THE GENTORIUM - DOVE FINISCE IL TESSUTO E COMINCIA L'UOMO
THE GENTORIUM - DOVE FINISCE IL TESSUTO E COMINCIA L'UOMO
11 novembre 2025
A cura di
Carlo Ronco



C’è un fraintendimento ricorrente quando si parla di eleganza: credere che essa risieda nel tessuto, nel taglio o nel marchio di un abito. Ma l’uomo non diventa gentleman per ciò che indossa; piuttosto, è il suo portamento, la sua misura, la sua educazione a dare senso a ciò che porta. Eppure, pensare che l’apparenza non conti sarebbe un errore: l’abito è il linguaggio visivo della nostra interiorità, la cornice attraverso cui si intuisce l’opera.
L’eleganza autentica non è prigioniera della moda. Non è ostentazione, ma disciplina; non è rigidità, ma consapevolezza. Un vero gentleman non teme il nuovo, purché il nuovo sia bello, armonioso, e rispettoso di una certa grammatica dello stile. Le mode passano, ma il gusto resta, e il gusto si nutre di cultura, di storia, di memoria. Solo conoscendo l’origine dei capi e degli accessori che si indossano si può creare una combinazione coerente e personale.
Costruire un guardaroba degno di questo nome richiede tempo, dedizione e un certo investimento. Un abito ben tagliato reclama camicie e cravatte di pari dignità, scarpe di pelle ben curate, profumi discreti ma inconfondibili. È un processo lento, come la formazione del carattere: si affina nel tempo, cresce con noi, diventa parte della nostra identità.
Ogni capo scelto con gusto non è semplice ornamento, ma segno. L’abito parla del nostro modo di stare al mondo, di rispettarlo e di rispettarci. Non a caso, in un passo delle sue Lettere morali a Lucilio, Seneca ammoniva: “La vera eleganza consiste nell’essere adeguati a sé stessi.”
Un gentleman sa che la vera raffinatezza non nasce dal desiderio di impressionare, ma da quello di appartenere con discrezione a un’estetica del comportamento. Perché l’eleganza, prima che nei tessuti, risiede nello spirito.
E quando questo equilibrio si manifesta, l’abito diventa ciò che deve essere: non una maschera, ma un biglietto da visita della propria essenza.
C’è un fraintendimento ricorrente quando si parla di eleganza: credere che essa risieda nel tessuto, nel taglio o nel marchio di un abito. Ma l’uomo non diventa gentleman per ciò che indossa; piuttosto, è il suo portamento, la sua misura, la sua educazione a dare senso a ciò che porta. Eppure, pensare che l’apparenza non conti sarebbe un errore: l’abito è il linguaggio visivo della nostra interiorità, la cornice attraverso cui si intuisce l’opera.
L’eleganza autentica non è prigioniera della moda. Non è ostentazione, ma disciplina; non è rigidità, ma consapevolezza. Un vero gentleman non teme il nuovo, purché il nuovo sia bello, armonioso, e rispettoso di una certa grammatica dello stile. Le mode passano, ma il gusto resta, e il gusto si nutre di cultura, di storia, di memoria. Solo conoscendo l’origine dei capi e degli accessori che si indossano si può creare una combinazione coerente e personale.
Costruire un guardaroba degno di questo nome richiede tempo, dedizione e un certo investimento. Un abito ben tagliato reclama camicie e cravatte di pari dignità, scarpe di pelle ben curate, profumi discreti ma inconfondibili. È un processo lento, come la formazione del carattere: si affina nel tempo, cresce con noi, diventa parte della nostra identità.
Ogni capo scelto con gusto non è semplice ornamento, ma segno. L’abito parla del nostro modo di stare al mondo, di rispettarlo e di rispettarci. Non a caso, in un passo delle sue Lettere morali a Lucilio, Seneca ammoniva: “La vera eleganza consiste nell’essere adeguati a sé stessi.”
Un gentleman sa che la vera raffinatezza non nasce dal desiderio di impressionare, ma da quello di appartenere con discrezione a un’estetica del comportamento. Perché l’eleganza, prima che nei tessuti, risiede nello spirito.
E quando questo equilibrio si manifesta, l’abito diventa ciò che deve essere: non una maschera, ma un biglietto da visita della propria essenza.
C’è un fraintendimento ricorrente quando si parla di eleganza: credere che essa risieda nel tessuto, nel taglio o nel marchio di un abito. Ma l’uomo non diventa gentleman per ciò che indossa; piuttosto, è il suo portamento, la sua misura, la sua educazione a dare senso a ciò che porta. Eppure, pensare che l’apparenza non conti sarebbe un errore: l’abito è il linguaggio visivo della nostra interiorità, la cornice attraverso cui si intuisce l’opera.
L’eleganza autentica non è prigioniera della moda. Non è ostentazione, ma disciplina; non è rigidità, ma consapevolezza. Un vero gentleman non teme il nuovo, purché il nuovo sia bello, armonioso, e rispettoso di una certa grammatica dello stile. Le mode passano, ma il gusto resta, e il gusto si nutre di cultura, di storia, di memoria. Solo conoscendo l’origine dei capi e degli accessori che si indossano si può creare una combinazione coerente e personale.
Costruire un guardaroba degno di questo nome richiede tempo, dedizione e un certo investimento. Un abito ben tagliato reclama camicie e cravatte di pari dignità, scarpe di pelle ben curate, profumi discreti ma inconfondibili. È un processo lento, come la formazione del carattere: si affina nel tempo, cresce con noi, diventa parte della nostra identità.
Ogni capo scelto con gusto non è semplice ornamento, ma segno. L’abito parla del nostro modo di stare al mondo, di rispettarlo e di rispettarci. Non a caso, in un passo delle sue Lettere morali a Lucilio, Seneca ammoniva: “La vera eleganza consiste nell’essere adeguati a sé stessi.”
Un gentleman sa che la vera raffinatezza non nasce dal desiderio di impressionare, ma da quello di appartenere con discrezione a un’estetica del comportamento. Perché l’eleganza, prima che nei tessuti, risiede nello spirito.
E quando questo equilibrio si manifesta, l’abito diventa ciò che deve essere: non una maschera, ma un biglietto da visita della propria essenza.
11 novembre 2025
11 novembre 2025
Carlo Ronco
A cura di