ORIZZONTI D'ATTUALITA' - A GAZA E IN CISGIORDANIA SI CONTINUA A MORIRE: MA IL MONDO NON LI GUARDA PIU'

ORIZZONTI D'ATTUALITA' - A GAZA E IN CISGIORDANIA SI CONTINUA A MORIRE: MA IL MONDO NON LI GUARDA PIU'

16 febbraio 2026

A cura di

Stefano Conte

''No other land”, film documentario del 2024 diretto da un collettivo Israelo-palestinese, ha aperto uno squarcio fondamentale su uno dei fronti meno raccontati della Palestina.


Ricordo con sgomento la visione in una calda serata d’estate in una sala gremita. Erano i momenti in cui il mondo aveva finalmente preso consapevolezza di quello che stava accadendo, del genocidio che si stava consumando a Gaza. Erano i giorni in cui si snocciolavano prepotentemente i numeri delle violenze, degli sfollati, degli affamati e dei morti. Ma niente, nessuna forza, nessun tipo di numero è in grado di fronteggiare la potenza evocativa delle immagini.


Dopo 95 minuti di profondo silenzio e turbamento, ricordo gli sguardi sconvolti di tutto il pubblico in sala. Un clima raggelante in cui tutti, dal bambino all’anziano, senza proferire parola e quasi vergognandosi nel guardarsi negli occhi, si alzavano, mettevano a posto con la massima delicatezza la propria poltrona e si dirigevano all’uscita. Il documentario, girato sul campo in un arco di 5 anni che andava dal 2019 al 2023, mostrava la realtà vissuta giorno per giorno dagli abitanti cisgiordani di Masafer Yatta. Grazie agli sforzi e al coraggio dell’attivista Cisgiordano Basel Adra nel documentare le sue giornate, assistiamo impotenti alla distruzione continua, costante delle loro case, delle loro abitazioni provvisorie, delle loro città pazientemente ricostruite volta per volta.


È la brutalità dei coloni, che non si limitano a distruggere con le ruspe e a far sgomberare, ma che di fronte alle proteste non esitano a sparare. Come nel caso di Harun Abu Haram che, non volendo cedere il generatore di elettricità della sua casa, viene colpito a sangue dall’Ak-47 di un soldato israeliano. Una scena drammatica, ancor di più considerando quella successiva: una luce fioca illumina i volti della famiglia di Haram che, dopo aver costruito una nuova ed ennesima abitazione, questa volta all’interno di una grotta, assistono il ragazzo ormai allettato e irrimediabilmente tetraplegico.


Immaginate l’impotenza nell’assistere ad una scena simile, così poi tanto simile poi alle  miriadi di produzioni cinematografiche che raccontano la Shoah. Ma questa volta concreta, senza filtri, nuda e cruda, come qualsiasi documentario che voglia catturare l’ineffabilità della verità. Proprio a causa del parallelismo e proprio confidando nella potenza delle immagini, che aveva così tanto annichilito quel centinaio di spettatori, ero sicuro che il film-documentario avrebbe lasciato un forte segno sull’immaginario collettivo.

 

Il film, dopo svariati e immotivati rinvii, sarebbe dovuto essere trasmesso in prima serata nel nostro paese lo scorso 22 ottobre. Fu detto che “a causa del clima di tregua e di pace inserite nel piano Trump, sarebbe stato meglio rimandarlo”. Fu poi tramesso un mesetto dopo, in un clima di sempre maggiore indifferenza e noia sul tema, così centrale nella nostra vita fino a poche settimane prima. E ad oggi, 16 febbraio 2026, sembra che niente sia cambiato. Dopo l’apice mediatico e delle mobilitazioni mondiali raggiunte con la “Flotilla” a inizio ottobre, il presunto piano di pace Trump è partito a novembre.

 

Da allora, pur nella tregua che simili dichiarazioni possono creare, nulla è cambiato: Israele controlla ancora i territori di Gaza, la gente continua a morire di fame o sotto bombe lanciate costantemente sul territorio palestinese, in Italia una nuova legge ha deciso che se si critica l’operato politico e bellico di Israele si verrà tacciati di antisemitismo, nel British Museum di Londra saranno eliminate le descrizioni che citano le opere provenienti dalla Palestina, Francesca Albanese continua ad essere ritenuta dal governo come “sovversiva e pericolosa nemica”.

 

Ed è notizia di ieri 15 febbraio che uno dei registi di “No other land”, Hamdan Ballal, è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coloni e di soldati israeliani nella sua casa in Cisgiordania. Già lo scorso marzo era accaduto un episodio identico, con le immagini del regista ritratto con evidenti segni di percosse che avevano fatto il giro del mondo. Stesso destino dell’altro co-regista, Basel Andra, brutalmente picchiato lo scorso 14 settembre. E soprattutto l’uccisione a colpi di arma da fuoco del collaboratore del film, giornalista e avvocato Awdah Hathaleen, ammazzato dal colono Yinon Levi lo scorso luglio. La pena per l’assassinio? Ovvio. Tre miseri giorni di arresti domiciliari.

 

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: così scriveva Tomasi di Lampedusa nel suo celebre “Gattopardo”. Trump, certamente all’oscuro della massima filosofica, l’ha però capita e applicata benissimo: un insignificante piano di pace, un documento privo di alcun valore ed efficacia. Ma pur sempre qualcosa, carta straccia da dare in pasto all’opinione pubblica per frenare le proteste, le voci, le opinioni e le immagini. Per lasciare che, mentre il mondo è distratto e parla d’altro, “tutto rimanga così com’è”.

''No other land”, film documentario del 2024 diretto da un collettivo Israelo-palestinese, ha aperto uno squarcio fondamentale su uno dei fronti meno raccontati della Palestina.


Ricordo con sgomento la visione in una calda serata d’estate in una sala gremita. Erano i momenti in cui il mondo aveva finalmente preso consapevolezza di quello che stava accadendo, del genocidio che si stava consumando a Gaza. Erano i giorni in cui si snocciolavano prepotentemente i numeri delle violenze, degli sfollati, degli affamati e dei morti. Ma niente, nessuna forza, nessun tipo di numero è in grado di fronteggiare la potenza evocativa delle immagini.


Dopo 95 minuti di profondo silenzio e turbamento, ricordo gli sguardi sconvolti di tutto il pubblico in sala. Un clima raggelante in cui tutti, dal bambino all’anziano, senza proferire parola e quasi vergognandosi nel guardarsi negli occhi, si alzavano, mettevano a posto con la massima delicatezza la propria poltrona e si dirigevano all’uscita. Il documentario, girato sul campo in un arco di 5 anni che andava dal 2019 al 2023, mostrava la realtà vissuta giorno per giorno dagli abitanti cisgiordani di Masafer Yatta. Grazie agli sforzi e al coraggio dell’attivista Cisgiordano Basel Adra nel documentare le sue giornate, assistiamo impotenti alla distruzione continua, costante delle loro case, delle loro abitazioni provvisorie, delle loro città pazientemente ricostruite volta per volta.


È la brutalità dei coloni, che non si limitano a distruggere con le ruspe e a far sgomberare, ma che di fronte alle proteste non esitano a sparare. Come nel caso di Harun Abu Haram che, non volendo cedere il generatore di elettricità della sua casa, viene colpito a sangue dall’Ak-47 di un soldato israeliano. Una scena drammatica, ancor di più considerando quella successiva: una luce fioca illumina i volti della famiglia di Haram che, dopo aver costruito una nuova ed ennesima abitazione, questa volta all’interno di una grotta, assistono il ragazzo ormai allettato e irrimediabilmente tetraplegico.


Immaginate l’impotenza nell’assistere ad una scena simile, così poi tanto simile poi alle  miriadi di produzioni cinematografiche che raccontano la Shoah. Ma questa volta concreta, senza filtri, nuda e cruda, come qualsiasi documentario che voglia catturare l’ineffabilità della verità. Proprio a causa del parallelismo e proprio confidando nella potenza delle immagini, che aveva così tanto annichilito quel centinaio di spettatori, ero sicuro che il film-documentario avrebbe lasciato un forte segno sull’immaginario collettivo.

 

Il film, dopo svariati e immotivati rinvii, sarebbe dovuto essere trasmesso in prima serata nel nostro paese lo scorso 22 ottobre. Fu detto che “a causa del clima di tregua e di pace inserite nel piano Trump, sarebbe stato meglio rimandarlo”. Fu poi tramesso un mesetto dopo, in un clima di sempre maggiore indifferenza e noia sul tema, così centrale nella nostra vita fino a poche settimane prima. E ad oggi, 16 febbraio 2026, sembra che niente sia cambiato. Dopo l’apice mediatico e delle mobilitazioni mondiali raggiunte con la “Flotilla” a inizio ottobre, il presunto piano di pace Trump è partito a novembre.

 

Da allora, pur nella tregua che simili dichiarazioni possono creare, nulla è cambiato: Israele controlla ancora i territori di Gaza, la gente continua a morire di fame o sotto bombe lanciate costantemente sul territorio palestinese, in Italia una nuova legge ha deciso che se si critica l’operato politico e bellico di Israele si verrà tacciati di antisemitismo, nel British Museum di Londra saranno eliminate le descrizioni che citano le opere provenienti dalla Palestina, Francesca Albanese continua ad essere ritenuta dal governo come “sovversiva e pericolosa nemica”.

 

Ed è notizia di ieri 15 febbraio che uno dei registi di “No other land”, Hamdan Ballal, è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coloni e di soldati israeliani nella sua casa in Cisgiordania. Già lo scorso marzo era accaduto un episodio identico, con le immagini del regista ritratto con evidenti segni di percosse che avevano fatto il giro del mondo. Stesso destino dell’altro co-regista, Basel Andra, brutalmente picchiato lo scorso 14 settembre. E soprattutto l’uccisione a colpi di arma da fuoco del collaboratore del film, giornalista e avvocato Awdah Hathaleen, ammazzato dal colono Yinon Levi lo scorso luglio. La pena per l’assassinio? Ovvio. Tre miseri giorni di arresti domiciliari.

 

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: così scriveva Tomasi di Lampedusa nel suo celebre “Gattopardo”. Trump, certamente all’oscuro della massima filosofica, l’ha però capita e applicata benissimo: un insignificante piano di pace, un documento privo di alcun valore ed efficacia. Ma pur sempre qualcosa, carta straccia da dare in pasto all’opinione pubblica per frenare le proteste, le voci, le opinioni e le immagini. Per lasciare che, mentre il mondo è distratto e parla d’altro, “tutto rimanga così com’è”.

''No other land”, film documentario del 2024 diretto da un collettivo Israelo-palestinese, ha aperto uno squarcio fondamentale su uno dei fronti meno raccontati della Palestina.


Ricordo con sgomento la visione in una calda serata d’estate in una sala gremita. Erano i momenti in cui il mondo aveva finalmente preso consapevolezza di quello che stava accadendo, del genocidio che si stava consumando a Gaza. Erano i giorni in cui si snocciolavano prepotentemente i numeri delle violenze, degli sfollati, degli affamati e dei morti. Ma niente, nessuna forza, nessun tipo di numero è in grado di fronteggiare la potenza evocativa delle immagini.


Dopo 95 minuti di profondo silenzio e turbamento, ricordo gli sguardi sconvolti di tutto il pubblico in sala. Un clima raggelante in cui tutti, dal bambino all’anziano, senza proferire parola e quasi vergognandosi nel guardarsi negli occhi, si alzavano, mettevano a posto con la massima delicatezza la propria poltrona e si dirigevano all’uscita. Il documentario, girato sul campo in un arco di 5 anni che andava dal 2019 al 2023, mostrava la realtà vissuta giorno per giorno dagli abitanti cisgiordani di Masafer Yatta. Grazie agli sforzi e al coraggio dell’attivista Cisgiordano Basel Adra nel documentare le sue giornate, assistiamo impotenti alla distruzione continua, costante delle loro case, delle loro abitazioni provvisorie, delle loro città pazientemente ricostruite volta per volta.


È la brutalità dei coloni, che non si limitano a distruggere con le ruspe e a far sgomberare, ma che di fronte alle proteste non esitano a sparare. Come nel caso di Harun Abu Haram che, non volendo cedere il generatore di elettricità della sua casa, viene colpito a sangue dall’Ak-47 di un soldato israeliano. Una scena drammatica, ancor di più considerando quella successiva: una luce fioca illumina i volti della famiglia di Haram che, dopo aver costruito una nuova ed ennesima abitazione, questa volta all’interno di una grotta, assistono il ragazzo ormai allettato e irrimediabilmente tetraplegico.


Immaginate l’impotenza nell’assistere ad una scena simile, così poi tanto simile poi alle  miriadi di produzioni cinematografiche che raccontano la Shoah. Ma questa volta concreta, senza filtri, nuda e cruda, come qualsiasi documentario che voglia catturare l’ineffabilità della verità. Proprio a causa del parallelismo e proprio confidando nella potenza delle immagini, che aveva così tanto annichilito quel centinaio di spettatori, ero sicuro che il film-documentario avrebbe lasciato un forte segno sull’immaginario collettivo.

 

Il film, dopo svariati e immotivati rinvii, sarebbe dovuto essere trasmesso in prima serata nel nostro paese lo scorso 22 ottobre. Fu detto che “a causa del clima di tregua e di pace inserite nel piano Trump, sarebbe stato meglio rimandarlo”. Fu poi tramesso un mesetto dopo, in un clima di sempre maggiore indifferenza e noia sul tema, così centrale nella nostra vita fino a poche settimane prima. E ad oggi, 16 febbraio 2026, sembra che niente sia cambiato. Dopo l’apice mediatico e delle mobilitazioni mondiali raggiunte con la “Flotilla” a inizio ottobre, il presunto piano di pace Trump è partito a novembre.

 

Da allora, pur nella tregua che simili dichiarazioni possono creare, nulla è cambiato: Israele controlla ancora i territori di Gaza, la gente continua a morire di fame o sotto bombe lanciate costantemente sul territorio palestinese, in Italia una nuova legge ha deciso che se si critica l’operato politico e bellico di Israele si verrà tacciati di antisemitismo, nel British Museum di Londra saranno eliminate le descrizioni che citano le opere provenienti dalla Palestina, Francesca Albanese continua ad essere ritenuta dal governo come “sovversiva e pericolosa nemica”.

 

Ed è notizia di ieri 15 febbraio che uno dei registi di “No other land”, Hamdan Ballal, è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coloni e di soldati israeliani nella sua casa in Cisgiordania. Già lo scorso marzo era accaduto un episodio identico, con le immagini del regista ritratto con evidenti segni di percosse che avevano fatto il giro del mondo. Stesso destino dell’altro co-regista, Basel Andra, brutalmente picchiato lo scorso 14 settembre. E soprattutto l’uccisione a colpi di arma da fuoco del collaboratore del film, giornalista e avvocato Awdah Hathaleen, ammazzato dal colono Yinon Levi lo scorso luglio. La pena per l’assassinio? Ovvio. Tre miseri giorni di arresti domiciliari.

 

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: così scriveva Tomasi di Lampedusa nel suo celebre “Gattopardo”. Trump, certamente all’oscuro della massima filosofica, l’ha però capita e applicata benissimo: un insignificante piano di pace, un documento privo di alcun valore ed efficacia. Ma pur sempre qualcosa, carta straccia da dare in pasto all’opinione pubblica per frenare le proteste, le voci, le opinioni e le immagini. Per lasciare che, mentre il mondo è distratto e parla d’altro, “tutto rimanga così com’è”.

16 febbraio 2026

16 febbraio 2026

Stefano Conte

A cura di

''Un film, delle immagini, un silenzio collettivo: quando la Palestina smette di essere una notizia e diventa un'assenza che nessuno vuole più a guardare''

''Un film, delle immagini, un silenzio collettivo: quando la Palestina smette di essere una notizia e diventa un'assenza che nessuno vuole più a guardare''

''Un film, delle immagini, un silenzio collettivo: quando la Palestina smette di essere una notizia e diventa un'assenza che nessuno vuole più a guardare''