OLTRE IL CIAK - IL RITORNO IN PASSERELLA: L'EMANCIPAZIONE VESTE PRADA (E CONQUISTA MILANO)

OLTRE IL CIAK - IL RITORNO IN PASSERELLA: L'EMANCIPAZIONE VESTE PRADA (E CONQUISTA MILANO)

8 maggio 2026

A cura di

Giorgia Anna Pizzichillo

Dopo un periodo di delusioni cinematografiche e trame al limite dell’assurdo, questo mese di aprile ci ha finalmente restituito la magia del grande schermo. E se il mio collega, in queste stesse pagine, vi ha già fatto ballare ed emozionare svelandovi i retroscena più intimi e toccanti del biopic su Michael Jackson, io vi porto su un altro tipo di palcoscenico, dove la musica lascia il posto al rumore inconfondibile dei tacchi a spillo.

 

Il 29 aprile siamo tornati ufficialmente tra le scrivanie e le luci al neon di Runway con il tanto atteso sequel de Il Diavolo veste Prada, e vi confesso una cosa: l’ho letteralmente amato. Se il primo film era un cult della competizione spietata, questo secondo capitolo sorprende per la sua straordinaria e necessaria modernità. In questo nuovo racconto troviamo una Andy profondamente cambiata, non più la ragazza spaurita in cerca di approvazione ma una giornalista affermata e di successo, che però si scontra con un destino dal senso dell’umorismo spietato e a tratti ironico: subito dopo aver ricevuto il prestigioso premio come “Miglior Giornalista” dalla sua catena editoriale, viene clamorosamente e inaspettatamente licenziata. È proprio in questo momento di vuoto che si compie la vera magia, un vero e proprio scherzo del destino, perché Andy viene richiamata a lavorare a Runway per salvarne le sorti. Nulla è lasciato al caso: il Deus ex machina di questa scelta è Nigel, che insiste ostinatamente affinché venga ripresa, convinto che solo il suo talento per la scrittura e il suo approccio da vero giornalismo d’inchiesta possano salvare l’azienda dal collasso. Ed è qui che prende forma la rivoluzione narrativa del sequel, il ribaltamento dei ruoli, perché l’incrollabile Miranda Priestly è la prima a cedere, la regina di ghiaccio si sgretola di fronte alle difficoltà e deve ammettere di avere bisogno di Andy.

 

Andy torna in gioco con una consapevolezza completamente nuova: vuole salvare la baracca ma questa volta è lei a dettare le regole, in una rivincita professionale e personale che restituisce enorme soddisfazione allo spettatore. Il film non è solo una sfilata di abiti meravigliosi ma un vero manifesto di emancipazione, capace di abbracciare totalmente la body positivity e di lanciare un messaggio netto contro il body shaming, svecchiando la tossicità del mondo della moda che aveva segnato il primo capitolo. Il passo avanti più evidente è però l’inclusività a livello razziale e comportamentale, incarnata dalla nuova prima assistente di Miranda interpretata dalla magnetica Simone Ashley, lontana anni luce dalle assistenti terrorizzate del passato: ora, quando Miranda durante le riunioni sparla o dice cose fuori luogo, è proprio la sua assistente a intervenire prontamente per redarguirla, riportando ordine con un’eleganza moderna e sorprendente. A questo si aggiunge un’indipendenza femminile ferocemente attuale, che affronta con naturalezza tematiche come il congelamento degli ovuli, permettendo alle donne di pianificare la carriera senza il ricatto dell’orologio biologico, e il divorzio, vissuto non come una sconfitta ma come una consapevole presa di coscienza. Il messaggio è potente: non c’è bisogno di un uomo accanto per sentirsi invincibili, ma è fondamentale saper contare su se stessi e imparare a valorizzarsi, lasciando che tutto il resto completi.

 

Questa evoluzione si riflette anche nei rapporti con i vecchi colleghi, come nella dinamica finalmente matura con Emily che, nonostante tenti di ostacolare le sorti di Runway usando la cattiveria lavorativa per mascherare insicurezze profonde, non riceve vendetta ma perdono, perché Andy riesce a separare i colpi bassi professionali dal rispetto umano. E poi c’è la chiusura del cerchio per Nigel, il cui riscatto arriva dopo anni: colui che ha sempre scritto le presentazioni di Miranda riceve finalmente la sua occasione quando, impossibilitata a presenziare a una sfilata, è proprio Andy a convincerla a cedergli il palco. Il momento in cui Nigel prende il microfono rappresenta il riscatto totale che aspettavamo. Tutto questo si muove su uno sfondo che ruba il fiato, una spettacolare Milano che diventa simbolo e cornice narrativa, raggiungendo il suo picco durante il magnifico banchetto nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, sotto l’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Una scelta che non è solo estetica ma profondamente simbolica, perché quell’immagine immortala il momento del tradimento e riflette perfettamente le dinamiche del film, con Emily nei panni di un moderno Giuda pronta al sabotaggio, mentre allo stesso tempo si crea un contrasto epico tra il profano della superficialità e il sacro dei nuovi valori acquisiti dai personaggi, in una vera e propria comunione che segna il passaggio del testimone.

 

A impreziosire questa cornice milanese arrivano presenze iconiche come Donatella Versace e Lady Gaga, capaci di fondersi perfettamente con il glamour dell’alta moda, mentre dal set emergono anche momenti più leggeri e umani, come gli scatti divertentissimi di Anne Hathaway che cade rovinosamente durante i ciak, a ricordarci che la forza di gravità non perdona davvero nessuno, nemmeno sotto gli outfit più invidiabili. Aprile si chiude così con una nuova visione di indipendenza, perché Il Diavolo veste Prada ci ricorda che non è mai troppo tardi per crescere, emanciparsi, dare spazio a chi lo merita e tendere la mano anche a chi cerca di affossarci. Un film che unisce moda, intelligenza e sostanza, lasciando allo spettatore qualcosa che va ben oltre lo spettacolo.

 

Vostra,

Giorgia Anna Pizzichillo

Dopo un periodo di delusioni cinematografiche e trame al limite dell’assurdo, questo mese di aprile ci ha finalmente restituito la magia del grande schermo. E se il mio collega, in queste stesse pagine, vi ha già fatto ballare ed emozionare svelandovi i retroscena più intimi e toccanti del biopic su Michael Jackson, io vi porto su un altro tipo di palcoscenico, dove la musica lascia il posto al rumore inconfondibile dei tacchi a spillo.

 

Il 29 aprile siamo tornati ufficialmente tra le scrivanie e le luci al neon di Runway con il tanto atteso sequel de Il Diavolo veste Prada, e vi confesso una cosa: l’ho letteralmente amato. Se il primo film era un cult della competizione spietata, questo secondo capitolo sorprende per la sua straordinaria e necessaria modernità. In questo nuovo racconto troviamo una Andy profondamente cambiata, non più la ragazza spaurita in cerca di approvazione ma una giornalista affermata e di successo, che però si scontra con un destino dal senso dell’umorismo spietato e a tratti ironico: subito dopo aver ricevuto il prestigioso premio come “Miglior Giornalista” dalla sua catena editoriale, viene clamorosamente e inaspettatamente licenziata. È proprio in questo momento di vuoto che si compie la vera magia, un vero e proprio scherzo del destino, perché Andy viene richiamata a lavorare a Runway per salvarne le sorti. Nulla è lasciato al caso: il Deus ex machina di questa scelta è Nigel, che insiste ostinatamente affinché venga ripresa, convinto che solo il suo talento per la scrittura e il suo approccio da vero giornalismo d’inchiesta possano salvare l’azienda dal collasso. Ed è qui che prende forma la rivoluzione narrativa del sequel, il ribaltamento dei ruoli, perché l’incrollabile Miranda Priestly è la prima a cedere, la regina di ghiaccio si sgretola di fronte alle difficoltà e deve ammettere di avere bisogno di Andy.

 

Andy torna in gioco con una consapevolezza completamente nuova: vuole salvare la baracca ma questa volta è lei a dettare le regole, in una rivincita professionale e personale che restituisce enorme soddisfazione allo spettatore. Il film non è solo una sfilata di abiti meravigliosi ma un vero manifesto di emancipazione, capace di abbracciare totalmente la body positivity e di lanciare un messaggio netto contro il body shaming, svecchiando la tossicità del mondo della moda che aveva segnato il primo capitolo. Il passo avanti più evidente è però l’inclusività a livello razziale e comportamentale, incarnata dalla nuova prima assistente di Miranda interpretata dalla magnetica Simone Ashley, lontana anni luce dalle assistenti terrorizzate del passato: ora, quando Miranda durante le riunioni sparla o dice cose fuori luogo, è proprio la sua assistente a intervenire prontamente per redarguirla, riportando ordine con un’eleganza moderna e sorprendente. A questo si aggiunge un’indipendenza femminile ferocemente attuale, che affronta con naturalezza tematiche come il congelamento degli ovuli, permettendo alle donne di pianificare la carriera senza il ricatto dell’orologio biologico, e il divorzio, vissuto non come una sconfitta ma come una consapevole presa di coscienza. Il messaggio è potente: non c’è bisogno di un uomo accanto per sentirsi invincibili, ma è fondamentale saper contare su se stessi e imparare a valorizzarsi, lasciando che tutto il resto completi.

 

Questa evoluzione si riflette anche nei rapporti con i vecchi colleghi, come nella dinamica finalmente matura con Emily che, nonostante tenti di ostacolare le sorti di Runway usando la cattiveria lavorativa per mascherare insicurezze profonde, non riceve vendetta ma perdono, perché Andy riesce a separare i colpi bassi professionali dal rispetto umano. E poi c’è la chiusura del cerchio per Nigel, il cui riscatto arriva dopo anni: colui che ha sempre scritto le presentazioni di Miranda riceve finalmente la sua occasione quando, impossibilitata a presenziare a una sfilata, è proprio Andy a convincerla a cedergli il palco. Il momento in cui Nigel prende il microfono rappresenta il riscatto totale che aspettavamo. Tutto questo si muove su uno sfondo che ruba il fiato, una spettacolare Milano che diventa simbolo e cornice narrativa, raggiungendo il suo picco durante il magnifico banchetto nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, sotto l’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Una scelta che non è solo estetica ma profondamente simbolica, perché quell’immagine immortala il momento del tradimento e riflette perfettamente le dinamiche del film, con Emily nei panni di un moderno Giuda pronta al sabotaggio, mentre allo stesso tempo si crea un contrasto epico tra il profano della superficialità e il sacro dei nuovi valori acquisiti dai personaggi, in una vera e propria comunione che segna il passaggio del testimone.

 

A impreziosire questa cornice milanese arrivano presenze iconiche come Donatella Versace e Lady Gaga, capaci di fondersi perfettamente con il glamour dell’alta moda, mentre dal set emergono anche momenti più leggeri e umani, come gli scatti divertentissimi di Anne Hathaway che cade rovinosamente durante i ciak, a ricordarci che la forza di gravità non perdona davvero nessuno, nemmeno sotto gli outfit più invidiabili. Aprile si chiude così con una nuova visione di indipendenza, perché Il Diavolo veste Prada ci ricorda che non è mai troppo tardi per crescere, emanciparsi, dare spazio a chi lo merita e tendere la mano anche a chi cerca di affossarci. Un film che unisce moda, intelligenza e sostanza, lasciando allo spettatore qualcosa che va ben oltre lo spettacolo.

 

Vostra,

Giorgia Anna Pizzichillo

Dopo un periodo di delusioni cinematografiche e trame al limite dell’assurdo, questo mese di aprile ci ha finalmente restituito la magia del grande schermo. E se il mio collega, in queste stesse pagine, vi ha già fatto ballare ed emozionare svelandovi i retroscena più intimi e toccanti del biopic su Michael Jackson, io vi porto su un altro tipo di palcoscenico, dove la musica lascia il posto al rumore inconfondibile dei tacchi a spillo.

 

Il 29 aprile siamo tornati ufficialmente tra le scrivanie e le luci al neon di Runway con il tanto atteso sequel de Il Diavolo veste Prada, e vi confesso una cosa: l’ho letteralmente amato. Se il primo film era un cult della competizione spietata, questo secondo capitolo sorprende per la sua straordinaria e necessaria modernità. In questo nuovo racconto troviamo una Andy profondamente cambiata, non più la ragazza spaurita in cerca di approvazione ma una giornalista affermata e di successo, che però si scontra con un destino dal senso dell’umorismo spietato e a tratti ironico: subito dopo aver ricevuto il prestigioso premio come “Miglior Giornalista” dalla sua catena editoriale, viene clamorosamente e inaspettatamente licenziata. È proprio in questo momento di vuoto che si compie la vera magia, un vero e proprio scherzo del destino, perché Andy viene richiamata a lavorare a Runway per salvarne le sorti. Nulla è lasciato al caso: il Deus ex machina di questa scelta è Nigel, che insiste ostinatamente affinché venga ripresa, convinto che solo il suo talento per la scrittura e il suo approccio da vero giornalismo d’inchiesta possano salvare l’azienda dal collasso. Ed è qui che prende forma la rivoluzione narrativa del sequel, il ribaltamento dei ruoli, perché l’incrollabile Miranda Priestly è la prima a cedere, la regina di ghiaccio si sgretola di fronte alle difficoltà e deve ammettere di avere bisogno di Andy.

 

Andy torna in gioco con una consapevolezza completamente nuova: vuole salvare la baracca ma questa volta è lei a dettare le regole, in una rivincita professionale e personale che restituisce enorme soddisfazione allo spettatore. Il film non è solo una sfilata di abiti meravigliosi ma un vero manifesto di emancipazione, capace di abbracciare totalmente la body positivity e di lanciare un messaggio netto contro il body shaming, svecchiando la tossicità del mondo della moda che aveva segnato il primo capitolo. Il passo avanti più evidente è però l’inclusività a livello razziale e comportamentale, incarnata dalla nuova prima assistente di Miranda interpretata dalla magnetica Simone Ashley, lontana anni luce dalle assistenti terrorizzate del passato: ora, quando Miranda durante le riunioni sparla o dice cose fuori luogo, è proprio la sua assistente a intervenire prontamente per redarguirla, riportando ordine con un’eleganza moderna e sorprendente. A questo si aggiunge un’indipendenza femminile ferocemente attuale, che affronta con naturalezza tematiche come il congelamento degli ovuli, permettendo alle donne di pianificare la carriera senza il ricatto dell’orologio biologico, e il divorzio, vissuto non come una sconfitta ma come una consapevole presa di coscienza. Il messaggio è potente: non c’è bisogno di un uomo accanto per sentirsi invincibili, ma è fondamentale saper contare su se stessi e imparare a valorizzarsi, lasciando che tutto il resto completi.

 

Questa evoluzione si riflette anche nei rapporti con i vecchi colleghi, come nella dinamica finalmente matura con Emily che, nonostante tenti di ostacolare le sorti di Runway usando la cattiveria lavorativa per mascherare insicurezze profonde, non riceve vendetta ma perdono, perché Andy riesce a separare i colpi bassi professionali dal rispetto umano. E poi c’è la chiusura del cerchio per Nigel, il cui riscatto arriva dopo anni: colui che ha sempre scritto le presentazioni di Miranda riceve finalmente la sua occasione quando, impossibilitata a presenziare a una sfilata, è proprio Andy a convincerla a cedergli il palco. Il momento in cui Nigel prende il microfono rappresenta il riscatto totale che aspettavamo. Tutto questo si muove su uno sfondo che ruba il fiato, una spettacolare Milano che diventa simbolo e cornice narrativa, raggiungendo il suo picco durante il magnifico banchetto nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, sotto l’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci. Una scelta che non è solo estetica ma profondamente simbolica, perché quell’immagine immortala il momento del tradimento e riflette perfettamente le dinamiche del film, con Emily nei panni di un moderno Giuda pronta al sabotaggio, mentre allo stesso tempo si crea un contrasto epico tra il profano della superficialità e il sacro dei nuovi valori acquisiti dai personaggi, in una vera e propria comunione che segna il passaggio del testimone.

 

A impreziosire questa cornice milanese arrivano presenze iconiche come Donatella Versace e Lady Gaga, capaci di fondersi perfettamente con il glamour dell’alta moda, mentre dal set emergono anche momenti più leggeri e umani, come gli scatti divertentissimi di Anne Hathaway che cade rovinosamente durante i ciak, a ricordarci che la forza di gravità non perdona davvero nessuno, nemmeno sotto gli outfit più invidiabili. Aprile si chiude così con una nuova visione di indipendenza, perché Il Diavolo veste Prada ci ricorda che non è mai troppo tardi per crescere, emanciparsi, dare spazio a chi lo merita e tendere la mano anche a chi cerca di affossarci. Un film che unisce moda, intelligenza e sostanza, lasciando allo spettatore qualcosa che va ben oltre lo spettacolo.

 

Vostra,

Giorgia Anna Pizzichillo

8 maggio 2026

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A cura di

''Un ritorno atteso che non si limita a rievocare un cult, ma lo trasforma in uno specchio contemporaneo fatto di cambiamento, consapevolezza e nuove regole del gioco''

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