ORIZZONTI DI ATTUALITA' - IL CASO TRAMACERE E LE MALATTIE DEL GIORNALISMO ODIERNO

ORIZZONTI DI ATTUALITA' - IL CASO TRAMACERE E LE MALATTIE DEL GIORNALISMO ODIERNO

8 dicembre 2025

A cura di

Stefano Conte

Giovedì 4 dicembre 2025, ore 20.30: Tatiana Tramacere, la ragazza scomparsa da Nardò il 24 novembre, è morta.

La notizia rimbalza in ogni dove, dai giornali locali, regionali fino ai giornali nazionali, diffondendosi persino su un caposaldo dell’informazione italiana, lo storico quotidiano del “Corriere della Sera”.

Sono attimi di tensione, paura, dolore che immediatamente si trasformano in odio, violenza, collera e cieca furia: mentre l’Italia è scossa gridando all’ennesimo femminicidio, una numerosa folla si raduna sotto la casa di Dragon-Ioan Ghermescu, l’uomo che in quel preciso momento è ormai per tutti il brutale assassino della ventitreenne.

Osservando la scena, sembra di assistere ad un momento fuori dal tempo, una folla inferocita decisa a punire verbalmente, e se potesse anche fisicamente Ghermescu: una trasposizione attuale di una caccia alle streghe in un’ottica atemporale, una pura legge del taglione in cui la ragione e la complessità della giustizia vengono meno; la folla inferocita in quel momento è pronta solo ed unicamente a punire in maniera equivalente l’uomo, o meglio il mostro, che si è peccato di un omicidio efferato che non potrà mai essere perdonato.

Sono momenti caldissimi: un nugolo di giornalisti appena arrivati per l’occasione si raduna fra le strade del comune salentino, iniziando ad intervistare diverse persone accorse per l’occasione: “Io non sono di Nardò, ma sono venuto qui per Tatiana. Non la conoscevo, ma so solo che sono vicino all’ennesima vittima di femminicidio di un mondo malato”.

Si intersecano le voci, unendosi all’unisono in un grido di umanità e rabbia nel voler urlare al mondo un’ingiustizia incomprensibile, inaccettabile, da condannare e basta. Ma all’improvviso tutto cambia: non sono passati neanche 25 minuti dalla Notizia che non lasciava spazio a dubbi, ragionamenti, complessità. Sono le 20.55 e arriva la notizia, quella vera, quella filtrata dalle forze dell’ordine: Tatiana è viva e si trova, peraltro in buone condizioni fisiche e psichiche, nella mansarda dello stesso Ghermescu, l’uomo che, per 25 anni minuti, l’Italia ha considerato come il suo brutale assassino.

La tensione si sfalda completamente e la folla scoppia in un applauso mentre, pochi minuti dopo, Tatiana viene condotta fuori dalla misteriosa e inquietante dimora in cui è stata rinchiusa per dieci lunghi giorni.

“A volte ci sono anche notizie belle, ben tornata Tatiana. Grazie a... Dio”. Ma quindi? Tutto cancellato? Tutto è bene quel che finisce bene? Assolutamente no, la storia di Tatiana accende dei riflettori sempre più paurosi e inquietanti su quello che è la stampa oggi e sull’essenza stessa dell’informazione.

C’erano già stati dei segnali preoccupanti in tal senso, basti pensare a quante volte sui social o sugli articoli giornalistici online ci si imbatta in visioni parziali, poco accurate e sensazionalistiche di eventi che richiedono punti di vista complessi e accuratezza maggiore. Ma questa volta è peggio: se da un lato ci si può aspettare che un giornale online punti al click, all’esagerazione e all’ingigantimento, è difficile sospettare che possa arrivare a non verificare nemmeno una notizia.

Eppure miriadi di testate, da minuscole, piccole a nazionali hanno annunciato la sua morte. Perché? Ma è ovvio, per un pugno di like, per un buon engagement e per una sicura viralità.

Ma la vittima nel frattempo? Il pubblico sui social e in televisione? La folla “medievale” assiepata fuori dalla casa del presunto omicida? Quisquilie, cose da nulla, l’importante è arrivare prima dei competitor. Poco conta che Tatiana abbia scientemente deciso di andare a casa di Dragon per scomparire, cambiare vita o solo per ottenere la popolarità sui social. D’altronde, come diceva Wilde: “Non è importante che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Un ragionamento fatto sia da Tatiana, sia da una miriade imbarazzante di giornalisti italiani. Un episodio che ci dimostra l’inaccuratezza e inadeguatezza del giornalismo online, un settore tenuto a verificare, indagare, incrociare dati e aspettare conferme, che ormai si attiene solamente a dinamiche d’informazione come merce da spiattellare in qualsiasi maniera, ancor meglio se ingigantita e resa più sensazionale possibile. Un metodo non solo sciacallo e anti-etico, ma un comportamento che riduce la realtà ad un bianco-nero, giusto- sbagliato, assassino-vittima.

Solo uno dei tanti segnali di una società in mutamento continuo, non interessato a leggere e comprendere, ma solo ed unicamente ad attaccare, a puntare il dito, ad insultare ed aggredire chiunque in base allo stato d’animo. Esattamente come quella folla di Nardò, trasposizione perfetta di tutto quello che osserviamo sui social. Una folla rabbiosa e violenta, pronta a cavalcare l’ennesimo assassino, frutto di una società malata.

Una collera effimera, destinata a durare per poco meno di mezz’ora. Giusto il tempo di trasformare le urla e gli ingiuri in applausi scroscianti. Giusto il tempo di passare da un estremo all’altro e di mettersi a frugare alla ricerca di un nuovo caso, una nuova storia ed una nuova arena per sfogare la loro rabbia. D’altronde che importa se Tatiana è viva o morta. L’importante è avere un capro espiatorio, l’importante è avere la notizia con la ''N'' maiuscola in prima pagina. D’altronde a chi importa la complessità, gli scenari vasti e articolati, i grigi le cause e le conseguenze? L’unica cosa che conta è avere un colpevole, qualcuno su cui sfogare le proprie frustrazioni e rispetto al quale sentirsi meglio. Un mondo senza sfumature, di sentimenti estremi.

Giovedì 4 dicembre 2025, ore 20.30: Tatiana Tramacere, la ragazza scomparsa da Nardò il 24 novembre, è morta.

La notizia rimbalza in ogni dove, dai giornali locali, regionali fino ai giornali nazionali, diffondendosi persino su un caposaldo dell’informazione italiana, lo storico quotidiano del “Corriere della Sera”.

Sono attimi di tensione, paura, dolore che immediatamente si trasformano in odio, violenza, collera e cieca furia: mentre l’Italia è scossa gridando all’ennesimo femminicidio, una numerosa folla si raduna sotto la casa di Dragon-Ioan Ghermescu, l’uomo che in quel preciso momento è ormai per tutti il brutale assassino della ventitreenne.

Osservando la scena, sembra di assistere ad un momento fuori dal tempo, una folla inferocita decisa a punire verbalmente, e se potesse anche fisicamente Ghermescu: una trasposizione attuale di una caccia alle streghe in un’ottica atemporale, una pura legge del taglione in cui la ragione e la complessità della giustizia vengono meno; la folla inferocita in quel momento è pronta solo ed unicamente a punire in maniera equivalente l’uomo, o meglio il mostro, che si è peccato di un omicidio efferato che non potrà mai essere perdonato.

Sono momenti caldissimi: un nugolo di giornalisti appena arrivati per l’occasione si raduna fra le strade del comune salentino, iniziando ad intervistare diverse persone accorse per l’occasione: “Io non sono di Nardò, ma sono venuto qui per Tatiana. Non la conoscevo, ma so solo che sono vicino all’ennesima vittima di femminicidio di un mondo malato”.

Si intersecano le voci, unendosi all’unisono in un grido di umanità e rabbia nel voler urlare al mondo un’ingiustizia incomprensibile, inaccettabile, da condannare e basta. Ma all’improvviso tutto cambia: non sono passati neanche 25 minuti dalla Notizia che non lasciava spazio a dubbi, ragionamenti, complessità. Sono le 20.55 e arriva la notizia, quella vera, quella filtrata dalle forze dell’ordine: Tatiana è viva e si trova, peraltro in buone condizioni fisiche e psichiche, nella mansarda dello stesso Ghermescu, l’uomo che, per 25 anni minuti, l’Italia ha considerato come il suo brutale assassino.

La tensione si sfalda completamente e la folla scoppia in un applauso mentre, pochi minuti dopo, Tatiana viene condotta fuori dalla misteriosa e inquietante dimora in cui è stata rinchiusa per dieci lunghi giorni.

“A volte ci sono anche notizie belle, ben tornata Tatiana. Grazie a... Dio”. Ma quindi? Tutto cancellato? Tutto è bene quel che finisce bene? Assolutamente no, la storia di Tatiana accende dei riflettori sempre più paurosi e inquietanti su quello che è la stampa oggi e sull’essenza stessa dell’informazione.

C’erano già stati dei segnali preoccupanti in tal senso, basti pensare a quante volte sui social o sugli articoli giornalistici online ci si imbatta in visioni parziali, poco accurate e sensazionalistiche di eventi che richiedono punti di vista complessi e accuratezza maggiore. Ma questa volta è peggio: se da un lato ci si può aspettare che un giornale online punti al click, all’esagerazione e all’ingigantimento, è difficile sospettare che possa arrivare a non verificare nemmeno una notizia.

Eppure miriadi di testate, da minuscole, piccole a nazionali hanno annunciato la sua morte. Perché? Ma è ovvio, per un pugno di like, per un buon engagement e per una sicura viralità.

Ma la vittima nel frattempo? Il pubblico sui social e in televisione? La folla “medievale” assiepata fuori dalla casa del presunto omicida? Quisquilie, cose da nulla, l’importante è arrivare prima dei competitor. Poco conta che Tatiana abbia scientemente deciso di andare a casa di Dragon per scomparire, cambiare vita o solo per ottenere la popolarità sui social. D’altronde, come diceva Wilde: “Non è importante che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Un ragionamento fatto sia da Tatiana, sia da una miriade imbarazzante di giornalisti italiani. Un episodio che ci dimostra l’inaccuratezza e inadeguatezza del giornalismo online, un settore tenuto a verificare, indagare, incrociare dati e aspettare conferme, che ormai si attiene solamente a dinamiche d’informazione come merce da spiattellare in qualsiasi maniera, ancor meglio se ingigantita e resa più sensazionale possibile. Un metodo non solo sciacallo e anti-etico, ma un comportamento che riduce la realtà ad un bianco-nero, giusto- sbagliato, assassino-vittima.

Solo uno dei tanti segnali di una società in mutamento continuo, non interessato a leggere e comprendere, ma solo ed unicamente ad attaccare, a puntare il dito, ad insultare ed aggredire chiunque in base allo stato d’animo. Esattamente come quella folla di Nardò, trasposizione perfetta di tutto quello che osserviamo sui social. Una folla rabbiosa e violenta, pronta a cavalcare l’ennesimo assassino, frutto di una società malata.

Una collera effimera, destinata a durare per poco meno di mezz’ora. Giusto il tempo di trasformare le urla e gli ingiuri in applausi scroscianti. Giusto il tempo di passare da un estremo all’altro e di mettersi a frugare alla ricerca di un nuovo caso, una nuova storia ed una nuova arena per sfogare la loro rabbia. D’altronde che importa se Tatiana è viva o morta. L’importante è avere un capro espiatorio, l’importante è avere la notizia con la ''N'' maiuscola in prima pagina. D’altronde a chi importa la complessità, gli scenari vasti e articolati, i grigi le cause e le conseguenze? L’unica cosa che conta è avere un colpevole, qualcuno su cui sfogare le proprie frustrazioni e rispetto al quale sentirsi meglio. Un mondo senza sfumature, di sentimenti estremi.

Giovedì 4 dicembre 2025, ore 20.30: Tatiana Tramacere, la ragazza scomparsa da Nardò il 24 novembre, è morta.

La notizia rimbalza in ogni dove, dai giornali locali, regionali fino ai giornali nazionali, diffondendosi persino su un caposaldo dell’informazione italiana, lo storico quotidiano del “Corriere della Sera”.

Sono attimi di tensione, paura, dolore che immediatamente si trasformano in odio, violenza, collera e cieca furia: mentre l’Italia è scossa gridando all’ennesimo femminicidio, una numerosa folla si raduna sotto la casa di Dragon-Ioan Ghermescu, l’uomo che in quel preciso momento è ormai per tutti il brutale assassino della ventitreenne.

Osservando la scena, sembra di assistere ad un momento fuori dal tempo, una folla inferocita decisa a punire verbalmente, e se potesse anche fisicamente Ghermescu: una trasposizione attuale di una caccia alle streghe in un’ottica atemporale, una pura legge del taglione in cui la ragione e la complessità della giustizia vengono meno; la folla inferocita in quel momento è pronta solo ed unicamente a punire in maniera equivalente l’uomo, o meglio il mostro, che si è peccato di un omicidio efferato che non potrà mai essere perdonato.

Sono momenti caldissimi: un nugolo di giornalisti appena arrivati per l’occasione si raduna fra le strade del comune salentino, iniziando ad intervistare diverse persone accorse per l’occasione: “Io non sono di Nardò, ma sono venuto qui per Tatiana. Non la conoscevo, ma so solo che sono vicino all’ennesima vittima di femminicidio di un mondo malato”.

Si intersecano le voci, unendosi all’unisono in un grido di umanità e rabbia nel voler urlare al mondo un’ingiustizia incomprensibile, inaccettabile, da condannare e basta. Ma all’improvviso tutto cambia: non sono passati neanche 25 minuti dalla Notizia che non lasciava spazio a dubbi, ragionamenti, complessità. Sono le 20.55 e arriva la notizia, quella vera, quella filtrata dalle forze dell’ordine: Tatiana è viva e si trova, peraltro in buone condizioni fisiche e psichiche, nella mansarda dello stesso Ghermescu, l’uomo che, per 25 anni minuti, l’Italia ha considerato come il suo brutale assassino.

La tensione si sfalda completamente e la folla scoppia in un applauso mentre, pochi minuti dopo, Tatiana viene condotta fuori dalla misteriosa e inquietante dimora in cui è stata rinchiusa per dieci lunghi giorni.

“A volte ci sono anche notizie belle, ben tornata Tatiana. Grazie a... Dio”. Ma quindi? Tutto cancellato? Tutto è bene quel che finisce bene? Assolutamente no, la storia di Tatiana accende dei riflettori sempre più paurosi e inquietanti su quello che è la stampa oggi e sull’essenza stessa dell’informazione.

C’erano già stati dei segnali preoccupanti in tal senso, basti pensare a quante volte sui social o sugli articoli giornalistici online ci si imbatta in visioni parziali, poco accurate e sensazionalistiche di eventi che richiedono punti di vista complessi e accuratezza maggiore. Ma questa volta è peggio: se da un lato ci si può aspettare che un giornale online punti al click, all’esagerazione e all’ingigantimento, è difficile sospettare che possa arrivare a non verificare nemmeno una notizia.

Eppure miriadi di testate, da minuscole, piccole a nazionali hanno annunciato la sua morte. Perché? Ma è ovvio, per un pugno di like, per un buon engagement e per una sicura viralità.

Ma la vittima nel frattempo? Il pubblico sui social e in televisione? La folla “medievale” assiepata fuori dalla casa del presunto omicida? Quisquilie, cose da nulla, l’importante è arrivare prima dei competitor. Poco conta che Tatiana abbia scientemente deciso di andare a casa di Dragon per scomparire, cambiare vita o solo per ottenere la popolarità sui social. D’altronde, come diceva Wilde: “Non è importante che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Un ragionamento fatto sia da Tatiana, sia da una miriade imbarazzante di giornalisti italiani. Un episodio che ci dimostra l’inaccuratezza e inadeguatezza del giornalismo online, un settore tenuto a verificare, indagare, incrociare dati e aspettare conferme, che ormai si attiene solamente a dinamiche d’informazione come merce da spiattellare in qualsiasi maniera, ancor meglio se ingigantita e resa più sensazionale possibile. Un metodo non solo sciacallo e anti-etico, ma un comportamento che riduce la realtà ad un bianco-nero, giusto- sbagliato, assassino-vittima.

Solo uno dei tanti segnali di una società in mutamento continuo, non interessato a leggere e comprendere, ma solo ed unicamente ad attaccare, a puntare il dito, ad insultare ed aggredire chiunque in base allo stato d’animo. Esattamente come quella folla di Nardò, trasposizione perfetta di tutto quello che osserviamo sui social. Una folla rabbiosa e violenta, pronta a cavalcare l’ennesimo assassino, frutto di una società malata.

Una collera effimera, destinata a durare per poco meno di mezz’ora. Giusto il tempo di trasformare le urla e gli ingiuri in applausi scroscianti. Giusto il tempo di passare da un estremo all’altro e di mettersi a frugare alla ricerca di un nuovo caso, una nuova storia ed una nuova arena per sfogare la loro rabbia. D’altronde che importa se Tatiana è viva o morta. L’importante è avere un capro espiatorio, l’importante è avere la notizia con la ''N'' maiuscola in prima pagina. D’altronde a chi importa la complessità, gli scenari vasti e articolati, i grigi le cause e le conseguenze? L’unica cosa che conta è avere un colpevole, qualcuno su cui sfogare le proprie frustrazioni e rispetto al quale sentirsi meglio. Un mondo senza sfumature, di sentimenti estremi.

8 dicembre 2025

8 dicembre 2025

Stefano Conte

A cura di

''Il caso Tramacere come specchio deformante di un giornalismo che corre più veloce della verità e di una società che reclama colpevoli prima dei fatti''

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''Il caso Tramacere come specchio deformante di un giornalismo che corre più veloce della verità e di una società che reclama colpevoli prima dei fatti''