CARPE CINEMA - IL CINEMA VIVE DI NOSTALGIA?

CARPE CINEMA - IL CINEMA VIVE DI NOSTALGIA?

10 maggio 2026

A cura di

Ivan Di Falco

Bentornati cari lettori. Ahimè, io non sono Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly, e questa non è la redazione di Runway né un grande magazine di New York City.

Tranquilli: nessuno spoiler. E nessun commento sulla vostra “42”.

Oggi analizziamo il ritorno di The Devil Wears Prada 2. La mia collega ha già realizzato una recensione del film soffermandosi sugli aspetti narrativi e personali; io vorrei invece concentrarmi su ciò che questa pellicola rappresenta oggi all’interno dell’industria cinematografica contemporanea.


Il film si sta rivelando un enorme successo al box office, segno che l’operazione “Back to Runway”, ironicamente ribattezzata così dal sottoscritto, ha funzionato perfettamente. La pellicola riesce a riportarci nel mondo di Andrea “Andy” Sachs, interpretata da Anne Hathaway, con grande intelligenza: richiami, citazioni, riferimenti e persino meme del primo capitolo vengono utilizzati senza risultare forzati o puramente nostalgici.


Eppure, una cosa salta immediatamente all’occhio: i vent’anni trascorsi.

Non tanto sui volti dei protagonisti, apparentemente immuni al tempo, quanto nell’estetica generale del film. I colori, le luci, le scenografie e perfino l’atmosfera restituiscono un cinema molto diverso da quello dei primi anni Duemila, quasi più freddo, minimale e patinato, quasi sterilizzato emotivamente.


Negli ultimi anni molti spettatori hanno iniziato a notare questo cambiamento visivo, tanto da trasformarlo nel celebre meme: “Ci stanno rubando i colori”. Bagni completamente bianchi, appartamenti neutri, luci fredde, ambienti sempre più sterili e impersonali: il cinema contemporaneo sembra aver sostituito il calore estetico con una perfezione artificiale.


Ma il film ha riacceso anche un’altra discussione: quella legata agli attori ormai onnipresenti nelle grandi produzioni hollywoodiane. Nomi come Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya o Tom Holland sembrano occupare costantemente il centro dell’industria cinematografica. Pensate che la stessa Hathaway è coinvolta in numerosi progetti usciti o in prossimità di uscita, tra cui The Odyssey.


È chiaro che parliamo di interpreti validissimi, ormai diventati garanzia di successo e riconoscibilità, ma è altrettanto vero che parte del pubblico inizi a desiderare volti nuovi, maggiore varietà e nuove identità cinematografiche.

Infine, il tema più importante: sequel, prequel e spin-off.


Oggi gran parte delle grandi produzioni hollywoodiane vive di universi già esistenti, basti pensare ai franchise Marvel o Star Wars, alimentando la sensazione che Hollywood preferisca rifugiarsi nella sicurezza della nostalgia piuttosto che rischiare davvero con idee originali.

Eppure, Il diavolo veste Prada 2 riesce in qualcosa di tutt’altro che scontato: giustificare la propria esistenza.

 

Pur non essendo un sequel necessario, il film costruisce una trama solida, approfondisce maggiormente i personaggi e riesce perfino, sotto alcuni aspetti, a superare il primo capitolo dal punto di vista umano, scavando nelle loro insicurezze, ambizioni e fragilità. Forse è proprio questa la differenza tra un sequel costruito per nostalgia e uno costruito per avere ancora qualcosa da raccontare.

 

E con questo, la seduta è tolta. La mia arringa termina qui, ma il processo del Cinema continua ogni volta che le luci in sala si abbassano. 

Io sono il suo Avvocato, il suo difensore appassionato. 

Voi, giuria popolare, avete ascoltato le prove: ora sta a voi emettere il vostro verdetto, articolo dopo articolo. 

Carpe Cinema. Sempre.

Bentornati cari lettori. Ahimè, io non sono Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly, e questa non è la redazione di Runway né un grande magazine di New York City.

Tranquilli: nessuno spoiler. E nessun commento sulla vostra “42”.

Oggi analizziamo il ritorno di The Devil Wears Prada 2. La mia collega ha già realizzato una recensione del film soffermandosi sugli aspetti narrativi e personali; io vorrei invece concentrarmi su ciò che questa pellicola rappresenta oggi all’interno dell’industria cinematografica contemporanea.


Il film si sta rivelando un enorme successo al box office, segno che l’operazione “Back to Runway”, ironicamente ribattezzata così dal sottoscritto, ha funzionato perfettamente. La pellicola riesce a riportarci nel mondo di Andrea “Andy” Sachs, interpretata da Anne Hathaway, con grande intelligenza: richiami, citazioni, riferimenti e persino meme del primo capitolo vengono utilizzati senza risultare forzati o puramente nostalgici.


Eppure, una cosa salta immediatamente all’occhio: i vent’anni trascorsi.

Non tanto sui volti dei protagonisti, apparentemente immuni al tempo, quanto nell’estetica generale del film. I colori, le luci, le scenografie e perfino l’atmosfera restituiscono un cinema molto diverso da quello dei primi anni Duemila, quasi più freddo, minimale e patinato, quasi sterilizzato emotivamente.


Negli ultimi anni molti spettatori hanno iniziato a notare questo cambiamento visivo, tanto da trasformarlo nel celebre meme: “Ci stanno rubando i colori”. Bagni completamente bianchi, appartamenti neutri, luci fredde, ambienti sempre più sterili e impersonali: il cinema contemporaneo sembra aver sostituito il calore estetico con una perfezione artificiale.


Ma il film ha riacceso anche un’altra discussione: quella legata agli attori ormai onnipresenti nelle grandi produzioni hollywoodiane. Nomi come Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya o Tom Holland sembrano occupare costantemente il centro dell’industria cinematografica. Pensate che la stessa Hathaway è coinvolta in numerosi progetti usciti o in prossimità di uscita, tra cui The Odyssey.


È chiaro che parliamo di interpreti validissimi, ormai diventati garanzia di successo e riconoscibilità, ma è altrettanto vero che parte del pubblico inizi a desiderare volti nuovi, maggiore varietà e nuove identità cinematografiche.

Infine, il tema più importante: sequel, prequel e spin-off.


Oggi gran parte delle grandi produzioni hollywoodiane vive di universi già esistenti, basti pensare ai franchise Marvel o Star Wars, alimentando la sensazione che Hollywood preferisca rifugiarsi nella sicurezza della nostalgia piuttosto che rischiare davvero con idee originali.

Eppure, Il diavolo veste Prada 2 riesce in qualcosa di tutt’altro che scontato: giustificare la propria esistenza.

 

Pur non essendo un sequel necessario, il film costruisce una trama solida, approfondisce maggiormente i personaggi e riesce perfino, sotto alcuni aspetti, a superare il primo capitolo dal punto di vista umano, scavando nelle loro insicurezze, ambizioni e fragilità. Forse è proprio questa la differenza tra un sequel costruito per nostalgia e uno costruito per avere ancora qualcosa da raccontare.

 

E con questo, la seduta è tolta. La mia arringa termina qui, ma il processo del Cinema continua ogni volta che le luci in sala si abbassano. 

Io sono il suo Avvocato, il suo difensore appassionato. 

Voi, giuria popolare, avete ascoltato le prove: ora sta a voi emettere il vostro verdetto, articolo dopo articolo. 

Carpe Cinema. Sempre.

Bentornati cari lettori. Ahimè, io non sono Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly, e questa non è la redazione di Runway né un grande magazine di New York City.

Tranquilli: nessuno spoiler. E nessun commento sulla vostra “42”.

Oggi analizziamo il ritorno di The Devil Wears Prada 2. La mia collega ha già realizzato una recensione del film soffermandosi sugli aspetti narrativi e personali; io vorrei invece concentrarmi su ciò che questa pellicola rappresenta oggi all’interno dell’industria cinematografica contemporanea.


Il film si sta rivelando un enorme successo al box office, segno che l’operazione “Back to Runway”, ironicamente ribattezzata così dal sottoscritto, ha funzionato perfettamente. La pellicola riesce a riportarci nel mondo di Andrea “Andy” Sachs, interpretata da Anne Hathaway, con grande intelligenza: richiami, citazioni, riferimenti e persino meme del primo capitolo vengono utilizzati senza risultare forzati o puramente nostalgici.


Eppure, una cosa salta immediatamente all’occhio: i vent’anni trascorsi.

Non tanto sui volti dei protagonisti, apparentemente immuni al tempo, quanto nell’estetica generale del film. I colori, le luci, le scenografie e perfino l’atmosfera restituiscono un cinema molto diverso da quello dei primi anni Duemila, quasi più freddo, minimale e patinato, quasi sterilizzato emotivamente.


Negli ultimi anni molti spettatori hanno iniziato a notare questo cambiamento visivo, tanto da trasformarlo nel celebre meme: “Ci stanno rubando i colori”. Bagni completamente bianchi, appartamenti neutri, luci fredde, ambienti sempre più sterili e impersonali: il cinema contemporaneo sembra aver sostituito il calore estetico con una perfezione artificiale.


Ma il film ha riacceso anche un’altra discussione: quella legata agli attori ormai onnipresenti nelle grandi produzioni hollywoodiane. Nomi come Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya o Tom Holland sembrano occupare costantemente il centro dell’industria cinematografica. Pensate che la stessa Hathaway è coinvolta in numerosi progetti usciti o in prossimità di uscita, tra cui The Odyssey.


È chiaro che parliamo di interpreti validissimi, ormai diventati garanzia di successo e riconoscibilità, ma è altrettanto vero che parte del pubblico inizi a desiderare volti nuovi, maggiore varietà e nuove identità cinematografiche.

Infine, il tema più importante: sequel, prequel e spin-off.


Oggi gran parte delle grandi produzioni hollywoodiane vive di universi già esistenti, basti pensare ai franchise Marvel o Star Wars, alimentando la sensazione che Hollywood preferisca rifugiarsi nella sicurezza della nostalgia piuttosto che rischiare davvero con idee originali.

Eppure, Il diavolo veste Prada 2 riesce in qualcosa di tutt’altro che scontato: giustificare la propria esistenza.

 

Pur non essendo un sequel necessario, il film costruisce una trama solida, approfondisce maggiormente i personaggi e riesce perfino, sotto alcuni aspetti, a superare il primo capitolo dal punto di vista umano, scavando nelle loro insicurezze, ambizioni e fragilità. Forse è proprio questa la differenza tra un sequel costruito per nostalgia e uno costruito per avere ancora qualcosa da raccontare.

 

E con questo, la seduta è tolta. La mia arringa termina qui, ma il processo del Cinema continua ogni volta che le luci in sala si abbassano. 

Io sono il suo Avvocato, il suo difensore appassionato. 

Voi, giuria popolare, avete ascoltato le prove: ora sta a voi emettere il vostro verdetto, articolo dopo articolo. 

Carpe Cinema. Sempre.

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