica precisa, il risultato rivela la stessa instabilità. L'Ouverture 1812 di Čajkovskij, composta per celebrare la vittoria russa su Napoleone, viene eseguita ogni anno nelle celebrazioni dell'indipendenza americana: una scelta che ignora, o forse non ha mai dovuto considerare, che la Francia di Napoleone fu proprio l’alleato militare senza il quale quella stessa indipendenza difficilmente sarebbe stata conquistata. Lo stesso vale per lo Star-Spangled Banner, il cui testo fu adattato su una melodia britannica, un inno conviviale di gentiluomini inglesi, dedicato al bere e al tempo libero delle élite britanniche. Il brano patriottico più sacro degli Stati Uniti canta la propria indipendenza sulla voce del nemico che dichiara di aver sconfitto. La musica non mente: è chi la usa che smette di ascoltarla.


Quello che il ranz des vaches rivela, e questi esempi confermano, non è soltanto il potere della musica, ma i limiti di qualsiasi tentativo di ridurla a strumento. La musica ha sempre portato intenzione ed emozione oltre il consenso o il controllo. Non è intrinsecamente politica; eppure la storia la costringe ripetutamente a un significato politico, rivelando non la politica della musica, ma la politica di chi la ascolta. Qualunque contesto tentiamo di imporle, continuerà a generare significati diversi per orecchie diverse.


Ascoltare è una postura che resiste all'accelerazione. Richiede pazienza, disponibilità all'attrito, e l'accettazione che il significato non è mai dato in anticipo ma emerge dall'incontro. Non è un caso che la parola latina audire, da cui viene il nostro "udire", condivida la radice con ‘’oboedire’’, nel senso antico di prestare l'orecchio, di piegarsi verso ciò che parla. Ascoltare, in origine, era già un gesto di apertura verso l'altro. Ed è da questa apertura che dipende, ancora oggi, la possibilità stessa di una vita politica condivisa. Forse, allora, la domanda iniziale trova qui la sua risposta, quando smettiamo di predisporci all’ascolto, non usciamo dalla politica, lasciamo che sia qualcun altro a darle forma al posto nostro.

3 aprile 2026

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Claudia Di Modugno

A cura di

Dall'antichità alla modernità, ascoltare non è mai stato solo percepire: è una pratica che forma il modo in cui abitiamo il mondo comune''

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