NEL VIVO DEL PRESENTE - OLTRE I NUMERI, STORIE DI GIOVANI CHE (R)ESISTONO
NEL VIVO DEL PRESENTE - OLTRE I NUMERI, STORIE DI GIOVANI CHE (R)ESISTONO
22 novembre 2025
A cura di
Roberta Sgaramella



Negli ultimi giorni, tra le notizie della rassegna stampa mattutina, leggevo e commentavo un’analisi de “Il Sole 24 Ore” sui giovani in Italia. Negli ultimi vent’anni, infatti, il nostro Paese ha perso oltre due milioni di giovani tra i 25 e i 34 anni: come se l’intera città di Roma, che conta 2.746.984 abitanti, non ci fosse più.
A questo si aggiunge un altro dato importante, quello dei NEET, giovani che non studiano e non lavorano: l’Italia è il secondo Paese in Europa per incidenza. E non perché i giovani siano svogliati, ma perché restano intrappolati in un sistema precario, fatto di tirocini non retribuiti, lavori instabili o difficili da trovare, scuole che non sempre li accompagnano in una scelta.
Guardando solo ai numeri, la situazione sembra irreversibile: il Paese invecchia e i giovani se ne vanno. Ma non è l’unica storia possibile.
Perché ci sono anche ragazze e ragazzi che partecipano, studiano, si impegnano. Che non accettano di essere soltanto statistiche. Dietro quei grafici e quelle tabelle ci sono giovani che cercano di essere ascoltati, realtà che provano a dare loro lo spazio giusto per far sentire la propria voce e una politica che sappia partire dal basso per intercettare i bisogni di tutte e tutti, ogni giorno, non solo alla vigilia di una tornata elettorale.
Allora esserci come giovani, far sentire la nostra voce, diventa un modo per guardare a quei numeri non con la rassegnazione di chi pensa che nulla cambierà, ma con la speranza concreta – e impegnata – di chi sa di poter dare una svolta, mettersi in gioco a scuola, al lavoro, nel sociale.
Anche se mi piace scrivere, so bene che alle parole e alle analisi devono necessariamente seguire fatti, impegni concreti, a partire dalle realtà che abitiamo. E allora ripartiamo da chi c’è, dai giovani che già ogni giorno svolgono un servizio, che hanno sogni grandi ma anche tanta voglia di spendersi nelle loro città. Giovani che scelgono di dire la loro e di farlo con le istituzioni, con gli insegnanti, con gli adulti. E ripartiamo dalle scuole, consapevoli che l’educazione è la priorità assoluta per prenderci cura degli altri, per permettere a tutti di percorrere la propria strada e di inseguire un “fine grande”.
Solo così quei numeri smetteranno di essere cifre fredde. Diventeranno storie. Diventeranno l’oggi e il domani. E soprattutto diventeranno possibilità.
Negli ultimi giorni, tra le notizie della rassegna stampa mattutina, leggevo e commentavo un’analisi de “Il Sole 24 Ore” sui giovani in Italia. Negli ultimi vent’anni, infatti, il nostro Paese ha perso oltre due milioni di giovani tra i 25 e i 34 anni: come se l’intera città di Roma, che conta 2.746.984 abitanti, non ci fosse più.
A questo si aggiunge un altro dato importante, quello dei NEET, giovani che non studiano e non lavorano: l’Italia è il secondo Paese in Europa per incidenza. E non perché i giovani siano svogliati, ma perché restano intrappolati in un sistema precario, fatto di tirocini non retribuiti, lavori instabili o difficili da trovare, scuole che non sempre li accompagnano in una scelta.
Guardando solo ai numeri, la situazione sembra irreversibile: il Paese invecchia e i giovani se ne vanno. Ma non è l’unica storia possibile.
Perché ci sono anche ragazze e ragazzi che partecipano, studiano, si impegnano. Che non accettano di essere soltanto statistiche. Dietro quei grafici e quelle tabelle ci sono giovani che cercano di essere ascoltati, realtà che provano a dare loro lo spazio giusto per far sentire la propria voce e una politica che sappia partire dal basso per intercettare i bisogni di tutte e tutti, ogni giorno, non solo alla vigilia di una tornata elettorale.
Allora esserci come giovani, far sentire la nostra voce, diventa un modo per guardare a quei numeri non con la rassegnazione di chi pensa che nulla cambierà, ma con la speranza concreta – e impegnata – di chi sa di poter dare una svolta, mettersi in gioco a scuola, al lavoro, nel sociale.
Anche se mi piace scrivere, so bene che alle parole e alle analisi devono necessariamente seguire fatti, impegni concreti, a partire dalle realtà che abitiamo. E allora ripartiamo da chi c’è, dai giovani che già ogni giorno svolgono un servizio, che hanno sogni grandi ma anche tanta voglia di spendersi nelle loro città. Giovani che scelgono di dire la loro e di farlo con le istituzioni, con gli insegnanti, con gli adulti. E ripartiamo dalle scuole, consapevoli che l’educazione è la priorità assoluta per prenderci cura degli altri, per permettere a tutti di percorrere la propria strada e di inseguire un “fine grande”.
Solo così quei numeri smetteranno di essere cifre fredde. Diventeranno storie. Diventeranno l’oggi e il domani. E soprattutto diventeranno possibilità.
Negli ultimi giorni, tra le notizie della rassegna stampa mattutina, leggevo e commentavo un’analisi de “Il Sole 24 Ore” sui giovani in Italia. Negli ultimi vent’anni, infatti, il nostro Paese ha perso oltre due milioni di giovani tra i 25 e i 34 anni: come se l’intera città di Roma, che conta 2.746.984 abitanti, non ci fosse più.
A questo si aggiunge un altro dato importante, quello dei NEET, giovani che non studiano e non lavorano: l’Italia è il secondo Paese in Europa per incidenza. E non perché i giovani siano svogliati, ma perché restano intrappolati in un sistema precario, fatto di tirocini non retribuiti, lavori instabili o difficili da trovare, scuole che non sempre li accompagnano in una scelta.
Guardando solo ai numeri, la situazione sembra irreversibile: il Paese invecchia e i giovani se ne vanno. Ma non è l’unica storia possibile.
Perché ci sono anche ragazze e ragazzi che partecipano, studiano, si impegnano. Che non accettano di essere soltanto statistiche. Dietro quei grafici e quelle tabelle ci sono giovani che cercano di essere ascoltati, realtà che provano a dare loro lo spazio giusto per far sentire la propria voce e una politica che sappia partire dal basso per intercettare i bisogni di tutte e tutti, ogni giorno, non solo alla vigilia di una tornata elettorale.
Allora esserci come giovani, far sentire la nostra voce, diventa un modo per guardare a quei numeri non con la rassegnazione di chi pensa che nulla cambierà, ma con la speranza concreta – e impegnata – di chi sa di poter dare una svolta, mettersi in gioco a scuola, al lavoro, nel sociale.
Anche se mi piace scrivere, so bene che alle parole e alle analisi devono necessariamente seguire fatti, impegni concreti, a partire dalle realtà che abitiamo. E allora ripartiamo da chi c’è, dai giovani che già ogni giorno svolgono un servizio, che hanno sogni grandi ma anche tanta voglia di spendersi nelle loro città. Giovani che scelgono di dire la loro e di farlo con le istituzioni, con gli insegnanti, con gli adulti. E ripartiamo dalle scuole, consapevoli che l’educazione è la priorità assoluta per prenderci cura degli altri, per permettere a tutti di percorrere la propria strada e di inseguire un “fine grande”.
Solo così quei numeri smetteranno di essere cifre fredde. Diventeranno storie. Diventeranno l’oggi e il domani. E soprattutto diventeranno possibilità.
22 novembre 2025
22 novembre 2025
Roberta Sgaramella
A cura di