ORIZZONTI D'ATTUALITA' - L'INFINITA CAMPAGNA DEL REFERENDUM: FRA PODCAST, SLOGAN E VIOLENZA VERBALE
ORIZZONTI D'ATTUALITA' - L'INFINITA CAMPAGNA DEL REFERENDUM: FRA PODCAST, SLOGAN E VIOLENZA VERBALE
21 marzo 2026
A cura di
Stefano Conte

Se ne sono dette di tutti i colori, sono stati riesumati vecchi politici, opinionisti, anziani magistrati, agguerriti avvocati, e persino presidenti del Consiglio in veste da influencer nel dirigere le opinioni dei cittadini. Non ci vuole poi tanto a comprendere che il tema è quello del ormai onnipresente referendum per la giustizia, così tanto chiacchierato, promosso o condannato, ma ancora così tanto astruso e complesso. Ma, anche e soprattutto oggi sabato 21 marzo mentre si attende di capirne l’esito, così tanto strumentalizzato e violentato nei toni e nel linguaggio.
Era il 18 febbraio 2026 quando il Capo di Stato Sergio Mattarella interveniva, prima e unica volta in 11 anni, nel plenum del CSM. Il motivo? Molto semplice: ribadire l’importanza della sobrietà del linguaggio, di sottolineare il rispetto vicendevole nei confronti di un organo perfettibile ma autonomo, da tutelare in quanto di “rilievo costituzionale”. Solo 3 giorni prima, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva definito il sistema delle nomine dei magistrati come un “meccanismo para-mafioso". Frase che, pur volendo rinnovare le parole di Mattarella che enumera le storpiature e i difetti della Magistratura, si distacca totalmente da un dibattito lucido, sano e consono al suo ruolo istituzionale. Specialmente se è la stessa mafia quella che ha tolto la vita a due dei simboli della magistratura stessa, come Falcone e Borsellino.
“La legge sarà uguale per tutti”, “per una giustizia più efficace e veloce”: sono queste le frasi che campeggiano un po’ ovunque da parte dei sostenitori del Sì. Il solito: i soliti slogan semplicistici e profondamente ingannevoli per un tema molto tecnico e dalla forte complessità. E se a destra si tende a puntare sulla pancia e sull’emotività del cittadino medio, a sinistra lo scenario non è poi tanto dissimile: i toni sono sempre quelli allarmisti, a partire “da battaglia esistenziale” ascoltata a più riprese, fino alle parole univoche del magistrato antimafia Gratteri secondo cui voteranno per il Sì “solo gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Frase che pecca totalmente di obiettività e sincerità, considerando la larghissima fetta di avvocati, ex pm come Di Pietro o l’ex Giudice della Corte costituzionale italiana Sabino Cassese che si sono spesi sul fronte del No. Certo, i nomi noti a favore del No sono molti di più, ma classificare e incasellare come fa Gratteri non è esattamente il sale di un dibattito democratico.
Insomma, si semplifica e si strumentalizza, riducendo un tema così arduo al solito diverbio ideologico dai toni aspri e violenti, che con la classe politica attuale assomiglia sempre più ad una squallida e cartoonesca rissa da bar. Ultimo ma non per importanza, l’intervista a Giorgia Meloni in “Pulp”, il podcast condotto da Fedez e Mr. Marra. Una mossa molto intelligente che, nonostante possa lasciare inizialmente straniti e confusi, in America è ormai la normalità e diversi analisti politici hanno più volte sottolineato la fondamentale importanza della partecipazione di Trump ad un famoso podcast statunitense per la sua vittoria elettorale finale.
La comunicazione sta cambiando e la premier lo sa e, anche se la stampa tradizionale è ormai da anni ignorata e vituperata, probabilmente Meloni ha capito che per poter sferzare l’ultimo colpo, forse decisivo, serve rivolgersi agli indecisi, al pubblico poco informato, così come fa sempre: slogan, frasi semplici, circonlocuzioni o l’ormai noto e caratteristico di dare un colpo al cerchio, uno alla botte. Il perfetto colpo di scena finale per portare a conclusione una campagna referendaria infinita, logorante e tipicamente italiana, ma che racconta meglio di tutto la pochezza politica e comunicativa di un Paese che preferisce l’insulto al dialogo, lo slogan alla complessità, l’ideologia politica al ragionamento.
Se ne sono dette di tutti i colori, sono stati riesumati vecchi politici, opinionisti, anziani magistrati, agguerriti avvocati, e persino presidenti del Consiglio in veste da influencer nel dirigere le opinioni dei cittadini. Non ci vuole poi tanto a comprendere che il tema è quello del ormai onnipresente referendum per la giustizia, così tanto chiacchierato, promosso o condannato, ma ancora così tanto astruso e complesso. Ma, anche e soprattutto oggi sabato 21 marzo mentre si attende di capirne l’esito, così tanto strumentalizzato e violentato nei toni e nel linguaggio.
Era il 18 febbraio 2026 quando il Capo di Stato Sergio Mattarella interveniva, prima e unica volta in 11 anni, nel plenum del CSM. Il motivo? Molto semplice: ribadire l’importanza della sobrietà del linguaggio, di sottolineare il rispetto vicendevole nei confronti di un organo perfettibile ma autonomo, da tutelare in quanto di “rilievo costituzionale”. Solo 3 giorni prima, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva definito il sistema delle nomine dei magistrati come un “meccanismo para-mafioso". Frase che, pur volendo rinnovare le parole di Mattarella che enumera le storpiature e i difetti della Magistratura, si distacca totalmente da un dibattito lucido, sano e consono al suo ruolo istituzionale. Specialmente se è la stessa mafia quella che ha tolto la vita a due dei simboli della magistratura stessa, come Falcone e Borsellino.
“La legge sarà uguale per tutti”, “per una giustizia più efficace e veloce”: sono queste le frasi che campeggiano un po’ ovunque da parte dei sostenitori del Sì. Il solito: i soliti slogan semplicistici e profondamente ingannevoli per un tema molto tecnico e dalla forte complessità. E se a destra si tende a puntare sulla pancia e sull’emotività del cittadino medio, a sinistra lo scenario non è poi tanto dissimile: i toni sono sempre quelli allarmisti, a partire “da battaglia esistenziale” ascoltata a più riprese, fino alle parole univoche del magistrato antimafia Gratteri secondo cui voteranno per il Sì “solo gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Frase che pecca totalmente di obiettività e sincerità, considerando la larghissima fetta di avvocati, ex pm come Di Pietro o l’ex Giudice della Corte costituzionale italiana Sabino Cassese che si sono spesi sul fronte del No. Certo, i nomi noti a favore del No sono molti di più, ma classificare e incasellare come fa Gratteri non è esattamente il sale di un dibattito democratico.
Insomma, si semplifica e si strumentalizza, riducendo un tema così arduo al solito diverbio ideologico dai toni aspri e violenti, che con la classe politica attuale assomiglia sempre più ad una squallida e cartoonesca rissa da bar. Ultimo ma non per importanza, l’intervista a Giorgia Meloni in “Pulp”, il podcast condotto da Fedez e Mr. Marra. Una mossa molto intelligente che, nonostante possa lasciare inizialmente straniti e confusi, in America è ormai la normalità e diversi analisti politici hanno più volte sottolineato la fondamentale importanza della partecipazione di Trump ad un famoso podcast statunitense per la sua vittoria elettorale finale.
La comunicazione sta cambiando e la premier lo sa e, anche se la stampa tradizionale è ormai da anni ignorata e vituperata, probabilmente Meloni ha capito che per poter sferzare l’ultimo colpo, forse decisivo, serve rivolgersi agli indecisi, al pubblico poco informato, così come fa sempre: slogan, frasi semplici, circonlocuzioni o l’ormai noto e caratteristico di dare un colpo al cerchio, uno alla botte. Il perfetto colpo di scena finale per portare a conclusione una campagna referendaria infinita, logorante e tipicamente italiana, ma che racconta meglio di tutto la pochezza politica e comunicativa di un Paese che preferisce l’insulto al dialogo, lo slogan alla complessità, l’ideologia politica al ragionamento.
Se ne sono dette di tutti i colori, sono stati riesumati vecchi politici, opinionisti, anziani magistrati, agguerriti avvocati, e persino presidenti del Consiglio in veste da influencer nel dirigere le opinioni dei cittadini. Non ci vuole poi tanto a comprendere che il tema è quello del ormai onnipresente referendum per la giustizia, così tanto chiacchierato, promosso o condannato, ma ancora così tanto astruso e complesso. Ma, anche e soprattutto oggi sabato 21 marzo mentre si attende di capirne l’esito, così tanto strumentalizzato e violentato nei toni e nel linguaggio.
Era il 18 febbraio 2026 quando il Capo di Stato Sergio Mattarella interveniva, prima e unica volta in 11 anni, nel plenum del CSM. Il motivo? Molto semplice: ribadire l’importanza della sobrietà del linguaggio, di sottolineare il rispetto vicendevole nei confronti di un organo perfettibile ma autonomo, da tutelare in quanto di “rilievo costituzionale”. Solo 3 giorni prima, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva definito il sistema delle nomine dei magistrati come un “meccanismo para-mafioso". Frase che, pur volendo rinnovare le parole di Mattarella che enumera le storpiature e i difetti della Magistratura, si distacca totalmente da un dibattito lucido, sano e consono al suo ruolo istituzionale. Specialmente se è la stessa mafia quella che ha tolto la vita a due dei simboli della magistratura stessa, come Falcone e Borsellino.
“La legge sarà uguale per tutti”, “per una giustizia più efficace e veloce”: sono queste le frasi che campeggiano un po’ ovunque da parte dei sostenitori del Sì. Il solito: i soliti slogan semplicistici e profondamente ingannevoli per un tema molto tecnico e dalla forte complessità. E se a destra si tende a puntare sulla pancia e sull’emotività del cittadino medio, a sinistra lo scenario non è poi tanto dissimile: i toni sono sempre quelli allarmisti, a partire “da battaglia esistenziale” ascoltata a più riprese, fino alle parole univoche del magistrato antimafia Gratteri secondo cui voteranno per il Sì “solo gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Frase che pecca totalmente di obiettività e sincerità, considerando la larghissima fetta di avvocati, ex pm come Di Pietro o l’ex Giudice della Corte costituzionale italiana Sabino Cassese che si sono spesi sul fronte del No. Certo, i nomi noti a favore del No sono molti di più, ma classificare e incasellare come fa Gratteri non è esattamente il sale di un dibattito democratico.
Insomma, si semplifica e si strumentalizza, riducendo un tema così arduo al solito diverbio ideologico dai toni aspri e violenti, che con la classe politica attuale assomiglia sempre più ad una squallida e cartoonesca rissa da bar. Ultimo ma non per importanza, l’intervista a Giorgia Meloni in “Pulp”, il podcast condotto da Fedez e Mr. Marra. Una mossa molto intelligente che, nonostante possa lasciare inizialmente straniti e confusi, in America è ormai la normalità e diversi analisti politici hanno più volte sottolineato la fondamentale importanza della partecipazione di Trump ad un famoso podcast statunitense per la sua vittoria elettorale finale.
La comunicazione sta cambiando e la premier lo sa e, anche se la stampa tradizionale è ormai da anni ignorata e vituperata, probabilmente Meloni ha capito che per poter sferzare l’ultimo colpo, forse decisivo, serve rivolgersi agli indecisi, al pubblico poco informato, così come fa sempre: slogan, frasi semplici, circonlocuzioni o l’ormai noto e caratteristico di dare un colpo al cerchio, uno alla botte. Il perfetto colpo di scena finale per portare a conclusione una campagna referendaria infinita, logorante e tipicamente italiana, ma che racconta meglio di tutto la pochezza politica e comunicativa di un Paese che preferisce l’insulto al dialogo, lo slogan alla complessità, l’ideologia politica al ragionamento.
21 marzo 2026
21 marzo 2026
Stefano Conte
A cura di